Category: Cultura generale

Il Tempo

Il Tempo

IL TEMPO

CONTEGGIO DELLA VITA

(a cura di Bruno Silvestrini)

antichissima-meridiana

                                Antichissima meridiana

La misurazione del tempo è stata la prima scienza esatta dell’antichità. Per i primi esseri umani era infatti assolutamente necessario sapere quanto era lunga la notte per conoscere quanto tempo si doveva aspettare prima di riprendere l’attività alla luce del giorno; tanto più, quando l’uomo da cacciatore divenne agricoltore, ebbe il bisogno di imparare a conoscere l’alternanza delle stagioni. Le uniche certezze provenivano da fenomeni astronomici.

Il primo modo per mettere un argine al tempo fu individuato nel giorno: a un periodo di luce seguiva inevitabilmente un periodo di buio. Questa misurazione bastò fino a quando l’uomo non divenne sedentario, e realizzò che senza riuscire a predire i cambiamenti stagionali era impossibile seminare e fare i raccolti. Ma come sapere quando sarebbe avvenuto il passaggio fra due stagioni e quanto queste avrebbero durato? Un modo era quello di tenere conto dei giorni trascorsi, ma non era certo quello più pratico. Ci si accorse invece che la Luna, con le sue forme mutevoli, scandiva il passare del tempo con altrettanta regolarità dell’alternarsi della luce e delle tenebre. La Luna fu così la chiave del primo sviluppo di molti calendari. Ma il satellite non fu l’unico astro di cui si tenne conto, anche perché non seguiva perfettamente l’alternanza della stagioni. Si scrutarono così anche gli agglomerati di stelle, i pianeti, e sopratutto il Sole.

Risultati immagini per LE STAGIONI

A questo punto ci si potrebbe chiedere:
perché non esiste una misurazione del tempo unica per tutti i popoli, ma invece molte civiltà hanno sviluppato la propria? Perché gli astri hanno moti diversi e quindi durata variabile, non tutte le popolazioni prendono o hanno preso come punto di riferimento lo stesso corpo celeste, e inoltre gli astri che fanno da strumento di misura hanno dei tempi che non coincidono fra di loro, se non considerando cicli molto lunghi. I diversi tempi della Terra rispetto ai corpi celesti. 
Consideriamo che le unità base del calendario sono tre, il giorno, il mese e l‘anno, corrispondenti a tre fenomeni astronomici, rispettivamente la rotazione diurna della Terra, la rotazione della Luna e la rivoluzione della Terra intorno al Sole.
Consideriamo anche che il giorno come unità di misura può essere preso sia tenendo come punto di riferimento una stella fissa, sia il Sole. Rispettivamente, verrà chiamato giorno sidereo e giorno solare.

Il giorno sidereo è l’intervallo di tempo, considerato da un osservatore sulla Terra, del passaggio di una stella fissa -priva di moto casuale, – cioè dopo quanto tempo questa riappare nello stesso punto. Il passaggio apparente della stella è causato dal moto di rotazione terrestre, il quale però non è costante a causa delle frizioni delle maree: infatti il nostro pianeta non è un corpo rigido e subisce delle deformazioni, quali le maree, sulle enormi masse che lo compongono. Queste deformazioni sono dovute all’azione gravitazionale del Sole e della Luna, che nel corso del tempo hanno causato al moto della Terra accelerazioni e ritardi accidentali, totalmente casuali, che quindi l’uomo, nelle sue misure, non poteva prevedere.

Da considerare anche che degli studi hanno confermato che il moto terrestre, sempre a causa delle maree, subisce un ritardo secolare progressivo: il giorno aumenta di circa 1.6 millesimi di secondo per secolo. Tutto ciò ha addirittura causato un allungamento della durata del giorno nel corso dei millenni, infatti circa 400 milioni di anni fa l’anno doveva essere di 400 giorni circa e la durata del giorno di 22 ore. Il giorno solare è l’intervallo di tempo del passaggio del Sole, dovuto al moto di rivoluzione della Terra. Ma poiché questa rivolve intorno al Sole con velocità diverse, a seconda del punto in cui si trova, il moto apparente del Sole sulla Terra è molto variabile. Quindi né il giorno sidereo né il giorno solare possono essere presi come unità di misura costanti. Inoltre il giorno solare e quello sidereo non coincidono perché gli astri a cui si riferiscono hanno, nel loro movimento, direzioni diverse.

Ma partiamo dall’inizio. In un momento imprecisato del paleolitico, lo sguardo scoprì e riconobbe un grande orologio e calendario naturale: la Luna. Osservò le sue fasi: Luna crescente, piena e calante. In seguito l’astro notturno spariva per circa tre giorni per poi ricominciare da capo la stessa misteriosa danza. L’intero ciclo durava poco più di 29 giorni. Non fu difficile riconoscere in questo periodo la stessa durata del ciclo ormonale della donna e, quindi, raggiungere il convincimento che tra la Luna e la Donna ci fosse una precisa correlazione magico-funzionale. A prova di ciò i simboli della Dea Madre, risalenti all’età della Pietra – circa 28.000 anni fa, cioè:         

La Venere di Laussel (Francia) tiene nella mano destra un corno di bisonte che sembra una luna crescente e con la mano sinistra indica il suo ampio addome. Il capo è inclinato verso il corno così da creare una connessione tra le fasi lunari e la fecondità dell’utero umano.

La Venere di Lespugne (alta Garonna) presenta sedere e cosce sproporzionalmente ampie, da cui si evince che rappresenti la donna in maternità. Dal sedere partono.per arrivare alla parte posteriore delle ginocchia, 10 linee che suggeriscono i dieci mesi lunari della gestazione. Era nato il concetto di mese.

Notevoli tracce di ciò permangono nell’analisi etimologica e semantica di alcuni termini che derivano tutti dalla stessa radice sanscrita ME con significati afferenti la misurazione –mas in sanscrito è misura. Da tale radice provengono i termini italiani Mese (latino, mensis) ma anche MEstruazione e MEtro, mène (Luna, greco), measure (inglese), e in tedesco monat (mese) e mond (Luna). Quando l’uomo da cacciatore diviene agricoltore, avendo da conoscere i ritmi della natura per seminare e raccogliere dalla terra, afferra la nozione del tempo più lungo: dopo circa 12 lunazioni le stesse stagioni (individuate in stagione calda e stagione  fredda oppure stagione piovosa e stagione secca) si ripetevano portando così alla nascita dell’anno in sanscrito anu”.  L’osso di un aquila ritrovato a Le Placard, in  Francia, risale all’11.000 a.C. e presenta delle incisioni che sembrano seguire il ciclo lunare.

La Civiltà Egizia

Così come in molte civiltà progredite, il conteggio del tempo – e tutto ciò che ne deriva – era affidato ai sacerdoti, nonché astronomi. Gli antichi egizi usavano tre tipi diversi di calendario : un calendario “agricolo”, solare, per l’uso di tutti i giorni; un calendario astronomico; un calendario lunare utilizzato per certi rituali o eventi.

Quello lunare è stato il primo ad essere ideato, circa 6.000 anni fa. Il conteggio del tempo, così come tutta la scienza, era di base pragmatica: i calendari servivano per orientarsi, per stabilire il corso dei mesi o per prevedere l’inizio dell’inondazione del Nilo. Infatti le stagioni, che erano tre, seguivano momenti quali la semina e il raccolto.
Nel periodo pre-dinastico gli egiziani conoscevano già attentamente il cielo: ad Eliopoli sorsero veri e propri osservatori per rilevare con esattezza il passaggio degli astri; avevano delle precise mappe celesti e sono stati tra i primi ad utilizzare lognomone, un oggetto che, illuminato dal sole, cambia la sua ombra di lunghezza e direzione durante il giorno. A questo scopo vennero fatti gli obelischi.  Nel 1450 a.C. Thumotsi III utilizzò uno strumento simile allo “gnomone”, ma a forma di L o T: l’ombra della barra del T proiettandosi sulla base segnava le varie ore. Nel XIV-XV sec. a.C., venne introdotto un altro strumento, il Merckhet, utilizzato per la misurazione delle ore notturne. Quando il cielo era nuvoloso le ore venivano misurate con la clessidra. L’uso di questo strumento sembra essere molto antico anche se non si sa bene quale civiltà l’abbia prodotto. 

Antica clessidra egiziana ad acqua.

Gli egizi furono anche i primi a suddividere il giorno, che finora aveva rappresentato la più piccola unità di misura. Perché gli egiziani sentirono l’esigenza di suddividere maggiormente il tempo? Per i moltissimi rituali che affollavano ogni giorno i grandi templi, per i quali era necessaria una suddivisione precisa del tempo; per questo i sacerdoti egizi dovendo conoscere esattamente ogni fase del giorno, elaborarono infatti diversi sistemi di misurazione. Non è un caso che il termine egiziano che indicava l’ora significa anche lo svolgimento del servizio sacerdotale. Nel periodo pre-dinastico venne creato anche il calendario lunare, ma il più conosciuto è quello solare, essendo stato il primo calendario basato sul moto di rivoluzione della Terra, risalente al 4.000 a.C. Entrambi i calendari erano divisi in 3 stagioni di 4 mesi ciascuna: Akhet – stagione dell’inondazione; Peret – stagione della semina; Shemu – stagione del raccolto.

La Civiltà Babilonese

E’ nel bacino della Mesopotamia che nascono i primi interessi per le scienze astronomiche, e i babilonesi fecero scuola in questo ambito. Non a caso furono i primi a utilizzare una meridiana; aveva la forma di un orologio solare moderno, il polosQuesto strumento riproduceva al rovescio il cammino del sole: su di una pietra su cui era scavata una semisfera, era posto al centro uno stilo, che termina sul punto centrale della calotta. Una minuscola sferetta proietta la sua ombra sulla superficie della calotta, simulando la posizione del Sole sulla volta celeste. Innanzitutto bisogna dire che la misura del tempo nella civiltà babilonese era nettamente basata su calcoli matematici, infatti le loro previsioni solo in parte attingevano o cercavano riscontro nelle osservazioni visuali o, perlomeno, presupponevano una notevole speculazione matematica a partire da esse. Infatti sono stati proprio gli studi babilonesi sulla astronomia di posizione che hanno permesso di gettare le basi fondamentali della moderna ricerca. Il computo del calendario era comunque affidato a pochi, come in molte altre civiltà antiche, spesso a sacerdoti – astronomi.

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Nel calendario babilonese si alternavano mesi pieni (30 giorni) a mesi difettivi (29 giorni), per un totale di 354 giorni. Ogni anno il calendario babilonese precedeva il ciclo solare di 11 giorni. Questo rappresentava un problema per la consuetudine alle attività agricole (caratterizzate dalla raccolta dell’orzo in primavera e del dattero in autunno nonché dall’alzarsi del livello dell’acqua nei fiumi in primavera) e alla pastorizia. Così ogni 3 anni era necessario aggiungere un mese (11 giorni l’anno x 3 anni = 33 giorni, poco più di un mese) per tornare in sincronia con le stagioni. Il primo giorno del mese, chiamato neomenia, corrispondeva alla prima apparizione della falce di luna a ovest poco dopo il tramonto del sole; il giorno cominciava quindi alla sera. Nei periodi più antichi per determinare la neomenia si dipendeva dall’osservazione visuale; l’inizio del mese poteva slittare anche di due giorni, dipendeva principalmente dall’altezza della luna sull’orizzonte al momento del tramonto del sole: maggiore era questa altezza, maggior tempo occorreva prima che anche la luna tramontasse. Poteva capitare che il calendario finisse per essere indietro rispetto alla luna osservata e si doveva quindi procedere a qualche correzione, sempre ufficializzata dal re. Sembra comunque che i mesi con 31 giorni furono solo 20, che il 47% dei mesi abbia avuto 29 giorni, mentre il restante 53% 30 giorni. L’alternarsi fra mesi di 29 e 30 giorni era abbastanza irregolare e non facilmente prevedibile.

Il Calendario Greco

Il primo a mettere per iscritto il calendario fu il poeta greco Esiodo in un poemetto intitolato “Le opere e i giorni”, che risale a circa 2.800 anni fa. Esiodo prese in esame il calendario orale usato sin dall’antichità nel Peloponneso, presentandolo come un ciclo di trenta giorni fausti e infausti, di auspici e cerimonie sacre: elenca infatti i giorni santi, le feste, i giorni nefausti – per esempio la nascita di una bambina, la castrazione di pecore e tori ecc.

Esiodo descrisse il calendario anche per invitare i greci a seguire le antiche regole del tempo e del dovere : la più importante guida per ciò che riguarda il tempo, secondo Esiodo, è la Luna. Il poemetto inoltre voleva essere una guida pratica all’organizzazione del tempo; Esiodo si riferisce in questo caso al più semplice degli orologi naturali di cui l’uomo dispone: la successione di giorni e notti, che, tramite le rispettive durate, nel volgere dell’ anno offre una rudimentale guida alle stagioni. I greci ripresero dagli egizi l’utilizzo dei segni zodiacali, modificando però i nomi e alcuni simboli: da allora non sono più stati cambiati. Immagine di Fanes, Dio della luce, al centro di un ellisse istoriale con i segni zodiacali. I segni nella figura hanno assunto la forma definitiva nel V sec. a.C. e sono stati adottati da tutto il mondo occidentale. Il calendario greco era un calendario lunisolare.

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L’Anno Romano primitivo (Anno Romuleo) comprendeva 304 giorni ed era suddiviso in 10 mesi (4 mesi di 31 giorni e 6 mesi di 30 giorni). La suddivisione in soli 10 mesi può essere dovuta al fatto che trascurasse i due mesi più freddi in cui non si svolgevano lavori nei campi. Dopo un po’ i romani si resero conto della poca adattabilità del calendario, troppo breve. Tra l’VIII e il VII secolo a.C. venne fatto il calendario lunare di dodici mesi, attribuito al secondo re di Roma Numa Pompilio, che i Romani usarono fino al 46 a.C. Il calendario venne associato al moto della Luna, per cui l’anno fu portato a 355 giorni. L’inizio del mese cominciava con la Luna nuova. Questo giorno era chiamato Calendae (dal latino calare = chiamare a raccolta, convocare), che ha dato poi il nome al calendario“. In quel giorno il Pontifex Minor (i pontefici, nella Roma antica, erano coloro che avevano il compito di conservare e interpretare le tradizioni giuridico-religiose) convocava il popolo sul colle Capitolino per annunciargli il principio del mese. L’anno cominciava a Marzo. I mesi potevano essere di 29 o 30 giorni. I mesi avevano il seguente significato : 

Martius                   dedicato a Marte, dio della guerra
Aprilis                     da “aperire“, dedicato all’agricoltura ( mese in cui si aprono le gemme)
Maius                      dedicato a Maia
Junius                     dedicato a Giunone, regina dei Romani
Quintilis                 da quintus, quinto mese
Sextilis                    da sextus, sesto
September             da septem, sette
October                  da octo, otto
November             da novem, nove
December              da decem, dieci
Januarius             dedicato a Janus, Giano
Februarius       dedicato a Februus, il dio dei morti. Questo di origine etrusca “februa“, cioè cerimonie purificatrici.

Ogni mese era costituito da 3 parti: le Calende che rappresentavano il 1° giorno del mese, le None il 5° giorno (mese di 29 giorni) o 7° giorno (mese di 31 giorni) del mese, le Idi il 13° giorno (mese di 29 giorni) o 15° giorno (mese di 31 giorni) del mese.
– Le Idi (dal latino idus, parola di etimologia incerta), erano i giorni che dividevano il mese in due parti quasi uguali. Poiché questi giorni, nell’antico calendario lunare dei Romani, coincidevano con il plenilunio, e quindi con le notti più luminose, forse il termine idus deriva da dies (giorno) e la consacrazione di questi giorni a Giove, padre di Apollo, dio della luce, ne darebbe ulteriore conferma.
– Dalle Calende alle None le date venivano espresse dal numero di giorni che dovevano trascorrere prima di arrivare alle None;
– Dalle None alle Idi le date venivano espresse dal numero di giorni che dovevano trascorrere prima di arrivare alle Idi;
– Dopo le Idi le date erano espresse dal numero di giorni che dovevano trascorrere fino alle calende del mese successivo.
Inoltre, il giorno che precedeva le Calende, le None o le Idi si chiamava Vigilia. L’Antivigilia, invece di portare il nome di secondo giorno prima delle Calende, delle None o delle Idi , si chiamava terzo giorno prima, e così di seguito con un errore costante di un’unità. Per esempio, l’11 gennaio era il 3° giorno prima delle Idi di gennaio (13 gennaio).
Nei mesi di 29 giorni vi era una classificazione di questi : i giorni feriali erano detti Fastus, i giorni festivi Nefastus, i giorni per le feste pubbliche erano detti Nefastus purus, i giorni per i comizi e le assemblee erano Comitilias, i giorni atti al culto si dicevano Endotercisus . La settimana durava 8 giorni, il primo dei quali chiamato novendinae e nundina : era il giorno del mercato. Per quanto riguarda il giorno, i romani utilizzavano divisioni del tempo molto semplici. Il giorno si divideva in ore : tertia, sexta, nona, duodecima, mentre la notte si divideva in ore vigiliae. Il periodo che andava dalle 8 alle 9 era chiamato mane, il mezzodì era chiamato meridies, il tempo del tramonto era chiamato vespera, il tempo di dormire era chiamato “concubium mentre il mattino era chiamato gallicinum.

I singoli anni erano identificati dal nome dei consoli (la cui carica era appunto di durata annuale); la numerazione ab Urbe condita (“a partire dalla fondazione di Roma” che avvenne secondo Varrone nel 753 a.C.) fu introdotta in seguito (circa I sec. a.C.) e usata soprattutto nella compilazione dei Fasti. I romani non ebbero mai seri interessi di tipo astronomico e calendariale, lo dimostra sia il fatto che la creazione del calendario giuliano sarà affidata a un egiziano, sia che gli orologi solari, pur se diffusi nell’antica Roma, non furono mai inventati dai romani stessi.

Risultato immagini per lo scafo antico orologio greco)

Lo scafo, orologio formato da una cavità emisferica scavata nella pietra, era lo strumento più diffuso in Grecia e fu uno dei primi che vennero introdotti in Italia e costruiti in vere e proprie officine nelle quali venivano fatti numerosi orologi solari. Valerio Messala, portò da Catania a Roma, nel 163 a.C., una meridiana che fu collocata pomposamente nel Foro. Progettata naturalmente per la latitudine della Sicilia non poteva che dare delle indicazioni inesatte, eppure i romani, senza farci gran caso, la usarono per quasi un secolo finché nel 164 a.C. il censore Marco Filippo non ne fece erigere un’altra calcolata proprio per la latitudine di Roma.

Gli orologi solari che furono utilizzati nelle varie città e ville dell’impero, e che avevano diverse provenienze, costituivano dei veri e propri “status simbol” per la gente ricca. Attorno al 50 d.C. pare esistessero ben 13 modelli differenti di orologi ma il mezzodì veniva annunciato da un araldo dei consoli, con un metodo di antica origine. In epoca romana apparvero anche numerosi orologi metallici. I gromatici dell’antica Roma quando dovevano tracciare il reticolato, seguivano precise regole d’orientamento e, pur dovendo fissare per esempio il “cardo” esattamente nella direzione nord-sud, si basavano più sulle configurazioni del terreno, che su regole astronomiche, che generalmente ignoravano. Un importante e colossale orologio solare orizzontale fu costruito in Roma nel Campo Marzio da Facundus Novus nel 9 a.C. con lo scopo di celebrare l’anniversario della nascita di Augusto. La meridiana di Augusto, resa inservibile da inondazioni e da terremoti, fu restaurata attorno all’80 d.C., ma successivamente il grande quadrante solare fu sepolto a causa di inondazioni e di interramenti. Il gigantesco quadrante che misurava forse 80 x 180 metri e che purtroppo ha avuto poca durata, rappresenta l’apice della gnomonica romana. L’organizzazione del calendario annuale era di mesi di 29 e 30 giorni, alternati. Poiché l’anno, rispetto all’anno solare, perdeva 10 giorni; per compensare questa differenza si ricorreva all’intercalazione di un mese straordinario di 22 o 23 giorni ogni due anni; il mese era noto come Mercedonio. Il calendario di Numa subì molti aggiustamenti nel corso dei secoli: Febbraio sarebbe stato inizialmente posto dopo Risultati immagini per calendario di NumaDicembre e solo dal 449 a.C. dopo Gennaio, per motivi di organizzazione militare. Così l’undicesimo e il dodicesimo mese divennero rispettivamente il primo e il secondo mese dell’anno. In questo modo, il mese dedicato a Giano (gennaio), il dio che veniva rappresentato bifronte perché presiedeva gli ingressi, diventava il più adatto a chiudere la porta del vecchio anno e ad aprire quella del nuovo. Inoltre l’intercalazione del mese Mercedonio, avvenuta inizialmente come raffigurato nella tabella, sarebbe poi stata cambiata diverse volte. Si provò infatti a inserirla in un ciclo di 24 anni diviso in tre di 8 anni, con intercalazione negli anni pari alternata di 22 o 23 giorni, salvo negli ultimi otto anni che hanno solo intercalazioni di 22 giorni, con il 24° anno che non ha intercalazioni. In tal modo la durata media dell’anno si riduceva a 365,6 giorni, abbastanza vicina alla durata media dell’anno tropico. Ma a lungo andare neppure il ciclo funzionò, e i Romani si rivelarono incapaci di far coincidere l’anno civile con le stagioni. Dopo vari tentativi di aggiustamento, il collegio dei pontefici ottenne di diritto di conferire al mese intercalare una lunghezza che si adattasse alle circostanze. Il calendario diventò allora un mezzo di corruzione e di frode. Abusando del proprio potere, i pontefici allungavano o accorciavano l’anno a seconda che volessero favorire o meno i consoli al potere o i loro successori. Si arrivò ad un ritardo di circa 3 mesi rispetto al ciclo delle stagioni. Si imponeva la necessità di una riforma, ma bisognerà aspettare il 46 a.C., quando Giulio Cesare si occuperà di riformulare il calendario, chiamandolo calendario Giuliano.

Il calendario Giuliano

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La grande confusione che si era creata nel calendario romano spinse Giulio Cesare (il quale aveva un forte interesse per l’astronomia) nel 46 a.C., corrispondente all’anno 708 a.U.c. (ab Urbe condita), a chiedere aiuto agli egiziani per mettere ordine al proprio calendario. Nel 46 a. C. il calendario romano risultava spostato di 3 mesi rispetto al calendario solare, nel senso che la primavera capitava a Gennaio, in pieno inverno, anziché a Marzo. Così il sesto mese prese il nome di Augustus. Ma poiché conteneva solo 30 giorni, e poiché a Giulio Cesare era stato attribuito il mese di Luglio con 31 giorni, il popolo per non fare parzialità, nell’anno 7 a.C. del nuovo calendario Giuliano, diede ad Augusto la possibilità di modificare il suo mese (Agosto) portandolo così a 31 giorni, modificando l’alternanza originale dei 31 e 30 giorni. Con questa modifica Settembre passò a 30 giorni , Ottobre a 31 e così via fino a Febbraio che passò agli attuali 28 giorni o 29 giorni, negli anni bisestili. Dopo 36 anni erano stati così intercalati 12 anni bisestili invece di 9. Per rimediare all’errore, che aveva già provocato uno sfasamento di 3 giorni, Augusto ordinò che fosse sospesa l’intercalazione del giorno bisestile fino all’anno 8, che risulta quindi essere il primo anno bisestile dell’era cristiana. Gli anni bisestili del Calendario Giuliano erano tutti quelli le cui ultime due cifre erano divisibili per 4. Con questa ripartizione il Calendario Giuliano si ripeteva in modo identico ogni 28 anni, seguendo così il Ciclo Solare. La riforma giuliana venne finalmente applicata correttamente solo a partire dall’anno 5 d.C.

Era Cristiana

Il primo ad usare tale era fu il monaco Dionigi il Piccolo che intorno all’anno 525 calcolò che Gesù Cristo fosse nato il 25 Dicembre dell’anno 753 ab Urbe Condita (cioè anno della fondazione della città), e ritenne che gli anni dovessero essere contati da questo evento, fondamentale per la religione cristiana, e non dalla fondazione di Roma o dall’inizio del regno di Diocleziano come usava allora.

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Dionigi non conosceva il numero zero che fu introdotto molti secoli dopo e quindi conteggiò l’anno 754 di Roma come primo dell’era cristiana (1 DC dopo Cristo o 1 AD Annus Domini per gli anglofoni). Si ritiene oggi che i calcoli di Dionigi fossero sbagliati visto che secondo la cronologia moderna Erode il grande sarebbe morto nel 750 di Roma, cosa evidentemente incompatibile con il racconto evangelico della strage degli innocenti. La data di nascita di Gesù andrebbe quindi retrodatata all’anno 6 o 7 a.C.
La cronologia di Dionigi non ebbe un successo immediato; solo nell’VIII secolo gli anglosassoni iniziarono a usarla; dal IX secolo cominciò ad essere usata dalla Chiesa di Roma, e solo dal 965 ufficialmente dalla cancelleria pontificia (papa Giovanni XIII).  Molto posteriore sembra sia stata l’idea di usare l’era cristiana anche per gli anni avanti Cristo.

Il calendario Gregoriano

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Purtroppo con il passar dei secoli ci si rese conto che l’Anno Giuliano portava lentamente ma inesorabilmente ad un anticipo dell’inizio della primavera : Infatti la primavera del 1.582 iniziò l’11 marzo invece del consueto 21 marzo. Per questa ragione, dopo molti studi, la commissione che doveva riformulare il calendario approvò un progetto, e Papa Gregorio XIII diede l’incarico all’astronomo calabrese Aloisius Lilius di riformare il calendario, per riportare l’inizio della primavera al 21 Marzo, e anche per avere la data della Pasqua sempre alla prima domenica dopo il plenilunio di primavera ( è infatti l’unico evento del nostro calendario che è rimasto legato al ciclo lunare). Il progetto di Giglio consisteva nel saltare 10 giorni in modo da riportare l’equinozio al 21 Marzo, e senza saltare la successione dei giorni della settimana; l’operazione ebbe luogo il 4 Ottobre del 1582; il giorno dopo fu il 15 Ottobre! Le novità di questo calendario sono:
– Gli anni secolari (ovvero divisibili per cento) non sono più bisestili.
– Gli anni secolari divisibili per 400, come il 1600 o il 2000, sono invece di nuovo bisestili, e la durata media dell’anno gregoriano viene così ad essere di 365.2425, un valore ancor più vicino alla durata dell’anno tropico. Vi è dunque ancora una piccola imprecisione in questo calendario, ma perché la cosa dia luogo alla perdita di un altro giorno ci vorranno più di 3000 anni. Piano piano il calendario gregoriano venne accettato da molti Paesi. Il primo fu la Germania, nel 1775, poi nel 1752 la Gran Bretagna e le colonie americane; nel 1873 il Giappone, nel 1917 la Russia (ma qui è ancora utilizzato quello giuliano per le feste liturgiche), e infine nel 1949 la Cina. Considerato che questo è il calendario più diffuso almeno in Occidente, porto l’elenco delle maggiori feste civili di tutti i Paesi Occidentali :
– la Giornata internazionale della donna (8 marzo);
– la Giornata internazionale dei lavoratori (1° maggio);
– l’Anniversario della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo (10 dicembre);
– l’Anniversario della Convenzione internazionale sui diritti dell’infanzia (20 novembre).
All’interno di questo calendario possono trovare posto antiche tradizioni popolari come il Carnevale (nel mese di febbraio) o più moderne ricorrenze in qualche modo legate alla civiltà dei consumi (per esempio le feste del papà e della mamma). Le ricorrenze e le festività civili nella cultura laica si affermano in Europa a partire dall’epoca moderna, insieme alla sempre più diffusa consapevolezza dei diritti civili, politici e sociali e al progresso scientifico e tecnologico.

Introduzione del Fuso Orario

Nell’età Contemporanea per gli usi civili è stato adottato il Tempo Civile di Zona che è un tempo solare uguale in ogni località compresa tra due meridiani geografici, separati in longitudine di 15° o, il che è equivalente, a un’ora. Questa fetta di superficie viene denominata Fuso Orario.

Orologio Atomico a fontana di Cesio

Si può dire che l’orologio atomico e’ un dispositivo elettronico che misura il tempo contando le oscillazioni dell’atomo. Fino alla prima meta’ del 1900, le misure di tempo col maggior grado di precisione venivano effettuate per mezzo di osservazioni astronomiche. Questa situazione cambio’ nel 1955, quando venne realizzato il primo orologio atomico al cesio, dopo due decenni di ricerche in diversi laboratori scientifici.

Oggi esistono diversi tipi di orologi atomici basati su diversi elementi naturali come il cesio e l’idrogeno, che hanno differenti principi di funzionamento. Tutti, pero’, sfruttano la comune proprietà che hanno gli atomi, se posti in opportune condizioni, di assorbire ed emettere radiazioni elettromagnetiche ad una sola frequenza estremamente stabile nel tempo. Considerando che nel 1.650 lo scarto giornaliero di un pendolo era di circa 10 secondi, oggi con i più moderni orologi atomici a fontana di Cesio tali scarti si sono ridotti a un decimiliardesimo di secondo o in altri termini ad 1 secondo ogni 3 milioni di anni.

Brani tratti da: “La misura del tempo nella storia dell’umanità”  web.arte.unipi.it/salvatori/didattica/vecchiprog/storiadeltempo/opuscolo.htm 

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Altri calendari

Ancora ai nostri giorni i cristiani copti dell’Egitto basano il loro Calendario sull’anno di Diocleziano (I anno del suo regno 284 d.C.) di conseguenza per loro il 2000 è il 1716.

Non si creda che il 25 dicembre sia anch’esso il risultato di un calcolo o un riferimento sicuro. Al contrario. In questo giorno sappiamo che vi era un appuntamento nel calendario civile romano (il censimento).

L’imperatore Aureliano introdusse nel 274 della nostra era, fissandola appunto il 25 dicembre, la celebrazione del “Sol Invictus”, quale fine del solstizio invernale. Quasi sicuramente la festa derivava dal culto di Mitra.

Clemente Alessandrino, uno dei Padri della Chiesa più colti, scrive in una sua preziosa opera: “Stromata” che il giorno dovette essere o il 25 Pochon (ovvero il 20 maggio) o il 15 Tybri (il 10 gennaio) o ancora l’11 Tybri (che coincide con l’Epifania). Ma le ipotesi sono infinite.

Sant’Agostino nei “Sermones” accetta il 25 dicembre. Il calendario, così come noi lo intendiamo, è una conquista medievale. Soltanto in questo periodo cominciò a essere considerato come quel complesso di regole utili per ripartire il tempo.

Per i romani il “Calendarium” era il libro in cui i banchieri dell’epoca registravano gli interessi sulle somme prestate che maturavano il primo giorno di ogni mese (“Kalendae” primo giorno).

Nell’antichità la settimana come le altre divisioni del tempo era in uso a Babilonia e si diffuse nel mondo ellenistico prima della nostra era chiamando i singoli giorni con i nomi dell’astrologia greco-egiziana (sono ancora quelli in vigore presso di noi, esclusi il sabato e domenica).

Gli Aztechi concepivano un anno di 365 giorni, ma lo dividevano in 18 periodi di 20 giorni ognuno più 5 giorni aggiunti considerati infausti. Ai 18 segmenti di tempo corrispondevano altrettante feste. Capodanno era di maggio.

Il calendario iranico seguito nell’Avesta ha un anno di 12 mesi di 30 giorni, alla fine vengono aggiunti i 5 giorni mancanti.

E’ quasi certo che il calendario egiziano risale al periodo preistorico. In ogni caso sappiamo che in Egitto la scansione del tempo poteva tener conto di due avvenimenti periodici: il massimo dell’inondazione del Nilo e il sorgere della stella Sirio.

Risultati immagini per calendario egizioCalendario egizio

Il primo fenomeno era solito capitare tre giorni dopo il solstizio d’estate (in quei tempi era tra la fine di luglio e i primi di agosto); il secondo a una latitudine come quella di Menfi, si poteva osservare nel crepuscolo mattutino del 19 luglio.

A Roma vi è il primo calendario che prende il nome da Romolo e che risulta di 10 mesi composti da 30 e 31 giorni per un totale di 304 giorni. Oggi gli storici la considerano una leggenda forti del fatto che anche Macrobio nei “Saturnalia” parla di un anno composto da 12 mesi al tempo del mitico fondatore. Nel 46 a.C. avvenne la riforma di Giulio Cesare.

Con la bolla “Inter gravissimas” dal 13 febbraio 1582 papa Gregorio XIII promulgò la riforma del calendario a tutto il mondo.

Risultati immagini per calendarium libro dei banchieri

Si deve tener conto del fatto che non tutti accettarono – Rodolfo II di Germania decise di renderlo attivo solo dal 4 settembre 1583. La parte protestante della Germania invece non ne voleva sapere. Ci fu una parziale accettazione nel 1700, e nel 1775 venne applicata interamente. Così fece la Gran Bretagna. Respinse la deliberazione papale e accettò il calendario gregoriano soltanto nel 1752 (in questo anno si adeguarono anche le colonie americane). Il Giappone aderì al calendario gregoriano nel 1873. La Cina nel 1949. La Russia nel 1917.

Nel mondo c’è oggi chi conteggia gli anni tenendo conto delle regole islamiche (il computo comincia nel 622, quando avvenne “l’emigrazione” o “egira” di Maometto dalla Mecca a Medina), o preferisce il conteggio ebraico, o quello buddhista, ovvero ritiene che il 2000 sia il 5760 o il 2544.

In realtà l’era tecnologica ha lasciato alle spalle queste congetture, anche se le rispetta e utilizza la cronologia di Dionigi il Piccolo come riferimento privilegiato. Il naturalista svedese Linneo nel 1756, dopo aver compiuto attente osservazioni, pubblicò un calendario in cui ogni giorno dell’anno era abbinato, al posto del santo, un fiore che sboccia in quella data, oppure una indicazione relativa a partenze o arrivi di uccelli migratori, o la muta delle piume di taluni volatili, o ancora alcuni accoppiamenti di pesci, o lavori agricoli. Cambiò il nome ai mesi, adattandoli al ciclo delle stagioni: così gennaio diventò glacialis, agosto fu chiamato messis, fino a dicembre che si chiamò brumalis. L’idea ebbe successo e non pochi calendari della seconda metà del Settecento la imitarono. Nacque una vera e propria gara nel registrare i fenomeni naturali; soprattutto in Inghilterra il sistema piacque molto, forse perché era ispirato alla realtà e non alla santità. Fu questa la base, o l’idea di partenza, che informò il Calendario rivoluzionario francese.

Risultati immagini per calendario rivoluzione franceseAnche in tal caso si cercò di mettere in pratica una vera e propria rottura con la tradizione cristiana. E si volle, o forse si sperò di fare qualcosa in più “livellando” il sistema di divisione del tempo, cosi come si era fatto con le unità di misura.del resto, fu un merito della rivoluzione l’aver introdotto in Francia il sistema metrico decimale. La nuova Era repubblicana – il re era stato ghigliottinato il 21 gennaio 1793 – si ritenne di farla cominciare dal 22 settembre 1792, che era anche il giorno della proclamazione della repubblica oltre che il vero equinozio d’autunno a Parigi. Inoltre il nuovo calendario conservava i 12 mesi, tutti rigorosamente di 30 giorni. Le settimane furono abolite e si sostituirono con tre decadi. I mesi cambiarono nome. In un momento iniziale si pensò di chiamarli semplicemente “primo”, “secondo” ecc. poi Fabre d’Englantine suggerì di identificarli con una terminologia più realistica e più vicina alla natura.
Ecco allora che:
dal 22 settembre era “Vendemmiaio
dal 22 ottobre             “Brumaio
dal 21 novembre        “Frimaio
dal 21 dicembre         “Nevoso
dal 20 gennaio           “Piovoso”
dal 19 febbraio           “Ventoso”
dal 21 marzo              “Germile”
dal 20 aprile              “Fiorile”
dal 20 maggio           “Pratile”
dal 19 giugno            “Messidoro”
dal 19 luglio              “Termidoro”
dal 18 agosto            “Fruttidoro”
(il calcolo è stato fatto nel 1792-1793, anni non bisestili).
Sino al 1799 protagonisti di quel periodo come Robespierre o Babeuf, lo rispettarono e lo utilizzarono.  Ma il 18 Brumaio 1799 (novembre) Napoleone attua un colpo di Stato e rovescia il Direttorio. La repubblica è finita, viene promulgata la Costituzione dell’anno VIII che, di fatto, istituisce la dittatura personale di Bonaparte, proclamato Primo console. Dopo il concordato e la legge del 1802 sulla riorganizzazione dei culti – intanto Napoleone è proclamato console a vita – la domenica fu ripristinata; anzi dal 13 Fiorile, ovvero il 3 maggio di quell’anno venne indicata come il giorno per le pubblicazioni matrimoniali. E si andò avanti per poco: sino al 15 Fruttidoro del XIII anno, cioè il 2 settembre 1805, allorché si presentò al senato una proposta per ritornare al vecchio calendario gregoriano. Finì l’anno, e con il 1° gennaio 1806 il calendario repubblicano si trasformò in un ricordo. Questo fu l’ultimo grande tentativo della storia di dare una interpretazione politica nuova alla misurazione del tempo.

Il NUOVO ANNO
2000 a.C. – Babilonia

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Il Nuovo Anno è la più antica e universale di tutte le festività. Stranamente, la sua storia inizia in un periodo in cui non esisteva ancora un calendario annuale. Era il periodo compreso tra la seminagione e la raccolta delle messi che rappresentava un “anno” o “ciclo”. La prima festa di capodanno di cui si abbia notizia ebbe luogo nella città di Babilonia, le cui rovine si ergono presso la moderna città di al-Hillah, in Iraq. Il Nuovo Anno si celebrava alla fine di marzo, all’equinozio di primavera, quando la bella stagione era alle porte e i festeggiamenti duravano undici giorni. Un alto sacerdote dava inizio agli eventi; si alzava due ore prima dell’alba, si lavava nelle sacre acque dell’Eufrate, poi levava un inno al dio più importante della regione, quello dell’agricoltura, Marduk, pregando per un nuovo ciclo di abbondanti raccolti. La groppa di un ariete decapitato veniva strofinata contro le pareti del tempio per assorbire qualunque contagio potesse infettare l’edificio sacro e, di conseguenza il raccolto del nuovo anno. La cerimonia veniva chiamata kuppuru, un termine che comparve presso gli ebrei più o meno alla stessa epoca, nel giorno della festa della Conciliazione, Yom Kippur.

Come sia potuto succedere che l’Anno Nuovo, che era essenzialmente un’occasione derivante dalla seminagione, si sia spostato dall’inizio della primavera al culmine dell’inverno, si spiega con una storia strana e complicata, che abbraccia due millenni. Da un punto di vista astronomico e agricolo, gennaio è un momento decisamente pessimo per iniziare simbolicamente il ciclo del raccolto, o nuovo anno. Il sole non si trova in una posizione propizia, come accade invece negli equinozi di primavera e di autunno e nei solstizi d’inverno e d’estate, i quattro eventi solari in cui avvengono i cambi di stagione.

Lo spostamento di questa festività ebbe inizio con i romani. In base a un antico calendario, i romani festeggiavano il 25 marzo, l’inizio della primavera, come primo giorno dell’anno. Gli imperatori e i funzionari di rango, tuttavia, alterarono a più riprese la durata dei mesi e degli anni per estendere i periodi durante i quali dovevano restare in carica. Nel 153 a.C., le date del calendario erano talmente sfasate rispetto ai riferimenti astronomici, che il senato romano, per rimettere a posto le varie pubbliche ricorrenze, proclamò come inizio dell’anno nuovo il 1° gennaio. Per risistemare il calendario al 1° gennaio, nel 46 a.C., Giulio Cesare dovette lasciare che l’anno si trascinasse per 445 giorni, valendogli il soprannome storico di “Anno della Confusione”. Il nuovo calendario di Cesare, eponimo, venne chiamato calendario Giuliano. Dopo la conversione dei romani al cristianesimo, nel IV secolo, gli imperatori continuarono a organizzare festeggiamenti per l’anno nuovo. La Chiesa cattolica nascente, tuttavia, iniziò ad abolire tutte le usanze pagane (ovvero non cristiane), condannò tali usanze come scandalose e proibì ai cristiani di prendervi parte. Mano a mano che la Chiesa annoverava un numero sempre maggiore di convertiti e guadagnava potere, organizzò strategicamente le proprie festività cristiane, per competere con quelle pagane, e, a dire il vero, s’impadronì dell’idea da cui queste ultime erano nate. Per rivaleggiare con il 1° gennaio, la Festa della Circoncisione di Cristo, che viene ancora osservata da cattolici, luterani, membri della Chiesa Episcopale, e da molte sette ortodosse orientali. Durante il Medioevo, la Chiesa si mantenne così ostile nei confronti del vecchio Anno Nuovo pagano, che nelle città e nei paesi in prevalenza cattolici, tale pratica svanì completamente. Riemerse poi periodicamente, e in tali occasioni capitava che cadesse in qualsiasi momento. In un certo periodo durante l’alto Medioevo, dall’undicesimo al tredicesimo secolo, gli inglesi celebrarono l’Anno Nuovo il 25 marzo, i francesi la domenica di Pasqua e gli italiani il giorno di Natale, e poi il 15 dicembre; soltanto nella penisola iberica veniva osservato il 1° gennaio. Soltanto negli ultimi quattrocento anni il 1° gennaio è stato ampiamente accettato da tutti.

ANNO BISESTILE

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Superstizioni dicono che quel giorno in più, il giorno bisestile, sia nefasto. Che l’intero anno porti male, come tutte le anomalie in natura. Ma nulla di memorabile e di nero ha mai confermato il sospetto. Come se la stravaganza di un numero non fosse convenzione umana, artificio contabile d’inchiostro ma il segno del destino. In verità il male, anche quello catastrofico delle profezie, si è sempre equamente distribuito sulla superficie dei giorni. Dai tempi imprecisi del primo calendario conosciuto, l’osso d’aquila ritrovato presso il villaggio di Le Placard, vecchio di 13.000 anni, dove l’uomo neolitico, di un clan probabilmente nomade, ha inciso le tacche delle fasi lunari.È la luna, con le sue notti periodiche, la falce che diventa piena e poi scompare, il modo più immediato e perciò più antico, di calcolare il misterioso flusso del tempo. La scienza nasce da quei calcoli. E tutti gli dei si ergono da quelle immense ricorrenze di stelle all’orizzonte e di costellazioni che sorgono e scompaiono secondo un disegno sconosciuto, ma incontrovertibile, come fa il destino quando si svela.
– Per i popoli nomadi la notte è la prima tavola su cui contare il tempo.
– Per le comunità stanziali lo è il sole che fa germogliare i campi oppure li rende sterili.
– Gli egizi, nei loro calendari aggiungono le inondazioni del Nilo.
– Gli Aztechi, il fuoco dei vulcani.

Per tutti il tempo è una freccia che viaggia in una sola direzione, dal seme, al frutto, alla polvere. Il passato non torna, se non nei sogni e nella nostalgia. Il presente ci scappa come la sabbia tra le dita. Il futuro è incalcolabile nonostante i numeri, nonostante la scrittura, nonostante la fede che ci promette un aldilà perpetuo, capace di sconfiggere il tempo, l’eternità della morte. Il tempo è la nostra lotta perpetua. Non per nulla la fibra dei nostri calendari viene dal più grande condottiero romano, Giulio Cesare, che conquistò il mondo conosciuto, e poi da un papa guerriero, Gregorio XIII, anno 1582, che masticava bacche di ginepro, faceva strage di Ugonotti, soffriva di insonnia, “teneva in gran parsimonia il tempo, di tutte le cose la più preziosa”.

L’anno solare era già la misura della vita degli uomini e di tutte le cose. Diviso in dieci mesi fino a Tito Livio. Diviso in 365 giorni, ma con quella imperfezione di quasi sei ore che Sosigene, l’astronomo, calcolò di aggiustare una volta ogni quattro anni. Infilando quel giorno in più tra il 23 e il 24 febbraio, chiamandolo “bis sexto antes kalenda martias”, due volte il sesto giorno prima del primo marzo. Giorno bisesto, per l’appunto. Cesare promulga il tempo nuovo. Il calendario diventa “Giuliano”. In suo onore si nomina il settimo mese. E per suo volere il Capodanno si sposta al primo giorno di gennaio.

Tre secoli dopo, Costantino, che si proclama imperatore per volontà di Dio e che alla spada romana affianca la croce, introduce la settimana, dedicando la domenica alla preghiera, ma non ancora al riposo. La preghiera si avvera. La Chiesa romana si impadronisce del tempo. Fissa al 6 gennaio la nascita di Gesù. Poi la retrocede al giorno sacro del culto di Mitra, la festa del sole, che in tutto l’impero cade il 25 dicembre. Inglobandola la cancella per sostituirla col Natale. Inizia da quella nascita la numerazione del tempo. Il matematico Dionigi nomina Uno quell’anno, non conoscendo lo Zero. Tutte le festività diventano cristiane. Ma l’imperfezione dei calcoli resta umana. Come lo sono le conseguenze dell’errore, undici minuti non contabilizzati ogni anno. Per questo Gregorio XIII, padrone del suo tempo, consulta i più grandi matematici, i signori di tutti i calendari, confronta le misurazioni astronomiche, accerta lo scarto accumulato che fa cadere l’equinozio di primavera non più il 21, ma l’11 marzo, in anticipo di dieci giorni. Con danni al calendario della fede che fissa la Pasqua dopo l’ultimo novilunio e non ammette deroghe.

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Per questo Gregorio elabora una decisione spettacolare. Nel memorabile anno 1582, il papa impugna lo scettro del tempo e con la bolla “Inter gravissimas” , cancella dieci giorni dal calendario. In una sola notte il mondo cristiano passa dal 4 al 15 ottobre. Propagando stupori, genuflessioni e proteste. Contadini chiedono il risarcimento di quelle ore non vissute, di quei semi non piantati. Le banche non sanno come conteggiare gli interessi sui prestiti. Debitori rifiutano di onorare le scadenze cancellate. I fedeli temono che scompaginando i giorni del calendario, preghiere destinate ad altri santi finiscano inascoltate. A Francoforte scoppiano tumulti. E nelle Fiandre si litiga fino al successivo dicembre, quando la bolla papale viene accolta, e il tempo passa dal 21 al 31 dicembre, cancellando per quella volta il Natale.
In quattro secoli quel calendario diventa universale. Entra in vigore:
– Inghilterra nel 1752.
– In Russia nel 1918.
– Nella Grecia ortodossa nel 1932.
– In Cina si affianca ai suoi anni zoologici.
La persistenza d’altri conteggi – quelli ebraici, islamici, buddisti – consente l’equivalenza degli anni, senza smentire la scansione dei mesi e dei giorni. Si inceppa nella sola Francia di Robespierre e Danton che polverizza la Bastiglia, si impadronisce dello spazio con il calcolo decimale, promette di governare gli uomini in nome di un’era nuova. E perciò anche di un nuovo calendario, affinché il trionfo sia completo, come da allora in avanti faranno altre rivoluzioni, celebrando i giorni della vittoria, prima di insanguinarli.

Il calendario Gregoriano ha unificato il tempo. Introdotto la data. Reso pensabile l’ordine cronologico degli eventi. Lineare. Fino a certe soglie del nostro Novecento, quando il romanzo e la psicoanalisi hanno scoperto che il tempo interiore degli uomini non è affatto unico, ma scorre tra il cuore e la memoria a velocità sempre differenti. Fino a certi calcoli della nuova fisica che lo ha reso infinitamente esatto, secondo le oscillazioni atomiche del cesio, ma ne ha messo in discussione la durata eterna, perché non esisteva un attimo prima del bing bang e prima o poi smetterà di esistere. Sempre che il prima e il poi abbiano ancora un senso. Dicono i matematici dei nuovi calcoli che l’anno gregoriano sia in eccesso di tre millesimi di giorno. E che tra tremila anni ci troveremo con un giorno di troppo, obbligati a ordinare un nuovo anno bisestile alle nostre imperfette procedure. Fatevi un appunto per quel giorno.

In un piccolo tempio di Apollo, nelle sue pareti era posta un’iscrizione oracolare: “Vi sono tempi della vita; a che vanamente, uomo sei ansioso?”. L’agiografo dell’Ecclesiaste che conosce bene la vita ha due vocaboli per distinguere la “stagione” e il “tempo” che schiacciano i giorni dell’uomo. Sono due termini temporali precisi che in traduzione perdono molta efficacia. Egli sceglie “zeman”, ovvero un vocabolo aramaizzante di origine persiana che è il numero di durata, la stagione, l’epoca, se si vuole “l’ora in cui viviamo”. Rappresenta l’aspetto cronologico del tempo (non a caso la versione greca dei Settanta l’ha resa chronos). Decisamente diverso invece, è il secondo termine ‘et, che indica l’occasione favorevole, il tempo opportuno, se si vuole l’attimo fuggente da cogliere (per questo in greco i Settanta lo resero con kairós). C’è quindi un contenitore che suona zeman in cui si agitano tempi ‘et diversi. Se qualcuno ha il coraggio di meditare seriamente sul tempo che si dissolve, senza spaventarsi, senza inutili rincorse, può anche immaginare quella piccola parola circondata, assalita da “atti concreti”. “Che valore ha tutto ciò che si fa con fatica?”.
“Che senso hanno le azioni umane?” Non c’è risposta per l’autore biblico. O almeno non c’è una risposta credibile. Il tempo se ne va, ci avvolge, ci consente di compiere infinite cose, ci illude e ci fa piangere, ci induce a compiere azioni che si contraddicono (la vera logica di Qohèlet è la constatazione dell’incoerenza che domina ogni vita).

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Non riusciamo a fermarlo, nemmeno a capire qual è il motivo che ci spinge a tormentarci, a chiederci i perché, a dibatterci: ma non ci è possibile afferrare il senso, lo jitrôn (senso -valore) di tutto questo. La sapienza per Qohèlet è la vera sconfitta dei tanti sforzi dell’uomo. “Mangiare – bere – godere”, i tre verbi che fanno da rifugio alla tempesta sollevata dalle domande dell’inclemente agiografo, non sono la soluzione ma una sorta di anestetico per passare meglio attraverso la danza dei giorni. “Né di un sapiente né di un idiota avrà memoria il tempo”. Marco Aurelio scrive nei Ricordi: ”Sempre su per giù troverai le medesime cose, di cui sono piene le antiche storie, le medie e le recenti, di cui sono piene le città e le cose, nulla di nuovo, sono sempre le solite ed effimere cose”.

Agostino nel XI libro delle Confessioni: “Posso affermare con sicurezza di sapere che se nulla passasse, non esisterebbe un passato; se nulla sopraggiungesse, non vi sarebbe un futuro; se nulla esistesse, non vi sarebbe un presente”.

Nella Fisica Aristotele da la sua definizione del tempo: “Tempo è il numero del movimento secondo il prima e il poi”.

Il tempo svuota a poco a poco le certezze che accumuliamo. Nel “Papiro Harris 500” un ignoto egizio si lamenta del terribile divoratore che è il tempo, qualche migliaio di anni fa: “Passa un giorno felice, e non stancartene, guarda, non esiste chi sia venuto indietro”.

E con altro tono la medesima cadenza si scopre nel poema epico indiano “Ràmàyana: ”Si rallegrano gli uomini vedendo avvicinarsi una nuova stagione, come se una cosa nuova dovesse sopraggiungere; col volgere delle stagioni si consumano la vita dei viventi”.

Sicuramente dei buoni autori possono lenire, con le loro opere, la sofferenza dei giorni, possono aiutarci a combattere la nostra battaglia con il tempo. Molti scrittori hanno fatto a gara nel maledire la vita e, di conseguenza il tempo. Non ci si vuole arrendere ai giorni che se ne vanno.

Baudelaire scrisse ne: “Lo spleen di Parigi:Per non essere gli straziati martiri del tempo, ubriacatevi senza posa! Di vino, di poesia o di virtù: come vi pare!”. Ci invita a ubriacarci per sopportare il tempo. Abbiamo inventato una serie di marchingegni sempre più complessi e con un solo scopo: ipnotizzare i sensori della nostra vita perché non vedano quello che ci attende. Ci divertiamo, ci ubriachiamo, amiamo, ci arricchiamo, cerchiamo gloria e potere, ogni tanto anche l’immortalità: ma tutti questi verbi ben declinati sono soltanto un anestetico che utilizziamo per trascorrere i giorni. Ma la battaglia di ogni esistenza contro il tempo passa per questa via.

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Dobbiamo illuderci per non disperarci. L’orologio della nostra vita comincia a ritmare i secondi dopo il primo vagito e ha già un’ora fissata. Per uscire da questa cupezza c’è la fede, la religione. La fede in Dio non è semplicemente un anestetico per vivere, ma una ragione di vita; non è una delle tante illusioni, ma è un investimento. Pascal disse: ”Se Dio c’è guadagni tutto, se non c’è hai comunque vissuto bene e con speranza”. Voleva probabilmente offrire un’assicurazione sulla vita a ogni uomo e non un illusione. L’illusione ci addormenta momentaneamente ed è uno sciupio di tempo, mentre la religione rende sereni.

Il tempo è una truffa ai danni della vita. L’uomo è gabbato dal tempo e non può ricambiargli l’offesa. La deve subire e ci si deve difendere. Inutile anche lodare il passato, piangere il presente e temere l’avvenire, perché questi atteggiamenti sono un’altra occupazione che fa perdere tempo. Cechov: “Là dove noi non siamo si sta bene”. Marziale nei suoi Epigrammi: “Ammiri solo gli antichi, Vacerra, e lodi i poeti solo se sono già morti. Scusami, Vacerra, ma non vale la pena, che io, per piacerti, muoia”. Aveva ragione Proust nel sostenere che i veri paradisi degli uomini sono quelli che si sono perduti.

Quando si acquistano prodotti di bellezza si acquistano solo apparentemente tali prodotti, in realtà si compera un po’ di bellezza, ovvero si cerca un sottile compromesso con il tempo. Si cerca semplicemente di trattenere tutti i possibili attimi fuggenti. Ogni boccetta, ogni crema, promette di ingannare leggermente il tempo. Tutti cerchiamo di scendere a patti con il tempo, di averne per noi una parte maggiore di quella assegnataci.

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Comprendere il tempo è anche viverlo.
Chi non ha mai tempo è povero come chi non ha denaro.
Viviamo con premura ogni cosa ed è come se non vivessimo alcunché.
Accelerare troppo il tempo di una vita è come se si ordinasse a un’orchestra di suonare tutto il brano in pochi secondi: alla fine il motivo principale dell’opera si trasformerebbe in un orribile grugnito.

L’unica verità è che il tempo non sappiamo esattamente cosa sia, ma c’è. Noi possiamo anche non occuparci di lui, è certo però che lui si occuperà di noi. Non va cercato nei calendari, né conviene guardare troppo a lungo nell’universo, perché il tempo è in noi. Pulsa con il cuore.

Non bisogna dare ascolto a chi vuole organizzarci il tempo da spendere, quello cosiddetto “libero”, cosi come è bene stare alla larga da quei puritani che vogliono trovare senso in ogni cosa che fanno. Il tempo è come l’aria, respiriamolo.

l tempo è la dimensione nella quale si concepisce e si misura il trascorrere degli eventi. Tutti gli eventi possono essere descritti in un tempo che può essere passato, presente o futuro. La complessità del concetto è da sempre oggetto di studi e riflessioni filosofiche e scientifiche da parte dell’uomo.

TEMPO E CAMBIAMENTO

Dalla nascita dell’universo, presumibilmente e secondo la conoscenza umana, inizia il trascorrere del tempo. I cambiamenti materiali e spaziali regolati dalla chimica e dalla fisica determinano, secondo l’osservazione, il corso del tempo. Tutto ciò che si muove e si trasforma è così descritto, oltre che chimicamente e fisicamente, anche a livello temporale. Alcuni esempi tra i più immediati della correlazione tra tempo e moto sono la rotazione della Terra attorno al proprio asse, che determina la distinzione tra il giorno e la notte, ed il suo percorso ellissoidale intorno al Sole (la cosiddetta rivoluzione), che determina le variazioni stagionali.

Il dato certo dell’esperienza è che tutto ciò che interessi i nostri sensi è materia, ovvero trasformazione di materia, visto che tutti gli oggetti materiali si modificano. Alcuni impiegano tempi brevi, altri in modo lento; ma tutti sono destinati a trasformarsi. La materia è, e (contestualmente) diviene (ossia assume altra forma). L’ovvietà di questa asserzione non tragga in inganno: essa sottende una contraddizione, perché l’essere di un oggetto è certificato dalla sua identità (nel tempo), ovvero dal suo permanente esistere; il divenire, invece, presuppone la trasformazione, ovvero la diversità (della forma), per cui impone un “prima” e un “dopo”, vale a dire un (intervallo di) “tempo”. Il tempo “origina” dalla trasformazione della materia. La percezione del “tempo” è la presa di coscienza che la realtà di cui siamo parte si è materialmente modificata. Se osservo una formica che si muove, la diversità delle posizioni assunte certifica che è trascorso un “intervallo di tempo”. Si evidenzia “intervallo” a significare che il tempo è sempre una “durata” (unico sinonimo di tempo), ha un inizio ed una fine.

DISTANZE MISURABILI CON IL TEMPO

Nel linguaggio d tutti i giorni spesso si usa il tempo come misuratore di distanze, per indicare la durata di un percorso i (come ad esempio: “mezz’ora d’automobile”, “un giorno di viaggio”, “10 minuti di cammino”).

Dato che la velocità è uguale a spazio percorso diviso l’intervallo di tempo impiegato a percorrere quello spazio, si può fare un’inferenza implicita sulla velocità media tenuta dal corpo in movimento. Si valorizza così in modo approssimato la distanza a livello temporale, in relazione al fatto che lo spazio percorso può essere espresso come la velocità media (all’incirca nota), moltiplicata per l’intervallo di tempo interessato. Tecnicamente, però, espressioni come “un anno luce” non esprimono un intervallo di tempo, ma una distanza avendone nota la velocità: infatti più precisamente l’anno luce si può esprimere come “la distanza percorsa dalla luce in un anno“, conoscendone esattamente la velocità (appunto la Velocità della luce). In questi casi particolari, una locuzione contenente riferimenti al tempo indica quasi sempre distanze precise nello spazio, al punto da assurgere al ruolo di unità di misura.

LA MISURA DEL TEMPO

L’unità di misura standard del Sistema Internazionale è il secondo. In base ad esso sono definite misure più ampie come il minuto, l’ora, il giorno, la settimana, il mese, l’anno, il lustro, il decennio, il secolo ed il millennio. Il tempo può essere misurato, esattamente come le altre dimensioni fisiche. Gli strumenti per la misurazione del tempo sono chiamati orologi. Gli orologi molto accurati vengono detti cronometri. I migliori orologi disponibili (al 2010) sono gli orologi atomici.

Esistono svariate scale temporali continue di utilizzo corrente: il tempo universale, il tempo atomico internazionale (TAI), che è la base per le altre scale, il tempo coordinato universale (UTC), che è lo standard per l’orario civile, il tempo terrestre (TT), ecc. L’umanità ha inventato i calendari per tenere traccia del passaggio di giorni, settimane, mesi e anni.

  • 60 secondi       = 1 minuto (mn)
  • 60 minuti        = 1 ora (h)
  • 24 ore               = 1 giorno
  • 7 giorni            = 1 settimana
  • 10 giorni          = 1 decade
  • 30 giorni         = 1 mese (in media)
  • 12 mesi            = 1 anno
  • 365 giorni ¼  = 1 anno
  • 5 anni               = 1 lustro
  • 10 anni             = 1 decennio
  • 100 anni           = 1 secolo
  • 1000 anni        = 1 millennio

 

  • 1                      = anno
  • 12                    = mesi
  • 52                   = settimane
  • 365                 = giorni
  • 8.760             = ore
  • 525.600        = minuti
  • 31.536.000  = secondi

 

  • 1 giorno solare medio                              = 24 h 3 min 56,555 sec.
  • 1 giorno siderale                                       = 23 h 56 min 4,091 sec.
  • 1 giorno solare tropicale o equinoziale = 365,2422 giorni o 365 giorni 5h 48 min. 46 sec.
  • 1 anno siderale                                          = 365,2564 giorni o 365 giorni 6h 9 min. 9,5 sec.
  • 1 mese lunare                                            = 29,5306 giorni
  • 1 mese siderale                                          = 27,3217 giorni
  • 1 anno lunare                                             = 354 giorni o 12 mesi lunari

I Giorni della Settimana

  • Lunedì          –   Lunae dies          – giorno della Luna
  • Martedì        –   Martis dies         – giorno di Marte
  • Mercoledì    –   Mercurii dies     – giorno di Mercurio
  • Giovedì        –   Jovis dies            – giorno di Giove
  • Venerdì       –   Veneris dies        – giorno di Venere
  • Sabato         –   ebraico Shabbat – giorno di riposo
  • Domenica  –    Dies Dominica   – giorno del Signore

I Mesi dell’Anno

  • Gennaio          –    Juanuaris       – Giano dio romano delle porte
  • Febbraio         –    Februaris        – Februs periodo di purificazione
  • Marzo              –   Marte               – Dio romano della guerra
  • Aprile              –   Aprilis              – Aprire
  • Maggio           –   Majus Mensis – Maia dea della primavera
  • Giugno           –   Junius               – Giunone dea del matrimonio
  • Luglio             –  Julius                – Cesare
  • Agosto            –  Augustus          – I° imperatore romano
  • Settembre     –   Septem             – Settimo mese del calendario latino
  • Ottobre         –   Octo                   – Ottavo mese del calendario latino
  • Novembre    –   Novem              – Nono mese del calendario latino
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CONCETTO DI TEMPO IN GEOLOGIA

Il concetto di tempo in geologia è un argomento complesso in quanto non è quasi mai possibile determinare l’età esatta di un corpo geologico o di un fossile. Molto spesso le età sono relative (prima di…, dopo la comparsa di…) o presentano un margine di incertezza, che cresce con l’aumentare dell’età dell’oggetto. Sin dagli albori della geologia e della paleontologia si è preferito organizzare il tempo in funzione degli organismi che hanno popolato la Terra durante la sua storia: il tempo geologico ha pertanto struttura gerarchica e la gerarchia rappresenta l’entità del cambiamento nel contenuto fossilifero tra un’età e la successiva. Solo nella seconda metà del XX secolo, con la comprensione dei meccanismi che regolano la radioattività, si è iniziato a determinare fisicamente l’età delle rocce. La precisione massima ottenibile non potrà mai scendere al di sotto di un certo limite in quanto i processi di decadimento atomico sono processi stocastici e legati al numero di atomi radioattivi presenti all’interno della roccia nel momento della sua formazione. Le migliori datazioni possibili si attestano sull’ordine delle centinaia di migliaia di anni per le rocce con le più antiche testimonianze di vita (nel Precambriano) mentre possono arrivare a precisioni dell’ordine di qualche mese per rocce molto recenti. Un’ulteriore complicazione è legata al fatto che molto spesso si confonde il tempo geologico con le rocce che lo rappresentano. Il tempo geologico è un’astrazione, mentre la successione degli eventi registrata nelle rocce ne rappresenta la reale manifestazione. Esistono pertanto due scale per rappresentare il tempo geologico, la prima è la scala geocronologica, la seconda è la scala cronostratigrafica. In prima approssimazione comunque, le due scale coincidono e sono intercambiabili.

IL TEMPO NELLA FILOSOFIA E NELLA FISICA

CONCETTI E PARADOSSI NELL’ANTICHITA’ CLASSICA

I paradossi di Zenone (che molti secoli dopo sarebbero stati di aiuto nello sviluppo del calcolo infinitesimale) sfidavano in modo provocatorio la nozione comune di tempo.
Il paradosso più celebre è quello di Achille e la tartaruga: secondo il suo ragionamento, attenendosi strettamente alle regole logiche, l’eroe greco (detto “pié veloce” in quanto secondo la mitologia greca era “il più veloce tra i mortali”) non raggiungerebbe mai una tartaruga. L’esempio è molto semplice: supponiamo che inizialmente Achille e la tartaruga siano separati da una distanza x e che la velocità dell’eroe corrisponda a 10 volte quella dell’animale. Achille comincia a correre fino a raggiungere il punto x dove si trovava la tartaruga ma essa, nel frattempo, avrà percorso una distanza uguale a 1/10 di x. Achille prosegue e raggiunge il punto “x + 1/10 di x” mentre la tartaruga ha il tempo di compiere una distanza di 1/100 di x (1/10 di 1/10 di x), distanziando nuovamente l’inseguitore. Continuando all’infinito Achille riuscirà ad avvicinarsi sempre di più all’animale il quale però continuerà ad avere un sempre più piccolo ma comunque sempre presente distacco. La paradossale conclusione di Zenone era: Achille non raggiungerà mai la tartaruga.

Secondo il maestro di Zenone, Parmenide, la vera essenza della realtà è eterna (in cui coesistono presente, passato e futuro). Quindi il mutamento e lo spostamento sarebbero solo mere illusioni degli esseri umani.

Anche Platone è stato influenzato da questa concezione. Secondo la sua celebre definizione il tempo è “l’immagine mobile dell’eternità”. Per Aristotele, invece, è la misura del movimento secondo il “prima” e il “poi”, per cui lo spazio è strettamente necessario per definire il tempo. Solo Dio è motore immobile, eterno ed immateriale.

Secondo S. Agostino il tempo è stato creato da Dio assieme all’Universo, ma la sua natura resta profondamente misteriosa, tanto che il filosofo, vissuto tra il IV e il V secolo d.C., afferma ironicamente: “Se non mi chiedono cosa sia il tempo lo so, ma se me lo chiedono non lo so”. Tuttavia S. Agostino critica una concezione del tempo aristotelica inteso come misura del moto (degli astri): nelle “Confessioni” afferma che il tempo è “distensione dell’animo” ed è riconducibile a una percezione propria del soggetto che, pur vivendo solo nel presente (con l’attenzione), ha coscienza del passato grazie alla memoria e del futuro in virtù dell’attesa.

Dal tempo soggettivo alla teoria della relatività

È stato il filosofo tedesco Immanuel Kant a cambiare radicalmente questo modo di vedere, grazie alla sua cosiddetta nuova “rivoluzione copernicana“, secondo la quale al centro della filosofia non si deve porre l’oggetto ma il soggetto: il tempo diviene allora, assieme allo spazio, una “forma a priori della sensibilità”. In sostanza se gli esseri umani non fossero capaci di avvertire lo scorrere del tempo non sarebbero neanche capaci di percepire il mondo sensibile e i suoi oggetti che, anche se sono inconoscibili in sé, sono collocati nello spazio. Quest’ultimo è definito come “senso esterno”, mentre il tempo è considerato un “senso interno”: in ultima analisi tutto ciò che esiste nel mondo fisico viene percepito e ordinato attraverso le strutture a priori del soggetto e ciò che, in prima battuta, viene collocato nello spazio viene poi ordinato temporalmente (come dimostra la nostra memoria).

Un altro grande progresso del pensiero è stato la formulazione della teoria della relatività (“ristretta” nel 1905 e “generale” nel 1916) di Einstein, secondo la quale il tempo non è assoluto, ma dipende dalla velocità (quella della luce è una costante universale: c = circa 299.792,458 km al secondo) e dal riferimento spaziale che si prende in considerazione. Secondo Einstein è più corretto parlare di spaziotempo, perché i due aspetti (cronologico e spaziale) sono inscindibilmente correlati tra loro; esso viene modificato dai campi gravitazionali, che sono capaci di deflettere la luce e di rallentare il tempo (teoria della relatività generale). Secondo la relatività ristretta il tempo di un osservatore è uguale a quello di un altro osservatore solo se viene moltiplicato per un certo fattore che dipende dalla velocità relativa dei due osservatori. Se noi rimanessimo sulla Terra e potessimo vedere un razzo che viaggia velocissimo nello spazio osserveremmo che il suo equipaggio si muove al rallentatore.

Più ci si muove velocemente più il tempo rallenta – (teoria della relatività di A. Einstein).

La teoria della relatività genera quindi in merito al tempo anche dei paradossi apparenti. Uno dei più noti è il cosiddetto paradosso dei gemelli. La premessa del paradosso è che esistano due gemelli, di cui uno parte per un viaggio interstellare con un’astronave capace di andare a una velocità prossima a quella della luce, mentre l’altro rimane sulla Terra. Secondo le naturali conseguenze della relatività, il primo gemello, al suo ritorno sulla Terra, sarà più giovane del fratello gemello rimasto. Tuttavia, secondo la stessa relatività tutti i sistemi di riferimento sottoposti ad uguale moto (e quindi privi di accelerazioni e di cambiamenti di direzione) sono uguali tra di loro. Secondo il sistema di riferimento del gemello partito con l’astronave è stata la Terra a muoversi ad una velocità prossima a quella della luce, e quindi secondo il gemello-astronauta, in maniera del tutto legittima, dovrebbe risultare più giovane il gemello rimasto sulla Terra. Il paradosso consiste quindi in questo: Qual è il gemello più giovane? o, in altre parole, per quale dei due è passato meno tempo? Esso si risolve considerando i cambiamenti di moto che il gemello sull’astronave ha fatto e che la Terra (verosimilmente) non ha seguito: ha accelerato durante la partenza, ha “fatto retromarcia” per tornare sulla Terra dopo aver raggiunto la sua meta, magari quando l’aveva raggiunta si è fermato, e ha decelerato per riuscire a fermarsi nelle vicinanze della Terra o dell’altra destinazione. Avendo fatto tutti questi movimenti “in più”, ne consegue, relativisticamente parlando, che è il gemello sull’astronave il più giovane. Premesso questo, quanti saranno gli anni di differenza tra i due è possibile calcolarlo grazie alle formule della relatività, ma l’aspetto più interessante è che si possa viaggiare nel futuro, almeno teoricamente (questo pone dei problemi al concetto di libero arbitrio). La teoria della relatività, tra l’altro, cambia radicalmente la nozione di simultaneità (due eventi possono avvenire contemporaneamente per un osservatore ma non per un altro), ma anche di lunghezza (un metro si accorcia più si avvicina alla velocità della luce, ma solo se confrontato con un altro metro rimasto, ad esempio, sulla Terra). Anche il concetto di causalità viene in parte modificato, dato che un certo segnale – che per Einstein non può mai viaggiare più velocemente della luce – deve avere il tempo di andare da un punto a un altro perché possa influenzare l’altro. Recentemente nell’ambito della Teoria dei Sistemi di Riferimento è stato introdotto il concetto di tempo inerziale che consente di superare i paradossi summenzionati e di pervenire anche a una nuova definizione di simultaneità.

SIMULTANEITA’ E CASUALITA’

Eventi distinti tra loro possono essere simultanei oppure distanziarsi in proporzione a un certo numero di cicli di un determinato fenomeno, per cui è possibile quantificare in che misura un certo evento avvenga dopo un altro. Il tempo misurabile che separa i due eventi corrisponde all’ammontare dei cicli intercorsi. Convenzionalmente tali cicli si considerano per definizione periodici entro un limite di errore sperimentale. Tale errore sarà percentualmente più piccolo quanto più preciso sarà lo strumento (orologio) che compie la misura. Nel corso della storia dell’uomo gli orologi sono passati dalla scala astronomica (moti del Sole, della Terra) a quella quantistica (orologi atomici) raggiungendo progressivamente precisioni crescenti. Uno dei modi di definire il concetto di dopo è basato sull’assunzione della causalità. Il lavoro compiuto dall’umanità per incrementare la comprensione della natura e della misurazione del tempo, con la creazione e il miglioramento dei calendari e degli orologi, è stato uno dei principali motori della scoperta scientifica.

Ulteriori sviluppi: il tempo come percezione, l’intangibilità

Einstein ebbe alcune discussioni sul tempo con grandi pensatori della sua epoca, tra cui il filosofo francese Henri Bergson, che attribuisce grande importanza agli stati di coscienza piuttosto che al tempo spazializzato della fisica (si veda “Durata e simultaneità” del 1922). Per Bergson il tempo concretamente vissuto è una durata “reale” a cui lo stato psichico presente conserva da un lato il processo da cui proviene (attraverso la memoria), ma naturalmente costituisce anche qualcosa di nuovo. Dunque non c’è soluzione di continuità tra gli stati della coscienza: esiste una continua evoluzione, un movimento vissuto che la scienza non può spiegare pienamente con i suoi concetti astratti e rigidi, nonostante il riconoscimento dei suoi grandi progressi. L’ingegnere J. W. Dunne sviluppò una teoria del tempo dove considerava la nostra percezione del tempo similarmente alle note suonate su un piano. Avendo avuto un numero di sogni premonitori, decise di tenere traccia dei suoi sogni e trovò che contenevano eventi passati e futuri in quantità equivalenti. Da questo concluse che nei sogni riusciamo a sfuggire al tempo lineare. Ci si possono porre quindi le seguenti domande:

  • “Che cos’è il tempo?”
  • “Come si definisce una unità di misura per esso (il tempo) prescindendo dalle conoscenze late della comune opinione?”

È nel tentativo di dare una risposta rigorosa a queste domande che ci si accorge delle difficoltà e dei pregiudizi. L’unico modo convincente di rispondere alla domanda “che cos’è il tempo” è forse quello operativo, dal punto di vista strettamente fisico-sperimentale: “il tempo è ciò che si misura con degli strumenti adatti”. Se si segue coerentemente sino in fondo questa definizione, si constata facilmente che tutti gli strumenti di misura del tempo (“orologi”) si basano sul confronto (e conseguente conteggio) tra un movimento nello spazio (ad esempio la rotazione o la rivoluzione terrestre) e un altro movimento “campione” (meccanico, idraulico, elettronico), con sufficienti caratteristiche di precisione e riproducibilità.

Può essere interessante anche notare che il campione di movimento deve essere sempre un moto accelerato (rotazione, oscillazione lineare o rotatoria), mentre non è campione idoneo il moto rettilineo uniforme. Altrettanto importante è notare che il metodo di confronto del movimento con il campione si fonda necessariamente sulla trasmissione di segnali elettromagnetici (es. luminosi, ma non solo), le cui proprietà influiscono quindi direttamente sul risultato della misura: da ciò conseguono in modo quasi ovvio le formulazioni della interdipendenza tra coordinate spaziali, asse temporale e velocità della luce espresse della relatività ristretta.

In base a queste osservazioni, data la totale sovrapponibilità degli effetti operativi, si potrebbe addirittura assumere direttamente quale definizione del tempo, in fisica, l’identità con il movimento stesso. In questo senso, l’intero Universo in evoluzione si può considerare il vero fondamento della definizione di tempo; si noti l’importanza essenziale della specifica “in evoluzione”, ossia in movimento vario, accelerato: senza movimento, senza variazione anche il tempo scompare!

Questa è anche la tesi dell’ingegnere Henri Salles, che nel suo libro “Does time exist? – an energetic implementation of motion” dimostra che è possibile fare a meno del concetto di tempo per spiegare il movimento. Salles implementa un modello fisico della realtà basato unicamente sui concetti di spazio e di energia e mette in luce la mancanza di coerenza della fisica tradizionale che scade, secondo lui, nella speculazione matematica laddove costruisce teorie partendo da concetti non fondamentali perché non tangibili (come appunto sarebbe quello di tempo). Un evidente esempio di contraddizioni, eliminabili con la definizione di tempo come movimento, sono le questioni del significato del tempo negativo e della possibilità di tornare indietro nel tempo.

LA PERCEZIONE DEL TEMPO

A volte si percepisce il passare del tempo come più rapido (“il tempo vola”), significando che la durata appare inferiore a quanto è in realtà; al contrario accade anche di percepire il passare del tempo come più lento (“non finisce mai”). Il primo caso viene associato a situazioni piacevoli, o di grande occupazione, mentre il secondo si applica a situazioni meno interessanti o di attesa (noia). Inoltre sembra che il tempo passi più in fretta quando si dorme. Il problema della percezione del tempo si trova in stretta correlazione con i problemi relativi al funzionamento ed alla fisiologia del cervello.

La percezione del tempo nelle diverse culture

Il tempo, così come lo spazio, è una categoria a priori ma non per questo non gli viene dato un significato e una rappresentazione diversa in ogni cultura. Si può affermare, in maniera generale, che esso venga percepito come il variare della persona e delle cose.

Sempre generalmente, vi sono due idee fondamentali del tempo:

  • Pensiero cronometrico occidentale: il tempo viene visto come un’entità lineare e misurabile. Questa visione risponde alla necessità di ottimizzare il proprio tempo e dipende dall’organizzazione economica.
  • Tempo ciclico e puntiforme: nelle società tradizionali il tempo viene scandito attraverso il passare delle stagioni o secondo eventi contingenti (es. il mercato della domenica).

Molte società possono essere comunque considerate “a doppio regime temporale”. C’è quindi un tempo qualitativo, legato all’esperienza, che dipende dalla necessità di alcune società di frazionare il tempo per contingenza, ed un tempo quantitativo, astratto e frazionabile, che sta man mano, con la globalizzazione, diventando dominante.

Ora Legale. Invenzione di B. Franklin. Prima volta in vigore in Italia nel 1916. Poi definitivamente con regolarità dal 1966.

AFORISMI SUL TEMPO

Il Tempo – Secondo Aristotele è il numero del movimento secondo il prima e il poi. Di conseguenza, come il luogo non esiste senza i corpi, così il tempo non esiste senza le cose che mutano.

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L’Infinito – Secondo Aristotele non può esistere in atto, cioè come sostanza o attributo di una sostanza, in quanto ogni realtà in atto è determinata e compiuta. L’infinito esiste solo come potenza.

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Eternità – Ciò che dura infinitamente nel tempo ciò che sussiste intemporalmente, ossia fuori del tempo.

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Brevissima e ansiosissima è la vita di quelli che dimenticano il passato, non curano il presente, temono il futuro. (Seneca; De brevitate vitae)

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L’uomo di natura calma e serena sente appena il peso dell’età; ma per chi è di opposta natura sono un greve fardello così la giovinezza come la vecchiaia. (Platone – La Repubblica)

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La vita segue un corso ben preciso, arricchisce ogni età di qualità proprie. È proprio per questo che la debolezza dei bambini, la foga dei giovani, la serietà degli adulti, la maturità della vecchiaia, sono caratteristiche del tutto naturali e vanno apprezzate a tempo debito. (Cicerone, De Senectute)

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Ci divertiamo, amiamo, ci arricchiamo, cerchiamo gloria e potere… ma tutte queste cose sono soltanto un anestetico che utilizziamo per trascorrere i giorni. Ma la battaglia di ogni esistenza contro il tempo passa per questa via. Dobbiamo illuderci per non disperarci. L’orologio della nostra vita comincia a ritmare i secondi dopo il primo vagito e ha già un’ora fissata. Per uscire da questa cupezza c’è la fede, la religione. I marxisti hanno ripetuto che è “l’oppio dei popoli!”. Potrebbe anche essere vero, ma non fino in fondo. La fede in Dio non è semplicemente un anestetico per vivere, ma una ragione di vita; non è una delle tante illusioni, ma un investimento.
Quando Blaise Pascal propose la sua scommessa – se Dio c’è guadagni tutto, se non c’è hai comunque vissuto bene e con speranza – voleva forse offrire un’assicurazione sulla vita a ogni uomo e non una illusione. Ecco: la religione è simile a una polizza che si tiene in tasca e che si andrà a incassare nel caso di necessità. L’illusione è diversa, è uno sciupìo del tempo. La prima ci rende sereni, la seconda ci addormenta momentaneamente. Soltanto una fede profonda può rendere ragione dei giorni che passano, altrimenti c’è solo da illudersi. Comprendere il tempo è anche viverlo. Chi non ha mai tempo è povero come chi non ha denaro. Ed è inutile avere tanto denaro se non si ha tempo. Il nostro è un mondo di chi non ha mai tempo. Viviamo con premura ogni cosa ed è come se non vivessimo alcunché. Accelerare troppo il tempo di una vita è come se si ordinasse a un’orchestra di suonare tutto un brano in pochi secondi: alla fine il motivo principale dell’opera si trasformerebbe in un orribile grugnito. L’unica verità è che il tempo non sappiamo cosa sia, ma c’è. Non va cercato nei calendari, perché il tempo è in noi, pulsa con il cuore, se ne sta nell’anima o in qualche cosa che le assomiglia. Il tempo è come l’aria: respiriamolo.

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La giovinezza non è un periodo della vita, è uno stato d’animo che consiste in una certa forma di volontà, in una disposizione dell’immaginazione, in una forza emotiva; nel prevalere dell’audacia sulla timidezza e della sete dell’avventura sull’amore per le comodità. Non si invecchia per il semplice fatto di aver vissuto un certo numero di anni, ma solo quando si abbandona il proprio ideale. Se gli anni tracciano i loro solchi sul corpo, la rinuncia all’entusiasmo li traccia sull’anima. La noia, il dubbio, la mancanza di sicurezza, il timore e la sfiducia sono lunghi anni che fanno chinare il capo e conducono lo spirito alla morte. Essere giovani significa conservare a sessanta o settant’anni l’amore del meraviglioso, lo stupore per le cose sfavillanti e per i pensieri luminosi; la sfida intrepida lanciata agli avvenimenti, il desiderio insaziabile del fanciullo per tutto ciò che è nuovo, il senso del lato piacevole dell’esistenza. Voi siete giovani come la vostra fiducia, vecchi come la vostra sfiducia, giovani come la vostra sicurezza, vecchi come il vostro timore, giovani come la vostra speranza, vecchi come il vostro sconforto. Resterete giovani finché il vostro cuore saprà ricevere i messaggi di bellezza, di audacia, di grandezza e di forza che vi giungano dalla terra, da un uomo o dall’infinito. Quando tutte le fibre del vostro cuore saranno spezzate e su di esso si saranno accumulate le nevi del pessimismo e il ghiaccio del cinismo, è solo allora che diverrete vecchi e possa Iddio avere pietà della vostra anima. (Samuel Ullman)

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Nelle società tradizionali statiche che si evolvono lentamente, il vecchio racchiude in se stesso il patrimonio culturale della comunità. Il vecchio sa per esperienza quello che gli altri non sanno ancora, e hanno bisogno di imparare da lui, sia nella sfera etica, sia in quella di costume, sia in quella delle tecniche di sopravvivenza. Nelle società evolute, il mutamento sempre più rapido sia dei costumi sia delle arti ha capovolto il rapporto tra chi sa e chi non sa. Il vecchio diventa sempre più colui che non sa. (Norberto Bobbio, De Senectute)

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Non trovo “lungo”, ciò che, in ogni modo ha fine. Infatti quando arriva la fine, il passato è svanito. Non resta che ciò che hanno potuto conferirci la pratica delle virtù e le azioni ben condotte. Le ore fuggono come passano i giorni, i mesi, gli anni. Il tempo perso non ritorna più e nessuno conosce l’avvenire. Accontentiamoci del tempo che ci è dato vivere, qualunque esso sia. (Cicerone, De Senectute)

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Apprezzo l’adolescente in cui c’è qualcosa del vecchio e il vecchio in cui c’è qualcosa dell’adolescente. Coloro che lo capiranno, forse, invecchieranno nel corpo, ma mai nello spirito. (Cicerone, De Senectute)

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Quando si è vecchi, non si riesce a sottrarsi alla tentazione di riflettere sul proprio passato. Delle tre dimensioni del tempo, per chi è vecchio, solo il passato esiste col suo peso schiacciante di ricordi che non se ne vogliono andare e talora ricompaiono improvvisamente dopo anni che parevano svaniti. Il presente è sfuggente. Il futuro, che è il regno dell’immaginazione e della fantasticheria, si riduce di giorno in giorno sino a scomparire del tutto. (Norberto Bobbio, De Senectute)

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Il rispetto per la vecchiaia è rapportato alla misura in cui si resiste ad essa, la si afferma, le si riconosce il suo potere e la sua influenza fino all’ultimo respiro.

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A volte quando ricordiamo il lontano passato era davvero come lo ricordiamo o facciamo ricorso all’arte malinconica di chi è avanti negli anni, quella di inventare il passato?

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Il mondo dei vecchi, di tutti i vecchi, è, in modo più o meno intenso, il mondo della memoria. Si dice: alla fine tu sei quello che hai pensato, amato, compiuto. Tu sei quello che ricordi. Sono una tua ricchezza, oltre agli affetti che hai alimentato, i pensieri che hai pensato, le azioni che hai compiuto, i ricordi che hai conservato e non hai lasciato cancellare, e di cui dei rimasto il solo custode. Che ti sia permesso di vivere sino a che i ricordi non ti abbandonino e tu possa a tua volta abbandonarti a loro. La dimensione in cui vive il vecchio è il passato. Il tempo del futuro è per lui troppo breve perché si dia pensiero di quello che avverrà. La vecchiaia dura poco. Ma proprio perché dura poco impiega il tuo tempo non tanto per fare progetti per un futuro lontano che non ti appartiene più, quanto per cercare di capire, se puoi, il senso o il non senso della vita. Non dissipare il poco tempo che ti rimane. Ripercorri il tuo cammino. Ti saranno di soccorso i ricordi. Ma i ricordi non affiorano se non vai a scovarli negli angoli più remoti della memoria. Il rimembrare è un’attività mentale che spesso non eserciti perché è faticosa o imbarazzante. Ma è un’attività salutare. Nella rimembranza ritrovi te stesso, la tua identità, nonostante i molti anni trascorsi, le mille vicende vissute. Trovi gli anni perduti da tempo, i giochi di quando eri ragazzo, i volti, la voce, i gesti dei tuoi compagni di scuola, i luoghi, soprattutto quelli dell’infanzia, i più lontani nel tempo ma più nitidi nella memoria. Il grande patrimonio del vecchio è nel mondo meraviglioso della memoria, fonte inesauribile di riflessioni su noi stessi, sull’universo in cui siamo vissuti, sulle persone e gli eventi che lungo la via hanno attratto la nostra attenzione.
Meraviglioso, questo mondo, per la quantità e la varietà insospettabile e incalcolabile delle cose che ci sono dentro: immagini di volti scomparsi da tempo, di luoghi visitati in anni lontani e non mai più riveduti, personaggi di romanzi letti quando eravamo adolescenti, frammenti di poesie imparate a memoria a scuola e mai più dimenticati; e quante scene di film e quanti volti di attori e attrici dimenticati da chi sa quanto tempo ma sempre pronti a ricomparire nel momento in cui ti viene il desiderio di rivederli e quando li rivedi provi la stessa emozione della prima volta; e quanti motivi di canzoni, arie di opere, brani musicali, che ricanti dentro di te, accompagnando quelle note bisbigliate e quel ritmo segnato da moti impercettibili del corpo, con l’immagine di quel cantante o di quel musicista. L’età della vecchiaia, una volta veniva chiamata l’età della saggezza. Una volta, quando la corsa del tempo era meno accelerata, i mutamenti storici meno rapidi. Ora non più. Nelle civiltà tradizionali il vecchio ha sempre rappresentato il custode della tradizione, il depositario del sapere della comunità. Anatole France diceva che i vecchi amano troppo le loro idee e perciò sono di ostacolo al progresso. Il progresso tecnico, specie quello scientifico e quello tecnologico, è cosi vertiginoso e, quel che è più, irreversibile, che il vecchio, non avendo più l’elasticità mentale per seguirlo, rischia sempre di restare indietro. Tra la sempre maggiore rapidità con cui mutano le nostre conoscenze e la maggiore lentezza del vecchio nell’apprendimento c’è un contrasto insanabile. Riteniamo che la storia progredisca quando avviene il passaggio dal vecchio al nuovo, e regredisca quando il vecchio oppone resistenza alla nascita del nuovo. Secondo l’analogia tradizionale tra il ciclo di una civiltà e il ciclo della vita, la decadenza di una civiltà coincide con la sua vecchiaia. La vecchiaia dell’uomo, come quella di una civiltà, è il crepuscolo che annunzia la notte. La vecchiaia è anche l’età dei bilanci. E i bilanci sono sempre un po’ melanconici, intesa la malinconia come la coscienza dell’incompiuto, dell’imperfetto, della sproporzione tra i buoni propositi e le azioni compiute. Sei arrivato al termine della vita e hai l’impressione, per quel che riguarda la conoscenza del bene e del male, di essere rimasto al punto di partenza. Tutti i grandi interrogativi sono rimasti senza risposta. Dopo aver cercato di dare un senso alla vita, e che la vita deve essere accettata e vissuta nella sua immediatezza come fa la stragrande maggioranza degli uomini. Nella vecchiaia si affollano le ombre del passato, tanto più invadenti quanto più lontane nel tempo. È incredibile quante immagini tornano che sembravano scomparse per sempre. Tu sei il loro inconsapevole custode. Sei il responsabile della loro sopravvivenza. Nel momento stesso in cui appaiono fugacemente nella tua memoria, rivivono, sia pure per un attimo. Se lo lasci svanire quel volto che improvvisamente ti è apparso, è morto per sempre. (N. Bobbio; De Senectute)

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Il vero saggio come dei cibi sceglie i migliori, non la quantità, così non il tempo più lungo si gode, ma il più dolce. Chi ammonisce poi il giovane a vivere bene e il vecchio a ben morire è stolto, per la dolcezza che c’è sempre nella vita, anche da vecchi.

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Uno in libertà può fare qualunque cosa. L’importante è che la senta sua. La fatica di un lavoro non conta se lo si fa per se stessi: diventa un problema se lo si vende. E’ la passione che uno decide di investire in un impegno il metro autonomo per giudicare la qualità di quello che facciamo. Non esistono cose di per sé più o meno importanti nella vita. La rilevanza delle cose dipende tutta dal valore che tu attribuisci loro in un determinato momento. Molte volte pensiamo che esistano delle idee importanti alle quali ci agganciamo per campare e sulle quali misuriamo la nostra coerenza. Le cose forse non stanno così: Non sono le idee che ci sostengono, siamo noi che reggiamo le idee. Bisogna chiarire il rapporto con i soldi. I soldi sono necessari. Però è altrettanto necessario stabilire quanti te ne servono. Se non sai quanti ne vuoi, non stabilisci il traguardo al quale fermarti. Fatichi all’infinito. Questo comportamento dissennato lo vedi tanto nei ricchi quanto nei poveri. Arraffano ingordamente danaro come se dovessero vivere in eterno. I bisogni umani sono limitati perché limitata è la vita… Chi non ha il senso del limite, non ha il senso della vita. I ricchi accumulano all’infinito perché non hanno il senso della morte. (Seneca; Il Tempo)

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Noi pensiamo alla morte come a qualcosa che sta davanti a noi, mentre in gran parte è già alle nostre spalle: tutta l’esistenza trascorsa è già in suo potere. Allora, tieni stretto il tuo tempo ora per ora; dipenderai meno dal futuro, se avrai in pugno il presente. (Seneca – Il tempo)

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Il solo modo proficuo di spendere il nostro tempo è l’acquisto e la pratica della sapientia: questo è il vero otium; ogni altra cosa – vita politica, la ricerca del lusso e del piacere che costituisce il volgare otium – è da respingere. (Seneca; De brevitate vitae)

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In epoche lontane dalla nostra civiltà, in Cina, in India, l’uomo più stimato era quello dotato di alte qualità morali e spirituali. Anche il maestro era non soltanto una fonte di informazione, ma aveva la funzione di comunicare certe qualità umane. Se non riusciamo a tener viva una visione di vita matura, allora dobbiamo rassegnarci alla probabilità che tutta la nostra tradizione culturale possa crollare. Questa tradizione non si basa soltanto sulla cultura che ci è stata tramandata, ma su certi tratti umani. Se le generazioni future non vedranno più questi tratti, una civiltà di cinquemila anni crollerà, anche se la sua cultura è stata tramandata e sviluppata.

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E’ un privilegio della prima gioventù vivere d’anticipo sul tempo a venire, in un lusso ininterrotto di belle speranze che non conosce soste o attimi di riflessione. Ci si chiude alle spalle il cancelletto dell’infanzia, e si entra in un giardino di incontri. Persino la penombra qui brilla di promesse. A ogni svolta il sentiero ha le sue seduzioni. E non perché sia questo un paese inesplorato. Lo sappiamo bene che l’umanità tutta é passata di li. E’ piuttosto l’incontro dell’universale esperienza, da cui ci aspettiamo emozioni non ordinarie o personali, qualcosa che sia solo nostro. Si va avanti ritrovando i solchi lasciati dai nostri predecessori… Si va avanti. E anche il tempo va, fino a quando innanzi a noi si profila una linea d’ombra, ad avvertirci che bisogna dare addio anche al paese della gioventù. (J. Conrad, La linea d’ombra)

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Quando ci si sposta alla velocità della luce, il tempo passa più lentamente, i tempi biologici del corpo vengono rallentati, come se all’interno delle cellule ci fossero tanti orologi che subiscono un rallentamento per effetto della velocità.

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Si dice sempre che il tempo è denaro. Ma bisogna ricordarsi che l’equazione non è reversibile: Il denaro non è tempo. Il tempo è vita. Io decido dove investirla: nella pesca, nell’orto, al sindacato, in famiglia. Questa è libertà. Una parola grossa che bisogna imparare presto a riempire di cose piccole. Altrimenti è disperazione. Ci sono operai che fuori dal posto di lavoro si sentono spiazzati, inutili, sprecati. Sono convinti di impiegare al massimo il loro tempo e la loro vita solo quando le loro ore sono retribuite. Quando il padrone da loro un prezzo e quindi un valore. Non hanno altri sistemi di misura per giudicare il buon impiego della loro esistenza. Quindi dipendono dal metro del padrone che sono i soldi. Son costoro che quando andranno in pensione perderanno ogni senso della loro esistenza, perché ne avevano uno soltanto: la paga oraria. Quando cominciano a vivere di rendita danno di matto. Non sanno più dove buttare il tempo e la vita. (Bertrand Russell)

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Girò la testa verso di lui, sorrise e lo salutò con la mano. E in quel momento mi si strinse il cuore! Quel sorriso e quel gesto appartenevano a una donna di vent’anni! La sua mano si era sollevata con una leggerezza incantevole. Era come se avesse lanciato in aria una palla colorata per giocare con il suo amante. Quel sorriso e quel gesto avevano fascino ed eleganza, mentre il volto e il corpo fascino non ne avevano più. Era il fascino di un gesto annegato nel non fascino del corpo. Ma la donna, anche se doveva sapere di non essere più bella, in quel momento l’aveva dimenticato. Con una parte del nostro essere viviamo tutti fuori dal tempo. Forse è solo in momenti eccezionali che ci rendiamo conto dei nostri anni, mentre per la maggior parte del tempo siamo dei senza età.  (Milan Kundera; L’Immortalità)

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Forse quello che noi chiamiamo futuro è già avvenuto e solo perché il nostro punto di vista è limitato non riusciamo a vederlo. Forse il futuro è già passato ed è per questo che alcuni riescono a leggerlo con la stessa facilità con cui noi vediamo la luce di una stella che in verità si è spenta da secoli. Il segreto sta tutto nel togliersi dalla dimensione del tempo; il tempo come siamo abituati a concepirlo, quello fatto di anni, di ore, di secondi.

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La vita scorre come un fiume da una parte il passato da cui tutti sembra voler fuggire, dall’altra il futuro verso cui tutti credono di dover correre. Su quale sponda la felicità?

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Quando si è in mezzo alla natura, senza altra presenza umana attorno, e la mente si libera dalle costrizioni della logica e la fantasia galoppa, i pensieri più assurdi si affacciano alla soglia della coscienza.

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Uno dei tanti bellissimi passaggi nel Siddharta di H. Hesse è quello in cui il principe, che diventerà presto Buddha, l’Illuminato, è seduto sulla riva del fiume e capisce che, senza più la misura del tempo, il passato e il futuro sono sempre presenti, come il fiume che allo stesso momento è là dove si vede, ma è anche alla sorgente e alla foce. L’acqua che ha ancora da passare è il domani, ma c’è già, è a monte; quella che è scivolata via è l’ieri, ma c’è ancora, altrove, a valle. Se nel guardare un fiume uno si siede in alto su di una collina, vede più fiume, nelle due direzioni: e con ciò più passato e più futuro.

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Per avere a lungo vissuto e aver lasciato dietro di me tante persone, so ormai che i morti pesano non tanto per l’assenza, quanto per ciò che – tra loro e noi – non è stato detto.

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Quando si è vecchi ci si sente come foglie alla fine di settembre. La luce del giorno dura meno e l’albero piano piano comincia a richiamare a sé le sostanze nutritive. Azoto, Clorofilla e proteine vengono risucchiate dal tronco e con loro se ne va anche il verde, l’elasticità. Si sta ancora sospesi lassù ma si sa che è questione di poco. Una dopo l’altra cadono le foglie vicine, le guardi cadere, vivi nel terrore che si levi il vento.

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Tutto quello che si è amato viene distrutto. È forse una conseguenza dell’età? Si invecchia, il mondo cambia, e la malinconia del passato ci fa apparire brutto il presente e terrificante il futuro. Avere sempre voglia di aggiungere un pizzico di poesia alla propria vita, guardare il mondo con occhi nuovi, di rileggere i classici, di riscoprire che il sole sorge, che in cielo c’è la luna e che il tempo non è solo quello scandito dagli orologi.

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Gran parte della vita ci scappa via mentre agiamo in modo sbagliato, la maggior parte mentre stiamo senza far niente, e l’intera esistenza trascorre in occupazioni inutili e che non ci riguardano veramente. Trovami uno che dia al tempo il giusto valore, che capisca quanto può essere importante una giornata, che si renda conto che noi moriamo un po’ ogni giorno! Perché questo è il punto: noi pensiamo alla morte come a qualcosa che sta davanti a noi, mentre in gran parte è già alle nostre spalle: tutta l’esistenza trascorsa è già in suo potere. (Seneca, il Tempo)

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Nessuno valuta il tempo in sé… Eppure si gioca con la cosa più preziosa che ci sia; inganna perché è immateriale, perché non la si vede: per questo non le si da importanza, anzi è ritenuta quasi di nessun valore. Le rendite annue, gli stipendi si pagano cari, la gente se li suda e vi investe attività e impegno; al tempo invece nessuno dà valore; lo si usa con larghezza come si fa con una cosa che non costa nulla. (Seneca, il Tempo)

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La vecchiaia sorprende gli uomini quando, nello spirito, non sono ancora cresciuti, e li coglie impreparati e inermi; non l’avevano previsto infatti; e ci si trovano dentro da un momento all’altro, senza aspettarselo: non si rendevano conto che la vecchiaia si avvicina un po’ tutti i giorni. Succede anche in viaggio: chi si lascia distrarre da una piacevole conversazione o dalla lettura di un libro o da un pensiero insistente si accorge di essere già arrivato prima ancora di rendersi conto che si sta avvicinando; così pure questo viaggio della vita, ininterrotto e veloce, che noi facciamo sempre con lo stesso passo da svegli e nel sonno, a chi è sempre affaccendato si manifesta solo al suo termine.

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Voi vivete come se doveste vivere sempre, non pensate mai alla vostra fragilità, non volete considerare quanto del vostro tempo è già trascorso; buttate via il vostro tempo come se lo attingeste da una fonte inesauribile… Avete paura di tutto perché vi sapete mortali, ma tutto bramate, come se foste immortali. Molte volte si sente dire: “A cinquant’anni mi ritirerò a vita privata, coi sessanta abbandonerò ogni impegno”. Ma chi ti garantisce che vivrai ancora? Come puoi essere sicuro che tutto andrà come previsto? E poi non ti vergogni di riservare a te solo gli avanzi della tua vita, di dedicare al tuo equilibrio interiore solo il tempo che ormai non può essere impiegato per nessuna attività? È troppo tardi cominciare a vivere quando ormai è ora di smettere. (Seneca, il Tempo)

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Preso nel vortice degli affari e degli impegni ciascuno consuma la propria vita, sempre in ansia per quello che accadrà, e annoiato di ciò che ha. Chi invece dedica ogni attimo del suo tempo alla propria crescita, chi dispone ogni giornata come se fosse la vita intera, non aspetta con speranza il domani né lo teme. (Seneca, il Tempo)

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Cerchiamo dunque che ogni momento ci appartenga: ma non sarà possibile, se, prima, non cominceremo noi ad appartenere a noi stessi. (Seneca, il Tempo)

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La vita si divide in tre momenti: passato, presente, futuro. Di questi il presente è breve, il futuro dubbio, il passato certo. Su quest’ultimo la sorte ha perduto ogni potere: il passato non può più dipendere dal capriccio di alcuno. …è la parte sacra e inviolabile del nostro tempo: sta al di sopra di tutti gli eventi umani, fuori dal dominio della sorte, non presenta incognite, non è toccato da povertà o malattie, non può essere sconvolta né esserci strappata; la si possiede così com’è per sempre, … basta un cenno e il passato ci sarà davanti e lo potremo valutare e trattenere… Il presente è brevissimo, tanto da poter sembrare inesistente; infatti è sempre in movimento, scorre, precipita, cessa di essere prima ancora di arrivare… (Seneca, il Tempo)

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Vive veramente chi è utile all’umanità e sa usare se stesso; mentre coloro che stanno appartati e nell’inerzia, fanno della loro casa una tomba. Sulla soglia, al posto del nome, si potrebbe scrivere, come un’epigrafe sul marmo: sono già morti prima di morire. (Seneca, il Tempo)

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Per non essere gli straziati martiri del tempo, ubriacatevi senza posa! Di vino, di poesia o di virtù: come vi pare! (C. Baudelaire)

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Non c’è cosa più amara dell’alba di un giorno in cui nulla accadrà. Non c’è cosa più amara che l’inutilità. (C. Pavese, Lavorare stanca)

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I giovani hanno la memoria corta, e hanno gli occhi per guardare soltanto a levante; e a ponente non ci guardano altro che i vecchi, quelli che hanno visto tramontare il sole tante volte. (G. Verga – I Malavoglia)

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Che cos’è il tempo? Se nessuno me lo domanda, lo so. Se voglio spiegarlo a chi me lo domanda, non lo so più. (Sant’Agostino – Le Confessioni)

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Il tempo scorre veloce – gli anni volano via – la giovinezza se ne va – la beltà svanisce; ma… l’amore aumenta – la gioia si raddoppia – il dolore si divide.

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La vecchiaia è l’età in cui il rumore dei passi dei figli che salgono le scale da un’emozione più gradevole del rumore che fanno scendendole. (Diller P.)

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Per un essere cosciente, esistere significa mutare, mutare significa maturarsi, maturarsi significa creare indefinitamente se stesso. (Bergson – l’Evoluzione creatrice)

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Lo spazio euclideo – (tre dimensioni : altezza, lunghezza, profondità) noi viviamo in uno spazio a quattro dimensioni – il tempo.

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Su per giù troverai sempre le medesime cose, di cui sono piene le antiche storie, di cui sono piene le città e le cose; nulla di nuovo, sono sempre le solite e effimere cose. (Marco Aurelio)

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L’infanzia e la vecchiaia si assomigliano. In entrambe i casi, per motivi diversi, si è piuttosto inermi, non si è ancora – o non si è più – partecipi della vita attiva e questo permette di vivere con una sensibilità senza schemi, aperta.

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Il 2000 a scatenato una serie di iniziative sostanzialmente inutili. Tutti prendono parte alla grande festa, anche se molti si rendono conto che soltanto le nostre convenzioni lo hanno trasformato in un appuntamento epocale. Abbiamo brindato a un’entità virtuale.

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Terribile divoratore che svuoti le certezze, assottigli le speranze e fai accumulare i ricordi e ci rendi i tuoi straziati martiri.

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Il tempo: ciò che l’uomo è sempre intento a cercare di ammazzare, ma che alla fine ammazza lui. (H. Spenser)

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La sera si diventa più accorti per il giorno che è passato, ma non abbastanza per il giorno che deve venire.

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Voi dite le stesse cose che dicevamo da ragazzi. È giusto. Ma un giorno altri ragazzi diranno lo stesso di voi. (Giovanni XXIII)

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Dopo tutto, bisogna avere una gioventù; poco importa l’età alla quale si decide di essere giovani. (Henri Duvernois)

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Il tempo è immagine dell’eternità e sta ad essa come il mondo sensibile sta a quello intelleggibile. (Plotino – Enneade)

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Quand’ero giovane
la mia vita era come un fiore:
un fiore che lascia cadere
uno o due petali della sua ricchezza
e non ne avverte mai la mancanza
quando la brezza della primavera
viene a mendicare alla sua porta.

Ora, alla fine della giovinezza,
la mia vita è come un frutto,
che nulla ha da risparmiare,
e attende di offrirsi completamente
con tutta la propria dolcezza. (Tagore)

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Sediamo in silenzio guardandoci attorno, ci è voluta una vita per impararlo. Sembra solo che i vecchi siano capaci di essere felici anche quando stanno l’uno accanto all’altro senza dir nulla. I giovani invece, vivaci e impazienti, devono sempre rompere il silenzio. Uno spreco, perché il silenzio è puro. Unisce le persone perché solo chi si sente a proprio agio in compagnia di un altro può fare a meno di parlare.

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L’uomo che ha vissuto a lungo e quello che ha vissuto un tempo più breve, quando giunge per loro l’ora di morire, perdono una stessa e identica cosa. (Marco Aurelio, Colloqui con se stesso)

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La maggior parte della gente non muore che all’ultimo momento; altri cominciano e si prendono vent’anni di anticipo e qualche volta anche di più. Sono gli infelici della terra.

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Mi fere il sol che tra lontani monti, dopo il giorno sereno, cadendo si dilegua, e par che dica che la beata gioventù vien meno. (G. Leopardi, Il passero solitario)

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Oilmé, oilmé, ch’i son tradito da’ giorni mie’ fugaci e dallo specchio che ‘l ver dice a ciascun che fisso ‘l guarda! (Michelangelo)

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Dei nonni non si è ne orfani ne vedovi. Per moto naturale si lasciano lungo la strada, così, come per distrazione.

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Ho capito di essere invecchiato quando al mio compleanno gli invitati si sono messi intorno alla torta per scaldarsi.

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Finché il corpo funziona non ci si rende conto di che grande nemico possa essere; se si cede nella volontà di contrastarlo anche per un solo istante, si è già perduti.

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Chi tempo aspetta, assai tempo si fugge: e ‘l tempo non aspetta, che via fugge. (Lorenzo Magnifico)

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Passan vostre grandezze e vostre pompe, passan le signorie, passano i regni: ogni cosa mortal tempo interrompe. (Petrarca – Trionfo del tempo)

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Er tempo, fija, è peggio d’una lima. Rosica sordo e t’assottija, che gnisun iorno sei quella de prima. (G.Belli)

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Quando i tuoi amici cominciano a complimentarsi per la tua aria giovanile, puoi star certo che pensano che stai invecchiando.

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Quanto è bella giovinezza che si fugge tuttavia! Chi vuol esser lieto sia, di doman non ci è certezza. (Lorenzo il Magnifico, Il trionfo di Bacco e Arianna)

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La vecchiezza è male sommo: perché priva l’uomo di tutti i piaceri, lasciandogliene gli appetiti. (G. Leopardi – Pensieri)

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Forse si può capire perché, in certe ore, il pensiero e il cuore si fermino, per un uomo al tramonto, sul nome di uno sconosciuto, quasi inesistente villaggio. (E. Biagi)

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Il tempo è denaro – il tempo matura – il tempo rimargina ogni ferita – il tempo tutto rinviene – il tempo finisce!

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A volte la felicità è qualcosa che si può scegliere a priori. Si può scegliere se passare la giornata a letto contando le difficoltà che si hanno con le parti del corpo che non funzionano, oppure alzarsi e ringraziare il cielo per quelle che funzionano ancora. Ogni giorno è un regalo e finché si potrà aprire gli occhi, focalizzarsi nel nuovo giorno e su tutti i ricordi felici che abbiamo raccolto durante tutta la nostra vita. La vecchiaia è come un conto in banca. Si può prelevare ciò che si è accumulato. Perciò bisognerebbe depositare più felicità possibile nel proprio conto nella banca dei ricordi. Grazie per aver contribuito a riempire il mio conto in banca, dove continuo a depositare.
Semplici regole per potere essere felici:
Liberare il proprio cuore dall’odio.
Liberare la propria testa dalle preoccupazioni.
Vivere con semplicità.
Dare di più.
Aspettarsi di meno.

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Ritornare a casa. Ovunque la vita ci abbia trascinati è un desiderio che prima o poi assale tutti. Non sono le ombre della nostalgia a chiamarci, ma i rami sotterranei delle nostre radici che all’improvviso ci avvinghiano più strettamente. (Card. Carlo Maria Martini)

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Mossi dal vento mi tornarono alla memoria i suoni di un mondo caro e lontano, di un luogo dal quale godevo la vista del mare aperto.

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La nostra è una società malata di iper velocità. Perché invece di avere più tempo libero siamo diventati schiavi del tempo tiranno.

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Io mi trovavo in quel dubbio autunno della vita, che non sai se aprire le finestre al sole o chiuderle al vento. (N. Tommaseo)

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In quell’estate vaga, crepuscolare, dove i rimpianti sembrano speranze e le speranze sembrano rimpianti. In quel tempo in cui la gioventù è passata, ma non è ancora arrivata la vecchiaia.

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Sono andato spesso, con la mente, alla ricerca del tempo perduto per vivere con più entusiasmo il presente, per dare un senso più profondo al mio futuro.

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L’amarezza dei vecchi che soffrono il perdersi delle cose d’una volta più di quanto non godano il sopravvenire delle nuove.

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I giovani pensano che i vecchi siano stupidi; ma i vecchi sanno che i giovani lo sono – (Young men think old me are fools; but old men know men are fools). (G. Champan)

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L’anne ca passano chi po’ acchiappà? Chi po’ trattenere la gioventù? Si se licenzia, nun c’è che fà, non torna a nascere, nun vene cchiù! (S. Di Giacomo)

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Porto nelle ossa il freddo di infiniti inverni, la nebbia e la pioggia di chissà quante stagioni.

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Il primo quarto della vita è trascorso prima che se ne sia conosciuto l’uso; l’ultimo quarto scorre ancora dopo che si è cessato di goderne. Dapprima noi non sappiamo vivere, ben presto non lo possiamo più: e nell’intervallo che separa queste due estremità inutili, il tempo che ci resta è consumato dal sonno, nel lavoro, nel dolore, nelle difficoltà, nelle pene di ogni specie. La vita è breve, non tanto per il poco che dura, quanto per il fatto che, di questo poco tempo, noi non ne abbiamo quasi la possibilità per gustarne.

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La vita è fatta di rarissimi momenti di grande intensità e di innumerevoli intervalli. La maggior parte degli uomini, però, non conoscendo i momenti magici, finisce col vivere solo gli intervalli. (F. Nietzsche; Umano, troppo umano)

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La giovinezza è felice perché ha la capacità di vedere la bellezza. Chiunque sia in grado di mantenere la capacità di vedere la bellezza non diventerà mai vecchio. (F. Kafka)

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Non è bene che una cosa che vive duri troppo a lungo, che duri oltre il tempo e l’epoca che spetta a ciascuna cosa. Questa vivrebbe nel dolore, in un tempo che non è il suo. Ha le sue radici nella solitudine.

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Anch’io, come tutti rimpiango la giovinezza perché solo i vent’anni hanno le ali. Solo a vent’anni sogniamo, incuranti se i nostri sogni si avvereranno o resteranno sospesi in quel limbo delle chimere che è il loro fatale approdo.

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La vita scorre come un fiume, da una parte il passato da cui tutti sembra voler fuggire, dall’altra il futuro verso cui tutti credono di dover correre. Su quale sponda la felicità?

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Non bisogna continuare a voltarsi indietro. Non bisogna continuare a voltarsi indietro rimpiangendo il passato, si rischia di fare la fine di Orfeo ed Euridice; il poeta si voltò a guardarla e la donna fu ricondotta nell’Ade. Che fatalità!

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Avere sempre voglia di aggiungere un pizzico di poesia alla propria vita, guardare il mondo con occhi nuovi, di rileggere i classici, di riscoprire che il sole sorge, che in cielo c’è la luna e che il tempo non è solo quello scandito dagli orologi.

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Gli uomini pensano tanto al futuro che dimenticano di vivere il presente in tale maniera che non riescono a vivere né presente né futuro… e … Gli uomini vivono come se non dovessero morire mai e muoiono come se non avessero mai vissuto (Dalai Lama)

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Ho imparato a essere felice là dove sono. Ho imparato che ogni momento di ogni singolo giorno racchiude tutta la gioia e tutta la pace, tutti i fili di quella trama che si chiama vita. Il significato è riposto in ogni istante. Percepiamo solo ciò che permettiamo a noi stessi di percepire tutti i giorni, un istante dopo l’altro. (H.Hesse)

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Tutto ha la sua stagione, ogni evento ha il suo tempo sotto il cielo. (Qohelet o Ecclesiaste III cap.)

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Leggerezza e ironia che solo certi vecchi hanno, quelli che non hanno mai preteso niente per sé.

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Ognuno sta solo sul cuor della terra trafitto da un raggio di sole: ed è subito sera. (S. Quasimodo)

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Gli anni della fanciullezza sono, nella vita di ciascuno, i tempi favolosi della vita. (G. Leopardi)

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La vecchiaia è triste non perché cessano le gioie ma perché finiscono le speranze. (Jean Paul)

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Si va sempre di corsa per risparmiare minuti. Poi con i minuti risparmiati non ci si fa nulla.

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Saper invecchiare è il capolavoro della saggezza, è una delle cose più difficili della vita.

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Nessuna bellezza di primavera, nessuna bellezza estiva hanno la grazia di un volto autunnale.

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Né di un sapiente né di un idiota avrà memoria il tempo. (Qohelet o Ecclesiaste III cap.)

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Quarant’anni è la vecchiaia della giovinezza, Cinquant’anni è la giovinezza della vecchiaia.

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Un uomo è vecchio solo quando svegliandosi una mattina non ha più nulla da desiderare.

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Fugace è la giovinezza, un soffio la maturità avanza tremenda la vecchiaia e dura un’eternità. (Dario Bellezza)

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Accanto alla vecchiaia anagrafica e a quella biologica c’è anche quella psicologica e soggettiva.

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La vecchiaia comincia quando i ricordi diventano più forti delle speranze. (John Barrymore)

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Il mascheramento della vecchiaia, il giovanilismo dei vecchi è imposto dal consumismo.

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Quando dir mi senti: stolto che fai? Tempo perduto non s’acquista mai. (T. Tasso; Rime)

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Il più saggio di tutti i consiglieri, il tempo. (Pericle, Vite parallele di Plutarco)

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Il tempo “era” “è” e “sarà”. Queste sono parti del tempo ma solo l’ ”è” viviamo.

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È meglio non rivedere cose che non sono più per conservare qualche vecchio sogno.

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(Calamitosus est animus futuri anxius) Sventurato è l’animo preoccupato del futuro.

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Il tempo è il numero del movimento secondo il prima e il poi. (Aristotele)

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Mai si è troppo giovani o troppo vecchi per la conoscenza della felicità.

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Godi il giorno che passa, confidando meno che puoi nel domani. (Orazio)

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Ad una certa età si cerca di aggiungere vita agli anni, più che anni alla vita.

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La vecchiaia mette più rughe sulla nostra mente che sulla nostra faccia.

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A seconda del periodo della propria vita cambia la soglia delle pretese.

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Io sono tutto ciò che sono stato, che sono, che sarò. (Plutarco – Moralia)

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O ciechi, el tanto affaticar che giova? Tutti tornate alla gran madre antica.

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L’esistere di per sé non ha senso, acquista senso se si riempie di valori.

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È tardi cominciare a vivere quando ormai è ora di smettere. (Seneca )

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Il peggio di quando si invecchia è che si resta giovani. (Jean Cocteau)

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Per molti passato, presente e futuro sono come uno spopolato deserto.

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Il tempo è un grande maestro. Peccato che uccide tutti i suoi allievi.

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Vivi ogni giorno come se avessi vissuto tutta la vita per quel giorno.

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Se la gioventù sapesse – se la vecchiaia potesse. (Henry Estienne)

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Ci sono due tipi di giovinezza, quella degli anni e quella del cuore.

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Si potrebbe mettere insieme un’altra vita con tutti i minuti persi.

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L’esistenza deve fare i conti con il terribile divoratore, il tempo.

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L’istante è l’irrompere dell’eternità nel tempo. (Kierkegard)

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Vassene il tempo e l’uom non se n’avvede (Dante; Purgatorio)

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La vita ben spesa lunga è. (Leonardo da Vinci, Scritti letterari)

*
Il tempo svuota a poco a poco le certezze che accumuliamo.

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I giovani vanno a gruppi – gli adulti a coppie – i vecchi soli.

*
L’arco del tempo punta la sua freccia in un unica direzione.

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Nessuno ama la vita come chi sta invecchiando. (Sofocle)

*
I sogni della giovinezza sono i rimpianti della maturità.

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Il tempo è breve e ‘l necessario è poco. (Michelangelo)

*
I sogni della giovinezza sono i rimpianti della maturità.

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Bisogna trovare sempre la forza di cercare desideri.

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Ci sono giovani vecchissimi e vecchi giovanissimi.

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Il ricordare è di vecchiaia il segno. (G. Ungaretti)

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La polvere del tempo si è posata sui miei capelli.

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La vecchiaia è avere più ricordi che speranze.

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La giovinezza è un atteggiamento del cuore.

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Il tempo speso male non ti sarà mai reso.

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Nel ricordare sublimiamo il passato.

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L’uomo non muore finché sa sognare.

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La più bella età è quella che si ha.

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Visser tristi, e in dolor morirono.

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Era appena ieri ed è già domani.

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Ogni alba ha il suo tramonto.

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Si impara solo vivendo.

Storia del Matrimonio

Storia del Matrimonio

L’AMORE NELL’ANTICA ROMA

(a cura di Bruno Silvestrini)

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Matrimonio nell’antica Roma

Il matrimonio ha origini già nella Preistoria, in questo periodo attraverso testimonianze molto semplici di scrittura, ci sono state tramandate le prime forme di unione fra uomo e donna.  La parola matrimonio deriva dal latino “matrimonium”, l’unione di “mater” e “munus”, ossia il compito della madre. Nel diritto romano con questa parola si intendeva un legame che rendeva legittimi i figli nati dall’unione di un uomo con una donna.

Il Matrimonio nella storia ha assunto un valore differente in riferimento alle culture e al periodo storico. La donna tuttavia è sempre stata succube delle decisioni del padre. In molti casi addirittura fidanzata sin dalla nascita. Destinata a passare la vita con uomini estranei e molto più grandi. Scambiata come una merce per accrescere il patrimonio e l’importanza della famiglia.

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Nell’antica Roma il matrimonio era organizzato dai padri dei futuri sposi, che facevano conoscenza solo al momento del loro fidanzamento, in occasione del quale il giovane promesso sposo consegnava alla ragazza un pegno per garantire l’adempimento della sua promessa di matrimonio, un anello che lei si metteva all’anulare della mano sinistra. I motivi erano sempre di natura economica, soprattutto in età repubblicana.

All’inizio della storia di Roma, le ragazze si sposavano giovanissime, dai dodici anni in poi, e i matrimoni erano esclusivamente combinati, come per i Greci. E come le donne greche, anche le romane, imparata la lezione degli uomini castrati, ma capaci di avere un’erezione, non esitavano un attimo a far castrare gli schiavi più belli. A partire dalla fine della Repubblica, le romane acquistarono grande libertà e il divorzio divenne una pratica corrente, al punto che scrittori latini come Giovenale e Marziale, per esempio, raccontano di donne sposate anche dieci volte.

Nel sottile gioco dell’erotismo, la romana impara ad agghindarsi, a truccarsi, a nascondere le imperfezioni fisiche e ad esaltare i suoi punti forti. Nel godere di questa nuova libertà, frequentano le terme (che fino al II sec. d.C. saranno miste), imparano a danzare e a conoscere i giochi di società. E innamorarsi diventa proprio come un gioco. Un proverbio in uso all’epoca diceva: “E’ giocando che spesso nasce l’amore”. Tra le rovine di Pompei, distrutta dall’eruzione del Vesuvio nel 79 a.C., sui muri di alcune strade e di edifici pubblici sono stati trovati graffiti d’amore che recitano: “Se tu avvertissi il fuoco dell’amore, ti affretteresti maggiormente per vedere Venere. Io amo teneramente un ragazzo giovane e bello“.  Oppure:
“Oh, come vorrei avere le tue adorate braccia attorno al mio collo e baciare le tue tenere labbra!”

Ma non era una novità: più di settanta anni prima, a celebrare il corteggiamento e l’amore come piacere, il poeta latino Ovidio aveva scritto “L’arte d’amare”, un vero e proprio manuale per insegnare all’uomo come conquistare una donna, con consigli che al giorno d’oggi possono anche farci sorridere, come questo:
“Basta che tu ti sieda accanto a lei e che al suo fianco tu stringa il tuo quanto più puoi. E se per caso, come succede, le si posa in grembo un granello di polvere, tu, pronto, cogli con le dita quel granello; e se non c’è nulla, coglilo lo stesso.”
Ma ne “L’arte di amare” si parla anche di come curare regolarmente e migliorare il proprio aspetto fisico, del fatto che le donne devono essere pregate a lungo, di come sia importante far loro regali, ricordarsi dei compleanni ed essere gentili e premurosi…

L’amore i tradimenti e le perversioni di un’epoca hanno lasciato molte tracce di sé nei costumi e nella mente dell’uomo moderno. Tutto cambia e tutto rimane quello che una volta era, ancora una volta sarà.

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“Le strappai la tunica; trasparente non era di grande impaccio, ella tuttavia lottava per restarne coperta; ma poiché lottava come una che non vuole vincere, rimase vinta facilmente con la sua stessa complicità. Come, caduto il velo, stette davanti ai miei occhi, nell’intero corpo non apparve alcun difetto. Quali spalle, quali braccia vidi e toccai! La forma dei seni come fatta per le carezze! Come liscio il ventre sotto il petto sodo! Come lungo e perfetto il fianco, e giovanile la coscia. A che i dettagli? Non vidi nulla di non degno di lode. E nuda la strinsi, aderente al mio corpo. Chi non conosce il resto? Stanchi ci acquietammo entrambi. Possano giungermi spesso pomeriggi come questo!” (Ovidio, Amori).

IL TRADIMENTO

Nell’antica Roma la bigamia era punita ma per effetto delle vedovanze e dei divorzi molti uomini e donne finivano per sposarsi più di una volta. Erano frequenti i matrimoni fra persone con una forte differenza di età ciò portava come si può immaginare a casi di adulterio che erano regolati inizialmente con una legge non scritta ma che veniva regolarmente praticata; l’amante della moglie colto in flagrante era alla mercé del marito tradito che poteva sbizzarrirsi infliggendogli varie pene: la tortura del rafano o quella del mugile, con la quale il malcapitato veniva sodomizzato con le radici assai piccanti di rafano o con un mugile (pesce assai noto per la sua voracità); altre pene consistevano nel taglio del naso e delle orecchie, l’evirazione, la sodomizzazione personale da parte del marito tradito o dei suoi schiavi o all’imposizione di praticare la fellatio, che era ritenuta dai romani quanto di più abietto per un cittadino libero. La donna invece veniva più frequentemente condannata alla morte per inedia o sepolta viva. Le donne Romane ricorrevano spesso alla pratica dell’aborto (abortum facere). Giovenale ne da una descrizione calzante: “Giulia libera gli uteri fecondi con ogni sorta di sostanze abortive” e dice che i suoi farmaci erano così potenti da rendere sterile una donna o da uccidere il feto nel suo grembo. Tale pratica fu regolata dalla Lex Cornelia proposta da Silla nell’81 a.C. con cui si puniva con la deportazione e la confisca dei beni chi produceva l’aborto e se questo portava alla morte della donna che vi si sottoponeva, stessa sorte toccava a chi lo praticava.

FILTRI D’AMORE E PRATICHE MAGICHE

Per attirare la donna o l’uomo desiderato, si ricorreva spesso anche a pratiche magiche come filtri amorosi, frasi magiche ecc.  Si racconta che Caligola impazzì per un filtro datogli dalla moglie Cesonia.
Si praticavano anche riti simili a quelli voodoo, come quello delle statuette che venivano messe sul fuoco: una era fatta di cera e si doveva sciogliere (come il cuore della persona amata) l’altra era fatta di terra e si induriva (come il cuore dell’amata nei confronti degli altri spasimanti) diventando terracotta.
Altre pratiche consistevano in sacrifici umani che spesso e volentieri coinvolgevano giovinetti che perdevano così la loro vita in favore di un amore che non si sarebbe mai avverato.

L’OMOSESSUALITA’

La società romana anche se rifiutava gran parte dei costumi che contraddistinguevano quella greca ne dovette subire gli influssi introdotti dal sempre maggior numero di schiavi di origine ellenica. Uno di questi costumi era la pederastia che i romani chiamavano “vizio greco” ed era considerata un segno di debolezza rispetto al fiero e virile carattere con cui si identificava il cittadino romano. Si riteneva che portasse alla corruzione dei giovani romani, infatti molti giovinetti erano nelle mire sessuali di molti maschi adulti e per questo venne pubblicata una legge (Lex Scatinia) in materia di pederastia secondo la quale in caso di rapporto fra adulti e puer o praetextati (da praetexta, la tunica bianca orlata di porpora che portavano i ragazzi ancora non maturi sessualmente) veniva punito solo l’adulto. L’omosessualità non era condannata se praticata con schiavi e liberti (in quanto era dovere di questi compiacere in tutto e per tutto le volontà del loro padrone), ma era deprecabile che un cittadino libero assumesse un ruolo passivo nei confronti di un altro suo pari. La ex Scatinia diceva che in caso di omosessualità tra due cittadini liberi, veniva punito quello che tra i due assumeva l’atteggiamento passivo. La multa era molto salata e ammontava a circa 10.000 sesterzi. Anche il grande Cesare non fu risparmiato da dicerie che lo ritenevano omosessuale, in quanto dopo la conquista della Gallia si diceva che avesse una relazione amorosa con il Re di Bitinia, Nicomede; e sembra che i suoi soldati cantassero “Cesare ha sottomesso la Gallia. Nicomede ha sottomesso Cesare” e gli avversari politici si rivolgevano a lui chiamandolo direttamente “regina”, ma lui non se la prendeva e sfoderava a sua difesa le conquiste femminili: Postumia, Lollia, Tertulla e Mucia, tutte mogli di illustri cittadini romani.

Altro personaggio rimasto famoso per la sua omosessualità era l’Imperatore Adriano che per la sua relazione con Antinoo alla cui morte avvenuta per annegamento nel fiume mentre l’imperatore era in viaggio in Egitto, si era lasciato andare alla disperazione e successivamente aveva dato il nome alla città da lui fondata in quel luogo: Antinoe. Con l’avvento dell’impero si assistette ad un’ondata moralizzatrice fino ad arrivare nel 438 d.C. con Teodosio II, alla condanna al rogo di tutti gli omosessuali passivi. Per finire invece Giustiniano espande la pena a tutti gli omosessuali sia attivi che passivi.

LA PROSTITUZIONE

Si può speculare che la prostituzione sia sempre stata praticata in Grecia sotto varie forme. Agli inizi del VI secolo a.C. finì il periodo della prostituzione incontrollata, quando il legislatore Solone istituì i primi bordelli di Atene, per facilitare gli adolescenti intraprendenti e evitare che commettessero adulterio con donne rispettabili. Si dice che Solone, con il denaro incassato da queste prime case chiuse, fece costruire il tempio dedicato ad Afrodite Pandemo, la dea patrona dell’amore a pagamento (Ataneo, 13, 569d). In greco la parola prostituta è “pòrne”, e deriva del verbo “pérnemi” (vendere), ossia colei che è in vendita. Inizialmente la parola descriveva soltanto la professione e non aveva il significato dispregiativo che assunse successivamente. Le prostitute erano schiave o ex schiave liberate, ma poteva trattarsi anche di “meteci”, ossia libere, ma straniere immigrate, o bambine abbandonate, oppure donne ateniesi cadute in rovina. Ad Atene, indurre una donna alla prostituzione era assolutamente proibito e punito da una legge istituita da Solone. Sappiamo da Plutarco che:
“Se qualcuno funge da lenone, la pena è un’ammenda di venti dracme, a meno che non si tratti di quelle donne che manifestamente si danno a quanti le paghino. E comunque, nessuno deve vendere le proprie figlie o sorelle, a meno che non abbia sorpreso una ragazza non sposata a concedersi a un uomo” (Solone, 23).
I lenoni erano uomini o donne delle più basse condizioni sociali che sfruttavano una o più prostitute; il lenocinio, se denunciato e provato, poteva risultare anche nella pena di morte del IV secolo a.C.:
La legge sancisce che i lenoni, donne o uomini, debbano essere denunciati, e quelli tra loro trovati colpevoli, essere condannati a morte” (Eschine).

Le prostitute entravano in varie categorie, a seconda dei luoghi che frequentavano e dove esercitavano le professione: perciò, c’erano le “chamaitypaì”, la categoria più antica, così chiamate perché lavoravano all’aperto, sdraiate; le “perepatétikes” (passeggiatrici), che trovavano i clienti passeggiando e poi li portavano nelle loro case; le “gephyrides”, che lavoravano nelle vicinanze dei ponti; altre ancora frequentavano i bagni pubblici e infine c’erano quelle che lavoravano negli “oikìskoi” (piccole case, bordelli). Poco a poco il numero dei postriboli aumentò e a quanto ci dice Ateneo, nessuna città aveva tante prostitute quanto Atene, fatta eccezione di Corinto, dove veniva praticata la Prostituzione Sacra. La tariffa per una visita a un postribolo nel V secolo era di solito di un obole (sei oboles corrispondevano a una dracma), come ci informa lo storico Ateneo, ma le ragazze potevano essere pagate anche in natura. Il costo corrispondeva al guadagno giornaliero di un operaio manuale senza alcuna specializzazione. Numerose sono le illustrazioni che rappresentano scene dalle case di piacere ma la stragrande maggioranza ritrae l’ammissione di clienti, la trattativa con la donna, il pagamento e molto raramente l’atto sessuale in sé. Probabilmente le uniche illustrazioni di coito in un postribolo, e che si possono certamente identificare con quello, sono su una copertura di uno specchio del IV secolo a.C.. Nella parte interna ed esterna sono raffigurate due coppie che fanno l’amore. Ciò che distingue il luogo dove si svolge l’atto sessuale, sono i letti: entrambi hanno coperte e cuscini; i triclini dei simposi non avevano né l’uno né l’altro.

Roma prevedeva tutta una serie di leggi per regolamentare la prostituzione. I lupanara dovevano essere aperti solo di sera e collocati solo fuori città. Le prostitute dovevano essere registrate e non potevano mantenere il nome di famiglia. Giovenale racconta che Messalina frequentava i postribula, travestita e sotto falso nome (Lycisca). Le prostitute dovevano farsi riconoscere indossando una veste speciale e rinunciare alle bende che le matrone oneste mettevano sui capelli. Il fenomeno della prostituzione si andava sempre più espandendo e ci fu chi prese la palla al balzo per rimpinguare le casse dello stato, infatti Caligola introdusse una tassa per chi praticava questa “professione”.

Il termine lupanare viene da “lupa”, il nome con cui venivano chiamate le meretrici; anche la mitologia romana dice che gli stessi fondatori di Roma, Romolo e Remo erano stati adottati da una “lupa”, nome ambiguo, infatti Acca Laurentia  la moglie del pastore che li aveva trovati era una “lupa” cioè prostituta; altri nomi ancora oggi conosciuti sono “puttana” dal latino “putere”,puzzare e “troia” altra radice dispregiativa che fa riferimento alle femmine del maiale e quindi “troiaio”, porcile, il luogo fetido e sporco dove stavano le prostitute. Grande sviluppo alla prostituzione fu dato dall’avvento del culto della Venere Ericina che differentemente dall’antico culto dell’antica Venere tutta castità praticato fino a quel momento era caratterizzato da una spiccato portamento verso la sessualità. Il culto della Venere Ericina venne importato a Roma dalla Sicilia per propiziarsi i suoi favori in vista dell’attacco a Cartagine durante la seconda guerra punica, infatti, la Sicilia era il punto di partenza della spedizione romana; ma la particolarità consisteva nel fatto che le cerimonie propiziatorie alla dea erano gestite da sacerdotesse che praticavano la prostituzione rituale, tutto questo rappresentò una sorta di permesso ad intraprendere la “professione”. Successivamente vennero fatti vari tentativi di restaurare la versione casta della dea, ma ormai la Venere siciliana aveva preso il sopravvento fino a diventare addirittura simbolo di fecondità, fertilità e successo.

Alla fine dell’epoca repubblicana la situazione a Roma si era talmente ingigantita che il fenomeno della prostituzione era diffuso in ogni angolo della città. Nel Satyricon si racconta che Encolpio dopo essersi perso per le vie di Roma chiede indicazioni ad una vecchietta la quale essendo però una procacciatrice di clienti lo accompagna direttamente in un bordello. La diffusione della pratica dell’amore mercenario e la mancanza di adeguate norme di igiene, favorì il propagarsi delle malattie sessuali.
– Il medico romano Celso, riferendosi quasi certamente alla Gonorrea o Scolo descrive una malattia dell’epoca in questi termini: – “La regione sessuale va soggetta ad una malattia che è un flusso di semenza, che senza stimolazione erotica, senza visioni notturne, esce con abbondanza tale da far morire il paziente dopo un certo tempo, per consunzione.”;
– Quinto Sereno descrivendo alcune ulcerazioni sui genitali dice: – ” strane piaghe ulceranti deturpano fortemente ed in modo orribile le parti genitali, esse si possono curare con i rami di rovo.”;
– Marziale riferendosi presumibilmente alla sifilide: – “Una malattia vergognosa ha distrutto la ghiotta parte.”, mentre sia Celso che Plinio fanno riferimento ai Condylomata, malattie di trasmissione sessuale oggi conosciute come Condilomi o Creste di gallo. A parte tutto, i Romani apprezzavano molto l’amore a pagamento, ciò è dimostrato dal fatto che Domiziano, per attirarsi le grazie del popolo, durante i festeggiamenti per la vittoria riportata sui Germani, fece lanciare i gettoni per una “consumazione” nei lupanari.

L’AMORE NELL’ANTICA GRECIA

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Nella Grecia la donna vive tutta la vita sottoposta all’autorità di un padrone che normalmente è prima il padre e poi il marito: la donna libera non differisce dagli schiavi per quanto riguarda i diritti politici e giuridici. La sfera di influenza di cui gode è esclusivamente la casa: la donna sposata che gode della fiducia dello sposo governa la casa con autorità e per gli schiavi essa è la padrona. Ma ella è priva di diritti, dipende completamente dal marito, e la fiducia di cui gode può essere revocata in qualsiasi momento. Caso a sé è Sparta, dove, per la preoccupazione di migliorare i geni dei futuri guerrieri, si incoraggiava l’educazione fisica delle ragazze al pari di quella dei ragazzi, per cui si potevano vedere giovani Lacedemoni con vesti corte e cosce nude. Comunque anche se le giovani Spartane erano agili e muscolose, la possibilità di una educazione intellettuale mancava a loro come alle ragazze di Atene. Venivano loro date solo poche nozioni pratiche sui lavori domestici più qualche elemento di lettura, di calcolo, talvolta di musica e di danza (famosi sono i cori di giovinette a Sparta). Queste gravi lacune nell’educazione delle ragazze spiegava la mancanza di comunione intellettuale tra moglie e marito, che era generalmente ben istruito.

A Sparta almeno giovani e ragazze si conoscevano di vista prima del matrimonio ed erano addirittura al corrente della loro autonomia, mentre ad Atene i futuri sposi potevano non essersi mai visti. In questa concezione di matrimonio le considerazioni economiche dominano ancora le idee morali. Nell’Atene classica, infatti, il padre cede la figlia al futuro sposo con un atto legale, confermato e accompagnato dall’assegnazione della dote, che garantisce la legittimità dell’unione e dei figli che ne saranno frutto. Si riteneva che, per contrarre un matrimonio conveniente, l’uomo dovesse sposare una ragazza del suo stesso ambiente, né inferiore né superiore: ciò a cui si dava risalto era la prosperità materiale della famiglia e, ovviamente, la fecondità della donna. Stando così le cose è difficile immaginare che tra gli sposi ateniesi dell’età classica ci fosse una reale comunanza di spirito e di sentimenti, un affetto coniugale, ed erano scarsi lo scambio intellettuale e il vero amore tra gli sposi: le mogli legittime erano considerate unicamente come madri di famiglia e guardiane del focolare.

Nella’antica Grecia il matrimonio avveniva solo dopo l’istituzione fra il padre della sposa e lo sposo di un contratto con il quale la sposa veniva promessa al suo futuro marito. Il mese in cui venivano celebrati la maggior parte dei matrimoni era Gennaio, tant’è che ad Atene esso era chiamato mese delle nozze. Il matrimonio era festeggiato con grandiosi banchetti (per dimostrare il consenso paterno al matrimonio della figlia e quindi la legittimità del matrimonio), bagni purificatori e sacrifici animali.
La società egizia (a differenza delle altre) era fondata sull’eguaglianza tra uomo e donna, la completezza dell’esistenza umana era data dalla completezza con l’altro genere. I giovani erano liberi di sposare la persona amata senza intromissione da parte delle famiglie. L’uomo era tenuto a offrire dei doni alla futura sposa prima del matrimonio mentre la donna veniva data in moglie con una cospicua dote. Per gli egiziani non avere figli era considerato un disonore.

L’AMORE NELLA FILOSOFIA GRECA

Il concetto di amore nelle teorie filosofiche si estende, dal suo significato primo di sentimento di affezione ad una altra persona e che implica una scelta che tende alla reciprocità e all’unione, ad una vasta gamma di sentimenti, dal desiderio di possesso di un qualsiasi oggetto che ci procura piacere all’amore verso enti ed oggetti ideali fino all’amore considerato come principio cosmico. E’ in quest’ultima accezione che l’amore compare per la prima volta e viene assimilato da Empedocle a una forza agente nell’universo contrapposta all’Odio e alla Contesa (neìkos).

IL MATRIMONIO

Il matrimonio rappresenta l’evento culminante della vita del tìaso (celebrazione di un culto a un dio); è infatti il principale obiettivo a cui le ragazze si sono preparate grazie all’educazione di Saffo. La cerimonia nuziale aveva luogo di sera, quando apparivano le prime stelle e durante la processione che accompagnava la sposa nella casa del novello sposo veniva cantato un inno nuziale, un imenéo e fino al mattino successivo venivano poi eseguiti altri canti. L’apparizione della stella della sera rappresenta l’inizio della cerimonia e uno dei temi ricorrenti è proprio l’invocazione a Espero: “Espero, tutto riporti quanto disperse la lucente Aurora: riporti la pecora, riporti la capra, ma non riporti la figlia alla madre.”

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Un esempio di cattiva salute del matrimonio ci viene dal libro XIV dell’Iliade intitolato Dios Apàte (inganno a Zeus). La dea, per distogliere dalla battaglia il marito e permettere così la vittoria greca lo seduce servendosi di tutte le armi di seduzione femminile e utilizzando una cintura magica, ottenuta anche qui con l’inganno da Afrodite. Era cerca di alimentare il desiderio di Zeus con gli strumenti propri della seduzione, ma il suo vero intimo desiderio è ostile a Zeus: nonostante nel culto essi siano congiuntamente i patroni del matrimonio, nel mito sono spesso in discordia e lottano tra loro per il predominio. Era non è una docile casalinga né una sposa innamorata e Zeus intrattiene legami sentimentali con altre donne. Tutti questi elementi forniscono un’importante testimonianza della situazione piuttosto critica dell’Eros nelle relazioni coniugali già al tempo di Omero.

LE OCCASIONI AMOROSE DELL’UOMO GRECO IN ETA’ CLASSICA

“Abbiamo le etere per il piacere, le concubine per la soddisfazione quotidiana del corpo, le mogli per darci figli legittimi e per avere una custodia fedele della casa“.
Così l’orazione pseudo demostenica contro Neera (etèra vissuta nel IV sec. a.C. in Grecia), definisce la varia configurazione dei rapporti erotici dell’Atene dell’età classica. Al vertice della considerazione sociale stava la sposa, con la quale l’uomo aveva contratto matrimonio. Lo scopo del matrimonio era la procreazione di figli legittimi, che potessero ereditare e mantenere il patrimonio di famiglia. Il marito poteva nutrire grande rispetto per la sposa in quanto madre dei suoi figli e organizzatrice dell‘oìkos, la casa di famiglia, ma raramente nutriva un autentico sentimento di amore per una donna che non aveva scelto di persona e che poteva non avere mai visto prima del matrimonio.

LA CONDIZIONE DELLA DONNA

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In Atene la donna non gode di diritti politici né giuridici. La città è principalmente un mondo di uomini, e la vita del maschio adulto è suddivisa tra le due attività della guerra e della politica. In questa civiltà maschilista, la donna tuttavia è indispensabile per la procreazione di figli legittimi che assicurino la trasmissione dei beni di famiglia e la continuità della polis. Essa pertanto seppur in una condizione di minorità trova il suo ambiente ideale all’interno delle pareti domestiche, ove sovrintende da padrona alle faccende svolte dalla servitù, tanto più che il marito passa il suo tempo fuori anche per più giorni, intento nei lavori agricoli o nella partecipazione alla vita politica e giudiziaria. Rare parentesi di vita fuori casa sono per la donna le occasioni connesse con il culto. Per la vita della donna libera ateniese, dunque, il matrimonio è l’evento più importante, quello che ne fissa definitivamente il ruolo civile, a meno che non intervenga una separazione o un ripudio. Nel primo caso la donna fa ritorno alla tutela della propria famiglia, nel secondo, qualora il ripudio sia dovuto all’adulterio, la donna è rovinata perché perde l’unico diritto civile che le é riconosciuto, quello di partecipare alle cerimonie pubbliche a lei riservate, rappresentando la famiglia con dignità matronale. Il matrimonio non ha una precisa istituzionalità giuridica, in quanto condivide gli aspetti di consuetudine che sono propri di tutto il diritto greco. Essa si formalizza all’atto della eggùe, pegno o garanzia, cioè di un impegno verbale privato, assunto da due famiglie in presenza di testimoni, mediante il quale il padre consegna la ragazza allo sposo. La giovane diventa una sposa legittima dal giorno in cui inizia la coabitazione: questa può seguire immediatamente, ma può anche essere rinviata. E’ significativo il caso della sorella di Demostene, che il padre aveva legato con una promessa di matrimonio poco prima di morire, quando la figlia aveva solo cinque anni. Si tratta di un caso estremo, ma utile a capire che il matrimonio era un contratto legato alla successione dei beni di famiglia, certo non era il frutto della libera scelta di due giovani. Questa particolare fisionomia patrimoniale ne determinava la forza e, nel contempo, la debolezza: se si evitava un divorzio perché avrebbe comportato la rescissione del contratto patrimoniale e la restituzione della dote, il matrimonio, così concepito, doveva prevedere poca intimità e poco vero amore tra i coniugi. Ciò comportava necessariamente un deterioramento dei rapporti uomo-donna, che diede vita anche in campo letterario a una vasta produzione misogina.

I RAPPORTI EXTRACONIUGALI

Al matrimonio non mancavano altre occasioni per soddisfare tanto i suoi impulsi erotici quanto il bisogno d’affetto o di rapporti intellettuali. Sebbene nell’età classica fosse di regola la monogamia, talora entro le pareti domestiche poteva essere tollerata ed era legalmente tutelata la presenza di una concubina (pallakè). Questa costituiva in pratica un doppione della moglie legittima, dalla quale si differenziava principalmente perché la sua presenza non era garantita da alcun impegno formale, e pertanto poteva essere congedata quando il padrone lo riteneva. D’altra parte si può ritenere che l’uomo greco, che teneva in casa una concubina, nutrisse per lei un rapporto affettivo o, quanto meno, sentisse una attrattiva materiale molto più intensi a confronto della moglie.

Figura completamente diversa è quella dell’etera. Il termine hetaìra, propriamente amica, compagna, viene spesso tradotto in italiano con cortigiana, ma è ben distinto dalla pòrne, la prostituta dietro compenso. L’etera solitamente una straniera o una schiava, è la figura di donna veramente libera: si mostra in pubblico, partecipa a banchetti con uomini, è spesso colta, esperta nella danza e nella musica e con queste arti intrattiene i commensali suonando il flauto o danzando. Se la bellezza e l’intelligenza dell’etera in assoluto più famosa, la milesia Aspasia per la quale Pericle aveva ripudiato la moglie legittima, sarà stata eccezionale, si può tuttavia ritenere che il fascino di queste donne derivasse in gran parte dalla loro bellezza e raffinatezza, forse più che dalla soddisfazione sessuale che potevano offrire, e che mostrarsi in pubblico con un’etera di gran classe fosse per l’uomo che poteva permettersi di mantenerla un simbolo di successo.

Più rischiosa la pratica dell’adulterio, che era considerato reato e disciplinato da una legge a noi nota attraverso l’orazione demostenica contro Aristocrate: “Qualora uno uccida un uomo suo malgrado nei giochi o abbattendolo per strada o in guerra senza conoscerlo, o per averlo sorpreso presso la moglie o la madre o la sorella o la figlia o la concubina che mantenga per procreare figli legittimi, l’uccisore non sia soggetto ad accusa”.
L’impunità riconosciuta all’uccisore dell’adultero non è da attribuire, come si potesse pensare, a una sorta di giustificazione per causa d’onore o a una considerazione psicologica dello stato d’animo dell’uccisore. L’uccisione dell’adultero è infatti assimilata ad altre tre circostanze di reato non omogenee, la terza delle quali, l’uccisione del brigante, prevede il caso della legittima difesa. Il fatto che la legge intenda come adulterio intrattenere rapporti non solo con una donna maritata, ma anche con una donna nubile o con una concubina, dimostra che il reato non lede l’interesse del marito alla fedeltà della sposa, ma l’interesse del gruppo familiare, dell’oìkos, che può essere inquinato dall’introduzione di figli bastardi.

La soppressione dell’adultero è quindi una atto di legittima difesa, esercitato dal capo dell’oìkos a tutela di un bene di sua proprietà, non diverso da quello del padrone di casa che uccide il ladro sorpreso a rubare. Questo spiega perché fare violenza a una donna fosse considerato un reato meno grave che sedurla: l’atto di violenza, ratto o stupro che fosse, si configurava dal punto di vista della parte lesa come una offesa che non implicava il consenso della donna e quindi non le alienava la fiducia del marito.

Malgrado il rigore delle leggi non era raro che anche le donne ingannassero i loro mariti: l’orazione di Lisia per Eufileto racconta con abbondanza di particolari piccanti come la moglie di Eufileto conobbe durante un funerale il seduttore Eratostene, che riuscì poi a raggiungere la donna grazie all’aiuto di una ancella e a goderne l’affetto finché, tradito da una amante gelosa che aveva lasciato, fu sorpreso dal marito in flagranza di reato e ucciso.

ESPRESSIONE E INIBIZIONE

Da quanto si è detto parrebbe di dover concludere che l’uomo greco godesse della più ampia libertà sessuale. In realtà, il primo contrassegno di inibizione sessuale si incontra a livello linguistico: a partire da Omero, che pure, secondo gli statuti enciclopedici dell’epica, descrive meticolosamente ogni attività quotidiana, l’attività sessuale non trova descrizioni adeguate. Anche l’età classica si esprime all’insegna dell’eufemismo: “andare con qualcuno” è, come per noi, una perifrasi che indica il rapporto intimo; “sappiamo che cosa” è un modo per indicare gli organi genitali. Si potrebbe pensare che il tabù linguistico dipenda dall’eleganza letteraria, ma l’atteggiamento dei filosofi esprime disprezzo per il sesso: soprattutto il cinismo, nella sua spasmodica ricerca dell’autosufficienza, vedeva nella masturbazione il modo più semplice per soddisfare il desiderio fisiologico. Socrate paragonava il desiderio di Crizia per Eutidemo al bisogno che prova un maiale setoloso di calmare il prurito sfregando il dorso contro una pietra. La castità era praticata sia per vincoli di ordine religioso sia per necessità inerenti alle pratiche guerriere, che rappresentano la più prestigiosa attività dell’uomo greco. In questo senso, l’autodisciplina del sesso, era assimilata alla capacità di sopportare la fame, la sete, il sonno, e rientrava tra le forme di privazione che venivano incoraggiate presso i giovani per temprare la resistenza fisica dei futuri soldati.

LA SESSUALITA’

Un’idea precisa sul sesso e la sua concezione nell’antica Grecia lo si può avere della pitture vasali. Vi erano vasi a carattere religioso-devozionale, il più delle volte associati alla fertilità, altri erano a carattere apotropaico, altri ancora erano sicuramente intesi a stimolare sessualmente. Infine vi erano alcuni vasi di intento umoristico, nei quali l’artista dipingeva le sue fantasie, rappresentando soprattutto creature mitologiche nell’atto di compiere il rapporto sessuale in ogni modo possibile. Nella prima categoria rientrano vasi che rappresentano il Matrimonio Sacro, ossia rapporti sessuali di uomini e animali; questi vasi venivano offerti a un tempio o a un santuario, con la supplica per la fertilità di una donna, un gregge o un campo. Il Matrimonio Sacro era un rito rurale collegato alla fertilità della terra e associato al culto di Dioniso.

Nella seconda categoria rientrano vasi e sculture che, attraverso la rappresentazione del fallo, erano intesi a scacciare il male: di conseguenza Atene era piena di erme, ossia colonne quadrangolari sormontate dalla testa di Ermes e con un fallo in erezione. Infine, nell’ultima categoria rientrano vasi con rappresentazioni erotiche intese all’eccitazione sessuale, da non confondere con la pornografia, in quanto venivano usati nei simposi. Questi vasi nella maggior parte rappresentano uomini con donne, mentre sono pochi quelli con temi pederastici. Sono rappresentati tutti i modi e le posizioni possibili del coito: vaginale, anale, il contatto sulle cosce, la fellatio, il cunnilingus, l’onanismo, l’uso di strumenti di piacere, ménage a trois, sessantanove, sadismo, orge, bestialità ecc..

Il fatto che questo genere di illustrazioni siano riconducibili ai simposi è deducibili da particolari quali le corone di fiori sul capo degli uomini, i flauti e le nacchere tenuti e suonati dalle etere, triclini ecc.. Questo probabilmente indica che tale condotta era accettata solo nel contesto dei simposi. Il cunnilingus era ritenuta comunque una pratica impropria (come si può dedurre anche da alcuni passi tratti dalle commedie di Aristofane (Pace), in quanto era considerato sminuente per un uomo dare piacere a una donna senza trarne a propria volta. Nel caso della fellatio, in cui è la donna a dare piacere, l’uomo di fatto resta passivo, essendo la donna a svolgere la parte attiva, ed essere passivo era inaccettabile per un uomo. Per bilanciare la passività dell’uomo, l’artista rappresenta sempre le donne inginocchiate, in una posizione di sottomissione, e con i tratti del viso alterati. E’ interessante notare come la più diffusa posizione del missionario non si trovi raffigurata da nessuna parte, ma di solito si vedano donne piegate in avanti, inginocchiate, sdraiate sulla schiena con i piedi appoggiati sulle spalle dell’uomo: quest’ultima posizione ha il vantaggio di offrire una buona visuale dei genitali maschili, cosa che era nell’intenzione dell’artista. Le posizioni tradizionali non sono rappresentate in quanto non erano abbastanza esplicite e secondariamente l’artista non voleva rappresentare la donna in stato di sottomissione. Nei visi dei protagonisti è comunque assente un’espressione sentimentale, fatta accezione di una oinokè dove sono rappresentati un giovane uomo e un’etera della stessa età. Per qual che riguarda il coito anale, pare fosse socialmente accettabile, in quanto non risultano testi o illustrazioni di condanna. Non vi era nessuna legge contro la bestialità, probabilmente per il fatto che non era praticata dai Greci: le sole scene del genere o erano associate a soggetti mitologici o riguardavano Satiri e Menadi. Tuttavia esisteva una legge contro lo stupro per proteggere le donne e i bambini, sia nati liberi sia schiavi. La pena consisteva in un’ammenda e il colpevole doveva pagarla due volte: una alla vittima e una allo stato. Lo stupro era un serio atto criminale e quindi l’ammenda doveva essere alta in proporzione: secondo una legge emanata da Solone, il violentatore doveva pagare cento dracme (Plutarco, Solone).

Si può speculare che la prostituzione sia sempre stata praticata in Grecia sotto varie forme. Agli inizi del VI secolo a.C. finì il periodo della prostituzione incontrollata, quando il legislatore Solone istituì i primi bordelli di Atene, per facilitare gli adolescenti intraprendenti e evitare che commettessero adulterio con donne rispettabili. Si dice che Solone, con il denaro incassato da queste prime case chiuse, fece costruire il tempio dedicato ad Afrodite Pandemo, la dea patrona dell’amore a pagamento (Ataneo, 13).

In greco la parola prostituta è pòrne, e deriva del verbo pérnemi (vendere), ossia colei che è in vendita. Inizialmente la parola descriveva soltanto la professione e non aveva il significato dispregiativo che assunse successivamente. Le prostitute erano schiave o ex schiave liberate, ma potava trattarsi anche di meteci, ossia libere, ma straniere immigrate, o bambine abbandonate, oppure donne ateniesi cadute in rovina. Ad Atene, indurre una donna alla prostituzione era assolutamente proibito e punito da una legge istituita da Solone. Sappiamo da Plutarco che: “Se qualcuno funge da lenone, la pena è un’ammenda di venti dracme, a meno che non si tratti di quelle donne che manifestamente si danno a quanti le paghino. E comunque, nessuno deve vendere le proprie figlie o sorelle, a meno che non abbia sorpreso una ragazza non sposata a concedersi a un uomo” (Solone, 23). I lenoni erano uomini o donne delle più basse condizioni sociali che sfruttavano una o più prostitute; il lenocinio, se denunciato e provato, poteva risultare anche nella pena di morte del IV secolo a.C.: “La legge sancisce che i lenoni, donne o uomini, debbano essere denunciati, e quelli tra loro trovati colpevoli, essere condannati a morte” (Eschine).

Le prostitute entravano in varie categorie, a seconda dei luoghi che frequentavano e dove esercitavano le professione: perciò, c’erano le chamaitypaì, la categoria più antica, così chiamate perché ,lavoravano all’aperto sdraiate; le perepatétikes (passeggiatrici), che trovavano i clienti passeggiando e poi li portavano nelle loro case; le gephyrides, che lavoravano nelle vicinanze dei ponti; altre ancora frequentavano i bagni pubblici e infine c’erano quelle che lavoravano negli oikìskoi (piccole case, bordelli). Poco a poco il numero dei postriboli aumentò e a quanto ci dice Ateneo, nessuna città aveva tante prostitute quanto Atene, fatta eccezione di Corinto, dove veniva praticata la Prostituzione Sacra. La tariffa per una visita a un postribolo nel V secolo era di solito di un obole (sei oboles corrispondevano a una dracma), come ci informa lo storico Ateneo (13, 568-9), ma le ragazze potevano essere pagate anche in natura. Il costo corrispondeva al guadagno giornaliero di un operaio manuale senza alcuna specializzazione. Numerose sono le illustrazioni che rappresentano scene dalle case di piacere ma la stragrande maggioranza ritrae l’ammissione di clienti, la trattativa con la donna, il pagamento e molto raramente l’atto sessuale in sé. Probabilmente le uniche illustrazioni di coito in un postribolo, e che si possono certamente identificare con quello, sono su una copertura di uno specchio del IV secolo a.C.. Nella parte interna ed esterna sono raffigurate due coppie che fanno l’amore. Ciò che distingue il luogo dove si svolge l’atto sessuale, sono i letti: entrambi hanno coperte e cuscini; i triclini dei simposi non avevano né l’uno né l’altro.

L’OMOSESSUALITA’

Dai Greci dell’età classica era considerato vergognoso il rapporto omosessuale tra adulti; non destava invece nessuno stupore che un uomo si sentisse sessualmente attratto da un bel ragazzo imberbe e che intrattenesse con lui rapporti erotici. Non si trattava però di una vera e propria omosessualità, nel senso che l’amore omosessuale coesisteva con le pratiche eterosessuali e probabilmente, in qualche misura, anche le influenzava: la pittura vascolare a alcuni epigrammi ellenistici mostrano casi di sodomia eterosessuale. D’altra parte, il ragazzo, una volta adulto prendeva regolarmente moglie e a sua volta amava donne e ragazzi.

Le ragioni di questa sorta di polivalenza sessuale sono da ricercare sia nella segregazione dei sessi nell’adolescenza, che avrà contribuito ad instaurare pratiche destinate a mantenersi in età adulta, sia, soprattutto, nel fatto che il rapporto tra gli uomini era l’unico che prevedesse un partner di pari livello, scelto liberamente e conquistato dopo un regolare corteggiamento: una soluzione all’insegna del disinteresse delle parti, che certo non aveva luogo né con la sposa legittima, frutto di un accordo familiare né con etere e prostitute, che erano per lo più straniere o schiave prezzolate, e forse nemmeno con la concubina, che pure beneficiava di integrazione familiare.

Non mancano gli esempi nella letteratura come nel mito: la poetessa Saffo canta il suo amore per le ragazze del circolo del tiaso, il lirico Teognide dedica interi componimenti alla formazione morale del suo giovane amante Cirno, Zeus per avere il bel Ganimede sempre accanto a lui lo porta sull’Olimpo donandogli l’immortalità. L’amore omosessuale è stato dunque uno spunto fondamentale per la produzione letteraria dall’epoca arcaica all’età classica e assumeva un ruolo basilare e quasi istituzionale nella formazione intellettuale dei giovani preparandoli ad affrontare i diversi aspetti della vita da adulti.

E’ opinione comune che nella Grecia antica l’omosessualità, da intendersi come rapporto tra due soggetti adulti dello stesso sesso, fosse una pratica diffusa. In realtà, la relazione sessuale tra due adulti non era ammessa, e non si trattava di semplici legami sessuali, ma di relazioni pederastiche.
In epoca classica, quando la filosofia, la poesia, la musica e l’atletica sono in continua evoluzione, gli uomini diventano sempre più raffinati, sia fisicamente sia mentalmente, mentre le donne rimangono escluse da tutto questo. Il risultato fu che gli uomini non avevano argomenti di discussioni con le proprie mogli, le quali, essendo sempre confinate all’interno delle mura domestiche, non potevano sviluppare alcun interesse spirituale o avere cura del proprio corpo, in quanto non avevano accesso all’atletica. Perciò i Greci, che erano sempre stati amanti della bellezza, non ebbero altra scelta che rivolgersi all’armonia del corpo maschile, ben allenato, ed al suo colto spirito. Le due cose andavano insieme, come attesta la massima: “sano nel corpo, sano nella mente”. Il corpo veniva allenato nelle palestre, e la mente nelle scuole, che fornivano una preparazione culturale rudimentale, come insegnare a leggere ed a scrivere, l’aritmetica e la musica. Al giovane mancava dunque l’insegnamento dei meccanismi della vita sociale, le funzioni dello stato, la virtù, il senso morale, ma anche una preparazione alle insidie e ai pericoli della vita.

L’omosessualità femminile nell’antica Grecia aveva una funzione pedagogica analoga a quella maschile e rappresentava per l’adolescente una fase di passaggio dall’età infantile al mondo degli adulti, durante la quale la giovane veniva educata e preparata al matrimonio e ad una delle funzioni essenziali per i greci: la procreazione. Intorno al VII sec. a.C. in Grecia fiorirono delle comunità femminili nelle quali le relazioni omoerotiche avevano il valore di rito d’iniziazione sessuale analogo a quello della pederastia.

Di rilevante importanza fu il circolo di Saffo, che rappresenta il principale modello di questa pseudo-omosessualità. L’attività della poetessa a Mitilene assolveva una ben precisa funzione sociale: Saffo educava fanciulle nobili nella ristretta cerchia del tìaso, una sorta di associazione femminile in cui le ragazze entravano a farne parte prima del matrimonio e dove trascorrevano un periodo d’istruzione e preparazione alle nozze; poi, una volta sposate, si separavano dal gruppo.

L’ESPERIENZA AMOROSA

L’aspetto predominante della poesia di Saffo è l’amore per le ragazze della sua cerchia, che aveva un ruolo fondamentale nel processo educativo delle adolescenti e rappresentava la preparazione alla sessualità della fase adulta. L’amore che Saffo provava verso le ragazze era un sentimento sincero, totalizzante e appassionato, che è strettamente legato al culto di Afrodite, come appare nell’Ode ad Afrodite, che apre il primo libro dell’opera di Saffo e costituisce un’accorata invocazione alla dea perché venga in aiuto della poetessa che soffre per un amore non ricambiato. Di rilevante importanza sono  la concezione dell’amore come una forza di origine divina, che trascende la volontà dei mortali e alla quale non é lecito sottrarsi e lo svilupparsi di quest’ode sotto forma di preghiera. Riversando un’esperienza personale in un’ode che veniva cantata tra le fanciulle del tìaso riunite davanti alla statua della dea, Saffo trasforma l’esperienza individuale in collettiva e il suo intento è paradigmatico in quanto attraverso le parole di Afrodite vuole definire le “regole” dell’amore proponendo dei precisi modelli di comportamento. Saffo in questo modo vuole sanzionare il proprio ruolo e la sacralità dei rapporti che stabiliva con le ragazze della comunità. La poetessa concepisce l’eros come una forza molto possente, un’esperienza psicologica sconvolgente, dolorosa e capace di porre una persona in conflitto con se stessa; Saffo presenta molteplici immagini efficaci per esprimere l’effetto dell’amore sulla persona che ne fa esperienza, come nel frammento 47 Voigt, nel quale viene espressa l’idea dell’eros come una pulsione che investe l’anima dall’esterno: “Squassa Eros l’animo mio, come il vento sui monti che investe le querce.” (trad. F. Sisti). Talvolta designa eros come una mescolanza di piacere e tormento, in quanto è in grado di recare gioia e serenità.

La dimensione della memoria assume un’importanza tutta speciale nella poesia saffica riveste la tematica della memoria. Ciò é spiegato dal fatto che l’esperienza di una ragazza nel tìaso era temporanea, destinata a concludersi col ritorno alla casa paterna o con il matrimonio: per questo si spiega l’esigenza di trovare, proprio nel ricordo, una forma di continuità capace di annullare in qualche modo gli effetti dell’inevitabile separazione.

LE DIVINITA’ – EROS E AFRODITE

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Eros e Afrodite possono essere utilizzati in modo intercambiabile in rapporto alla sessualità, al desiderio sessuale e al piacere, sia singolarmente che in coppia. Tuttavia Eros si riferisce più specificatamente all’istinto del desiderio amoroso, mentre Afrodite è implicata nell’intero campo di azioni comprese tra l’esercizio del fascino sessuale e la concreta nascita dell’atto sessuale. Alcuni sostengono che Eros, uscito dall’uovo cosmico, fu il primo degli dei, poiché senza di lui nessuna delle altre divinità sarebbe potuta nascere. Così si sostiene che fosse coevo della Madre Terra e del Tartaro, e si nega che egli potesse avere un padre e una madre. Una altra tradizione dice che egli nacque da Afrodite e da Ermete o da Ares o da Zeus stesso. Eros era un fanciullo ribelle, che non rispettava né la condizione né l’età altrui, ma svolazzava con le sue ali d’oro scoccando frecce a caso e infiammando i cuori con i suoi temibili dardi. Come la cultura greca ribadisce più volte, Eros è un’emozione, una immagine, una figura, una idea, una forza sovrannaturale che ha effetto sia sul corpo sia sulla mente: obnubila l’intelletto, causa il rilassamento delle membra (Saffo); nessuno è immune dall’influsso erotico, né animali né uomini, né mortali né immortali, e il suo impero, al pari di quello di Afrodite, si esercita sul cosmo intero: terra, mare, cielo, ed è la celebrazione della vita istintuale intera quale commistione di piaceri e pericoli. Eros era venerato come dio del desiderio e in quanto tale vi erano una serie di culti a lui dedicati. Molti templi gli furono consacrati, per lui si svolgevano feste con agoni musicali e ginnici e concorsi dedicati alle Muse. Anche le etere svolgevano un ruolo importante nella celebrazione del dio, infatti nel santuario di Afrodite a Corinto si era immessa la pratica concreta dell’amore nella sfera religiosa e questo costume dissocia la prostituzione dal rapporto commerciale e innalza l’unione sessuale ad atto di culto. Il culto di Eros si trova anche nel cuore di Atene: non solo vi era un altare di Eros all’entrata dell’Accademia, ma anche il santuario dedicato ad Afrodite ed Eros, situato alle pendici settentrionali dell’acropoli.

Afrodite emerse nuda dalla spuma delle onde del mare fecondata dai genitali di Urano, che Crono aveva gettato in mare per impossessarsi del potere.

Inoltre sembrerebbe essere la stessa dea dall’immenso potere che nacque dal Caos e danzò sul mare, la dea insomma che era venerata in Siria e in Palestina come Ishtar. Il centro più famoso del suo culto era Pafo dove, tra le rovine di un grandioso tempio romano, si vede ancora la bianca primitiva immagine aniconica (che ha scarsa corrispondenza con la realtà rappresentata) della dea. La dea fondava il suo potere non solo sulla incredibile bellezza e sul fascino, ma era anche stata dotata da Zeus, padre adottivo, di una cintura magica che la rendeva irresistibile per gli occhi di chiunque, dei e mortali. Non c’è da stupirsi dunque se veniva ritenuta la più potente di tutti gli immortali, proprio perché il suo potere era il più divino, al quale tutti dovevano soggiacere e al quale nessuno poteva opporre resistenza. Gli Elleni cercarono anche di svilire la Grande Dea del Mediterraneo, che per molto tempo aveva avuto il potere supremo a Corinto, Sparta, Tespie e Atene, condannando le sue solenni orge sessuali come se fossero sregolatezze adulterine.

L’AMORE NELL’EPICA

Spesso nella produzione epica arcaica, della quale i primi esempi possono essere considerati i poemi omerici, il motore delle vicende che agisce indistintamente su mortali e dei è il sentimento amoroso, manifesto in tutte le sue forme, e concepito dalla mentalità eroica come un impulso incontrastabile che muove l’uomo contro la razionalità della morale comune. Questa convenzione avrà fortuna anche in età classica e influenzerà la produzione letteraria successiva. E le vicende narrate da Omero e da altri epici Apollodoro ricalcano schemi provenienti dalla mentalità micenea, giunta a loro tramite l’instancabile opera degli aedi che componevano e tramandavano versi ispirati ad avvenimenti reali, come appunto la guerra di Troia.

CONSUETUDINI E TRADIZIONI
RELATIVE AL MATRIMONIO: 200 d.C.

EUROPA SETTENTRIONALE

Tra i goti germanici, un uomo sposava una donna della propria comunità. Quando c’era scarsa disponibilità di donne, rapiva la sua futura sposa fra gli abitanti di un villaggio vicino. Il futuro sposo, accompagnato da un amico, prendeva qualsiasi ragazza si fosse allontanata dalla casa natale. La nostra usanza del testimone è un residuo di questo espediente adottato da due uomini nerboruti. Sempre da tale pratica del rapimento, che richiedeva il sollevamento della ragazza per trasportarla nel proprio villaggio, più tardi derivò l’atto simbolico di “varcare la soglia della nuova casa tenendo in braccio la sposa”. La tradizione secondo la quale la sposa sta alla sinistra dello sposo, rappresentava a sua volta molto più che una consuetudine d’etichetta priva di significato. Tra i barbari dell’Europa settentrionale (definiti in tal modo dai romani), lo sposo teneva alla propria sinistra la sposa per proteggerla da un possibile attacco improvviso, lasciando in tal modo libera la mano destra, quella che doveva impugnare la spada.

TRADIZIONE DELL’ANELLO

Un anello fu usato per la prima volta nella Terza Dinastia dell’Antico Regno d’Egitto, intorno al 2800 a.C. Per gli egiziani, un cerchio, non avendo inizio né fine, significava eternità, per cui il matrimonio era un legame eterno. Gli anelli d’oro erano quelli più apprezzati dai ricchi egiziani e in seguito anche dai romani. È provato che i giovani romani di scarsi mezzi andavano spesso in fallimento per le loro future spose.

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Tertulliano, un prete cristiano che scriveva nel secondo secolo d.C., osservava che “la maggior parte delle donne non conosceranno altro oro che quello dell’anello nuziale che portavano al dito”. In pubblico, la casalinga romana del ceto medio portava con orgoglio la sua fede d’oro, ma a casa, secondo Tertulliano, “portava un anello di ferro”. Molti anelli romani ancora esistenti recavano una piccola chiave saldata da un lato. Questo non significava, sentimentalmente, che una sposa aveva aperto il cuore del marito, ma piuttosto, in accordo con la legge romana, simboleggiava un punto centrale del contratto matrimoniale, ovvero che una moglie aveva diritto alla metà della ricchezza del marito e che quando voleva poteva prendere qualunque cosa fosse contenuta nella dispensa. Un documento veneziano relativo al un matrimonio, datato 1503 nomina “un anello nuziale con diamante”. L’anello nuziale d’oro, di una certa Maria di Modina, faceva parte dei primi anelli di fidanzamento che presentavano un diamante incastonato. Iniziarono una tradizione che probabilmente durerà per sempre. I veneziani furono i primi a scoprire che il diamante è una delle sostanze più dure e più resistenti che esistano in natura, e che un taglio accurato e una levigatura ne rivelano lo splendore.

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Uno dei primi anelli di fidanzamento con diamante della storia fu anche il più piccolo, portato da una futura sposa di due anni d’età. L’anello venne creato per il fidanzamento della principessa Mary, figlia di Enrico VIII, con il delfino di Francia, figlio di Re Francesco I. Per motivi politici e ragioni di stato, al delfino nato il 28 febbraio 1518, venne assegnata subito una fidanzata, in modo da garantire una più stretta alleanza tra Inghilterra e Francia. Sebbene sia nota l’origine dell’anello di fidanzamento con diamante, quella dell’anello di fidanzamento in generale non è altrettanto certa. La consuetudine, tuttavia, risale a molto prima del XV secolo. Per i cattolici romani, l’introduzione ufficiale dell’anello di fidanzamento è inequivocabile. Nell’860 d.C., papa Nicolò I decretò che il dono dell’anello di fidanzamento divenisse il simbolo dell’affermazione formale dell’intenzione di convolare a nozze. Nicolò, che era un difensore intransigente della santità del matrimonio, una volta scomunicò due arcivescovi che erano stati coinvolti nel matrimonio, nel divorzio e nel successivo matrimonio di Lotario II di Lorena, accusandoli di “complicità nel reato di bigamia”. Per Nicolò non era sufficiente un anello qualsiasi, di qualunque materiale e valore. L’anello di fidanzamento doveva essere di un metallo pregiato, preferibilmente d’oro, fatto che per il futuro marito rappresentava un sacrificio finanziario; in tal modo prese il via una tradizione. In quel secolo vennero stabilite altre due usanze: la perdita per confisca dell’anello da parte di un uomo che recedeva dalla promessa di matrimonio; la restituzione dell’anello da parte di una donna che rompeva il fidanzamento. La Chiesa divenne inflessibile riguardo alla serietà di una promessa di matrimonio e alla punizione in caso questa non venisse mantenuta. Il Concilio di Elvira condannava a tre anni di scomunica i genitori di un uomo che poneva fine a un fidanzamento. E se una donna decideva che non voleva più sposarsi per ragioni che non erano accettabili da parte della Chiesa, il parroco della sua parrocchia aveva l’autorità di ordinarla suora. Gli antichi ebrei infilavano l’anello nuziale al dito indice. In India le fedi erano sul pollice. L’usanza occidentale di infilare l’anello nuziale al “terzo” dito (senza contare il pollice) ebbe inizio con i greci, in seguito a una certa trascuratezza riguardante la classificazione anatomica dell’uomo.

I medici greci del III secolo a.C. credevano che una certa vena, la “vena dell’amore”, partisse dal “terzo dito” e arrivasse direttamente al cuore. L’anulare divenne perciò il dito al quale era più logico portare un anello che fosse simbolo di una questione di cuore. I romani, plagiando le tavole anatomiche dei greci, adottarono ciecamente la consuetudine dell’anello. Questo divenne inoltre il “dito curativo” per i medici romani, usato per mescolare le pozioni medicinali. Poiché si supponeva che la vena dell’anulare raggiungesse il cuore, qualunque preparato potenzialmente tossico sarebbe stato prontamente riconosciuto da un medico “nel suo cuore” prima che questi lo somministrasse al paziente. I cristiani mantennero l’usanza dell’anulare, ma si facevano strada attraverso tutta la mano per raggiungere la vena dell’amore. Inizialmente lo sposo infilava l’anello sulla punta del dito indice della sposa, pronunciando le parole “Nel nome del Padre”. Poi, continuando la preghiera “nel nome del Figlio”, spostava l’anello sul medio, e infine, concludendo con le parole “e dello Spirito Santo, Amen”, sull’anulare. Questa era nota come formula della Trinità. In oriente gli anelli non erano tenuti in grande considerazione, si credeva fossero semplicemente degli ornamenti, privi di simbolismo sociale o di significato religioso.

PUBBLICAZIONI MATRIMONIALI

Durante il feudalesimo, in Europa, tutti gli avvisi pubblici riguardanti morti, tasse o nascite venivano chiamati “pubblicazioni”. Oggi utilizziamo questo termine esclusivamente per la dichiarazione fatta da due persone che hanno intenzione di sposarsi. Tale interpretazione iniziò in seguito a un’ordinanza di Carlomagno, re dei Franchi, che il giorno di Natale nell’800 d.C., venne incoronato Imperatore dei romani, decretando la nascita del Sacro Romano Impero.

Carlomagno, dovendo governare su un territorio vastissimo, aveva un motivo medico e pratico per istituire l’uso delle pubblicazioni matrimoniali. Sia tra i ricchi sia tra i poveri, non era sempre chiaro chi fossero i genitori di un bambino; una scappatella extraconiugale poteva portare, come spesso accadeva, al matrimonio tra un fratellastro e una sorellastra. Carlomagno, allarmato dall’alta percentuale di matrimoni tra fratellastri, e dalle conseguenti menomazioni genetiche della prole, emanò un editto in tutto il suo impero unificato. Ogni matrimonio doveva essere proclamato pubblicamente almeno sette giorni prima della celebrazione della cerimonia. Per evitare la consanguineità tra i futuri sposi, chiunque fosse in possesso di informazioni riguardanti il fatto che l’uomo e la donna in questione fossero imparentati come fratello e sorella, oppure come fratellastro e sorellastra, aveva l’ordine di farsi avanti. Tale consuetudine si rivelò talmente efficace, che venne ampiamente adottata da popoli appartenenti a diversi credi religiosi.

TORTA NUZIALE

Un tempo la sposa non mangiava la torta nuziale; in origine, infatti, la torta le veniva lanciata addosso. Quest’usanza si diffuse come uno dei tanti simboli di fertilità insiti nella cerimonia nuziale. Infatti, fino a tempi recenti, si riteneva che i bambini dovessero arrivare subito dopo il matrimonio proprio come la notte viene dopo il giorno. Il frumento, per molto tempo un simbolo di fertilità e prosperità, fu una delle prime granaglie che venivano gettate alla sposa durante la cerimonia; e le giovani donne non ancora sposate dovevano affannarsi a raccogliere i chicchi, come fanno oggi per il bouquet della sposa.  Gli antichi fornai romani, la cui abilità nel preparare i dolci era più apprezzata del talento dei grandi costruttori delle città, alterarono tale consuetudine. Intorno al 100 a.C. iniziarono a utilizzare il frumento nuziale per cuocere dei dolcetti che venivano mangiati, invece di essere gettati alla sposa. Secondo il poeta e filosofo romano Lucrezio, autore del De rerum natura (“la natura delle cose”), si diffuse la consuetudine di un rito di compromesso, durante il quale i dolci di grano venivano sbriciolati sul capo della sposa. E come ulteriore simbolo di fertilità, alla coppia veniva richiesto di mangiare una parte delle briciole, un’usanza nota con il nome di confarreatio, o “mangiare insieme”. Dopo aver esaurito la riserva di dolci, agli ospiti venivano offerte delle manciate di confetti, un misto di noci, frutta secca e mandorle con miele.

SCARPE VECCHIE

Oggi, in alcuni paesi delle scarpe vecchie vengono legate dietro alle macchine dei novelli sposi. Fin dai tempi antichi il piede era considerato un potente simbolo fallico. In molte civiltà, e in particolare tra gli eschimesi, alle donne che avevano difficoltà nel concepire un figlio veniva suggerito di portare sempre con sé un pezzo di scarpa vecchia.

 

 

LUNA DI MIELE

Esiste un’ampia differenza tra il significato originale di “luna di miele” e la connotazione che questo termine ha ai nostri giorni, ovvero un delizioso ritiro molto atteso, che prelude alla vita matrimoniale. L’origine della parola, che deriva dal norvegese antico hjunottsmanathr, con un significato cinico, e l’isolamento tanto atteso, un tempo era tutt’altro che delizioso. Quando un uomo appartenente a una comunità del nord Europa rapiva una sposa da un villaggio vicino, era obbligato a tenerla nascosta per un certo periodo. Gli amici gli garantivano la segretezza, e soltanto il testimone sapeva dove si trovasse. Quando la famiglia della sposa rinunciava a continuare a cercarla, i due tornavano al villaggio dello sposo. Fare la luna di miele significava nascondersi.

La parola scandinava che significa “luna di miele” deriva in parte da un’antica usanza nord europea. Le coppie appena sposate, durante il primo mese di vita matrimoniale, bevevano quotidianamente una tazza di vino e miele, chiamata idromele. Sia questa bevanda che la consuetudine di rapire le spose, fanno parte della storia di Attila, re degli unni asiatici dal 433 d.C. al 453. Il guerriero in questione, gozzovigliò con boccali di tale distillato alcolico in occasione del suo matrimonio nel 450 con la principessa romana Onoria, sorella dell’imperatore Valentiniano III. Attila la rapì da un precedente matrimonio e la dichiarò sua, non senza aver avanzato pretese sulla metà occidentale dell’impero Romano. Tra anni dopo, in occasione di un altro banchetto, l’insaziabile passione di Attila per l’idromele lo portò a berne una quantità eccessiva che gli provocò vomito, perdita della conoscenza, coma, e che lo condusse alla morte. Il miele nella locuzione “luna di miele” deriva direttamente dal vino e miele chiamato “idromele”, mentre il termine “luna” richiamava il ciclo mensile percorso dal corpo celeste; combinarla con il termine miele significava che non tutte le lune, o mesi di vita matrimoniale, sarebbero stati dolci come il primo. Nel sedicesimo e diciassettesimo secolo, gli scrittori e i poeti britannici utilizzavano spesso l’interpretazione nordica della luna di miele per indicare una diminuzione e un indebolimento dell’amore coniugale.

MATRIMONIO IN CHIESA

Il matrimonio tradizionale in chiesa comprende due marce nuziali, di due diversi compositori classici. La sposa attraversa la navata al suono della maestosa musica moderatamente misurata del “Coro nuziale” dall’opera del 1848, di Richard Wagner, Lohengrin. I novelli sposi escono accompagnati dalle note più esultanti e sostenute della “Marcia Nuziale” dal Sogno di una notte di mezza estate di Felix Mendelssohn del 1826.

L’usanza risale al matrimonio regale, nel 1858, della principessa di Gran Bretagna e imperatrice di Germania, Vittoria, con il principe Federico Guglielmo di Prussia. Fa Vittoria stessa, figlia maggiore della regina britannicaVittoria, a scegliere la musica. Mecenate delle arti, apprezzava le opere di Mendelssohn e venerava quelle di Wagner. Conoscendo l’abitudine degli inglesi di copiare tutto ciò che vedevano fare dalla monarchia, ben presto le spose inglesi, sia nobili che appartenenti alla gente comune, avanzarono al suono della musica scelta da Vittoria, istituendo una tradizione matrimoniale tipicamente occidentale.

ABITO NUZIALE E VELO

Per secoli il bianco è stato simbolo di purezza e di verginità, ma nell’antica Roma era il giallo il colore socialmente accettato per l’abito indossato dalla sposa, la quale portava anche un velo tinto di giallo vivo, il flammeum che le copriva il volto. Gli esperti di storia della moda sostengono che il velo che copriva il volto fu un’invenzione decisamente maschile, e uno dei più antichi sistemi per mantenere umili, sottomesse e nascoste agli altri uomini le donne, quelle sposate quanto quelle nubili. Sebbene il velo, in vari momenti della sua lunga storia, abbia anche avuto la funzione di simbolo d’eleganza e di seduzione, di riserbo e di lutto, si tratta di un elemento dell’abbigliamento femminile che le donne probabilmente non avrebbero mai creato da sole. Nati in oriente almeno quattromila anni fa, i veli venivano portati per tutta la vita dalle donne nubili come segno di riserbo e dalle donne sposate come segno di sottomissione al marito. Nelle religioni musulmane le donne dovevano coprirsi il capo e parte del volto ogniqualvolta uscivano di casa. Con il passare del tempo le regole (dettate dagli uomini) divennero più severe, e soltanto gli occhi della donna potevano restare scoperti, una concessione dettata dalla necessità, dato che gli antichi veli erano a trama fitta, fatto che impediva di vedervi attraverso.

Le usanze erano meno rigide nei paesi del nord Europa. Soltanto le mogli rapite portavano il velo. Tra i greci e i romani del IV secolo a.C., ai matrimoni erano di moda i veli leggeri e trasparenti. Erano puntati ai capelli o tenuti fermi da nastri, e il giallo era divenuto il colore preferito, sia per il velo che per l’abito nuziale. Durante il medioevo il colore cessò di essere un fattore di primaria importanza: vennero invece sottolineati la preziosità del tessuto e gli ornamenti decorativi.

In Inghilterra e in Francia, la consuetudine di indossare il bianco in occasione dei matrimoni fu commentata per la prima volta dagli scrittori del XVI secolo. Il bianco era l’affermazione visiva della verginità della sposa, e si trattava di un’asserzione talmente evidente e pubblica, che non risultò gradita a tutti. I religiosi, per esempio, ritenevano che la verginità, un presupposto del matrimonio, non avrebbe dovuto essere sbandierata così pubblicamente. Alla fine del XVIII secolo, il bianco era diventato il colore classico per la sposa.

DIVORZIO
antichità: Africa e Asia

Prima che ci possa essere uno scioglimento ufficiale di un matrimonio, deve avere luogo un’unione ufficiale. Il più antico certificato di matrimonio esistente venne rinvenuto tra i papiri aramaici, vestigia di una guarnigione ebraica assegnata a Elefantina, in Egitto, nel V secolo a.C.

Il contratto è un atto di vendita conciso, disadorno, privo di romanticismo: sei mucche in cambio di una ragazza di quattordici anni.

Con i romani, che erano grandi esperti in legislazione, il certificato di matrimonio si ampliò fino a diventare un documento scritto in un complesso linguaggio legale e composto di varie pagine. Stabiliva chiaramente termini quali le condizioni della dote e la divisione della proprietà in seguito a morte o divorzio. Nel I secolo d.C., tra gli ebrei venne ufficialmente introdotto un certificato di matrimonio riveduto, che viene usato ancor oggi, soltanto con alcune minime modifiche. Anche il divorzio iniziò come una procedura semplice e in qualche modo informale.

Nelle antiche Atene e Roma, non esistevano argomenti legali per lo scioglimento di un matrimonio; un uomo poteva divorziare da sua moglie in qualsiasi momento si stancasse di lei. E anche se doveva procurarsi un atto di divorzio presso un magistrato locale, non abbiamo ragione di credere che ne sia mai stato negato uno.

Ancora nel VII secolo, un marito anglosassone poteva divorziare da sua moglie per i motivi più disparati e assurdi. Un testo legale del tempo afferma che “Una moglie potrebbe venir ripudiata se viene provato che è sterile, deforme, sciocca, irascibile, lussuriosa, volgare, abitualmente ubriaca, ingorda, troppo loquace, litigiosa o ingiuriosa”.

Gli antropologi che hanno studiato le usanze relative al divorzio nelle società moderne e antiche, sono tutti concordi su un punto; storicamente, il divorzio che implicava un mutuo accordo era maggiormente diffuso nelle tribù matriarcali, in cui la moglie deteneva il ruolo di capofamiglia in qualità della sua forza procreativa. Invece, in una cultura patriarcale, in cui i diritti procreativi e sessuali della sposa erano spesso simbolicamente trasposti sul marito con il pagamento del denaro per comprare la sposa, il divorzio favoriva notevolmente i desideri e i capricci del maschio.

MATRIMONIO
(CHIESA CATTOLICA)

Il matrimonio è uno dei sette sacramenti della Chiesa cattolica. Allo stesso modo è considerato dalla Chiesa Ortodossa. Le comunità riformate, invece, seguendo la tesi di Lutero, celebrano il matrimonio ma non lo considerano un sacramento. Secondo il Codice di diritto canonico il matrimonio è «il patto con cui l’uomo e la donna stabiliscono tra loro la comunità di tutta la vita, per sua natura ordinata al bene dei coniugi e alla procreazione e educazione della prole», che «è stato elevato da Cristo Signore alla dignità di sacramento».

All’incirca per i primi mille anni della storia della Chiesa, il matrimonio non fu un sacramento, la cui somministrazione era regolamentata dalle leggi ecclesiastiche: come già nel diritto romano, esso era piuttosto un patto privato, un contratto stipulato tra gli interessati e le rispettive famiglie, che poi in un secondo momento poteva essere benedetto da un sacerdote, tanto che si hanno prove documentate fino al secolo nono che il matrimonio era ancora molto simile a quello contratto nell’antica Roma. Solo nel 1215, nel corso del Concilio Lateranense IV la Chiesa cattolica regolamentò la liturgia per il matrimonio e gli aspetti giuridici relativi ad esso e solo nel 1439 nel Concilio di Firenze, agli inizi del Rinascimento, la Chiesa esplicitò chiaramente che il matrimonio doveva essere considerato dai fedeli come un sacramento.

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Natura ed effetti del sacramento

Secondo la dottrina cattolica, oltre ai vantaggi dell’inviolabile stabilità, dal Sacramento derivano altri vantaggi poiché Cristo elevando il matrimonio dei suoi fedeli alla dignità di vero e proprio sacramento, lo rese in effetto segno e fonte di quella speciale grazia interna, con la quale «portava l’amore naturale a maggior perfezione, ne confermava l’indissolubile unità, e i coniugi stessi santificava».
I fedeli che esprimono il consenso matrimoniale «aprono a sé il tesoro della grazia sacramentale, ove attingere le forze soprannaturali occorrenti ad adempiere le proprie parti ed i propri doveri fedelmente, santamente, con perseveranza fino alla morte».

Il sacramento «non solo accresce il principio di vita soprannaturale, cioè la grazia santificante, ma vi aggiunge ancora altri doni speciali, disposizioni e germi di grazia affinché i coniugi possano non solo bene intendere, ma intimamente sentire, con ferma convinzione e risoluta volontà stimare e adempiere quanto appartiene allo stato coniugale e ai suoi fini e doveri; ed a tale effetto infine conferisce il diritto all’aiuto attuale della grazia, ogniqualvolta ne abbisognino per adempire agli obblighi di questo stato».

Tuttavia, alla grazia sacramentale l’uomo è chiamato a cooperare per «far fruttificare i preziosi semi della grazia». In questo modo gli sposi potranno sopportare i pesi della loro condizione e adempiere i doveri, e sentirsi confortati, santificati e come consacrati dalla potenza del sacramento. Per la virtù indelebile del sacramento, i fedeli, uniti una volta con il vincolo del matrimonio, non sono mai privati mai né dell’aiuto, né del legame sacramentale. La «grazia propria del sacramento del Matrimonio è destinata a perfezionare l’amore dei coniugi, a rafforzare la loro unità indissolubile». Cristo «rimane con loro, dà loro la forza di seguirlo prendendo su di sé la propria croce, di rialzarsi dopo le loro cadute, di perdonarsi vicendevolmente, di portare gli uni i pesi degli altri, di essere sottomessi gli uni agli altri nel timore di Cristo e di amarsi di un amore soprannaturale, delicato e fecondo».

Il sacramento del matrimonio cristiano viene fatto originare dalla prescrizione contenuta nel libro della Genesi 2,24, che contiene già alcuni elementi fondamentali: l’indissolubilità del vincolo coniugale e la complementarietà di uomo e donna.

Il primo miracolo di Gesù fu compiuto alle nozze di Cana, segno inteso ad affermare il valore positivo del matrimonio. Inoltre Cristo stesso ribadisce l’insegnamento dell’indissolubilità.

L’attesa dell’imminente venuta del Regno di Dio predicata da Gesù e dagli apostoli, fra cui Paolo di Tarso e la necessità di evitare legami terreni comportò che la Chiesa dei primi secoli attribuisse un minor valore al matrimonio rispetto al celibato e considerasse il matrimonio una condizione meno preferibile. San Paolo aveva raccomandato che al matrimonio facessero ricorso solo i quali trovavano troppo difficile rimanere celibi.

Il matrimonio negli scritti dei Padri della Chiesa

Sant’Agostino riteneva il matrimonio un sacramento, anche in quanto simbolo usato da san Paolo per esprimere l’amore di Cristo per la Chiesa: «Il bene del matrimonio presso tutte le genti e tutti gli uomini consiste nello scopo della generazione e nella casta fedeltà; ma per ciò che riguarda il popolo di Dio vi si aggiunge la santità del sacramento » . (Agostino, De bono conjugii, XXIV)

Segue a questo passo un esplicito accostamento al sacramento dell’ordine, basato sia sull’incancellabilità sia sulla fruttuosità di entrambi i sacramenti. In un altro brano di Agostino troviamo la fedeltà coniugale come essenza del sacramento e l’idea paolina del matrimonio come simbolo usato per esprimere l’amore di Cristo per la Chiesa: «La realtà di questo sacramento è che l’uomo e la donna, uniti in matrimonio, perseverino nell’unione per tutta la vita e che non sia lecita la separazione di un coniuge dall’altro, eccetto il caso di fornicazione. Questo infatti si osserva tra Cristo e la Chiesa che vivendo l’uno unito all’altro non sono separati da alcun divorzio per tutta l’eternità». (Agostino, De nuptiis et concupiscientia, I, X)

Altri padri della Chiesa dubitarono che il matrimonio rappresentasse una vera e valida vocazione cristiana. San Girolamo scrisse: “Preferire la verginità non significa disprezzare il matrimonio. Non si possono paragonare due cose se una è buona e l’altra cattiva”.
Tertulliano, all’epoca già influenzato dal montanismo, reputava che il matrimonio “consistesse essenzialmente nella fornicazione“. Cipriano di Cartagine spiegò che il primo comandamento dato all’uomo fu di crescere e di moltiplicarsi, ma siccome la terra era già tutta popolata non c’era ragione di continuare a moltiplicarsi. Agostino scrisse che se tutti avessero cessato di sposarsi e di generare figli sarebbe stata una cosa ammirevole; avrebbe comportato che la seconda venuta di Cristo si sarebbe realizzata più rapidamente. San Giovanni Crisostomo pur considerando il matrimonio un dono di Dio, dice: «Unicamente per questo motivo bisogna sposarsi: affinché ci teniamo lontani dalla fornicazione». Inoltre ammonì i vedovi cristiani a non risposarsi, perché avendo già conosciuto i difetti del matrimonio, non avrebbero dovuto compiere due volte il medesimo errore.

Il matrimonio nella liturgia

I libri liturgici e i sacramentari delle diverse Chiese d’Oriente e d’Occidente presentano per il matrimonio preghiere liturgiche e riti dai tempi più remoti. Differiscono fra loro in molti dettagli, ma le loro caratteristiche principali possono essere fatte risalire ai tempi apostolici. In tutti questi rituali e raccolte liturgiche il matrimonio viene contratto dinanzi al presbitero, durante la celebrazione della Messa ed è accompagnato da cerimonie e preghiere simili a quelle usate per gli altri sacramenti; infatti alcuni rituali definiscono esplicitamente il matrimonio come un sacramento e, poiché è un “sacramento dei vivi”, richiede la contrizione per i peccati e l’assoluzione sacramentale prima che il matrimonio sia contratto. Ma l’antichità del matrimonio come sacramento è ancor più chiaramente messa in luce dai rituali o libri liturgici delle Chiese Orientali, anche da quelle che si separarono dalla Chiesa cattolica nei primi secoli, che circondano la celebrazione del matrimonio con cerimonie e preghiere significative e notevoli. I nestoriani, i monofisiti, i copti, i giacobiti sono tutti d’accordo su questo punto. Le numerose preghiere usate nella cerimonia si riferiscono ad una grazia speciale che viene conferita agli sposi e alcuni commentari mostrano che questa grazia fosse ritenuta sacramentale. Il patriarca nestoriano Timoteo II, nell’opera De septem causis sacramentorum, tratta il matrimonio come uno dei sacramenti ed enumera diverse cerimonie religiose senza le quali il matrimonio è invalido.

Tuttavia altri, sulla scorta di Calvino, obiettano che la Chiesa avesse una liturgia matrimoniale. Secondo questa linea di pensiero, la concezione negativa del matrimonio di alcuni padri della Chiesa si sarebbe rispecchiata in una mancanza di interesse per la liturgia matrimoniale. A differenza delle cerimonie per la celebrazione del Battesimo e dell’Eucaristia, non sarebbe esistita una speciale liturgia matrimoniale e gli sposi non avrebbero ritenuto importante ricevere la benedizione di un presbitero.

Inizialmente i cristiani conservarono l’antica cerimonia pagana, modificata in senso cristiano. Il primo resoconto dettagliato di un matrimonio cristiano in Occidente risale al IX secolo e appare ancora molto simile alle nozze dell’antica Roma.

Il Concilio Lateranense IV

Con il Concilio Lateranense IV nel 1215, la Chiesa cattolica regolamentò il matrimonio:

  • impose l’uso delle pubblicazioni (per evitare i matrimoni clandestini)
  • per evitare i divorzi il matrimonio fu ribadita l’indissolubilità del matrimonio, salvo per morte di uno dei due coniugi
  • fu richiesto il consenso libero e pubblico degli sposi, da dichiarare a viva voce in un luogo aperto
  • fu imposta un’età minima per gli sposi (per evitare il matrimonio di bambini, e in particolare di ragazze molto giovani)
  • furono regolamentate le cause di nullità del matrimonio, in caso di violenze sulla persona, rapimento, non consumazione, matrimonio clandestino, etc.

Tale concilio fissò delle regole largamente riprese in seguito nel matrimonio civile, istituito in Francia nel 1791 durante la rivoluzione francese.

Il Concilio di Firenze

Nel bolla di unione con gli Armeni del 22 novembre 1439 il Concilio di Firenze dichiara a proposito del matrimonio: «Settimo è il sacramento del matrimonio, simbolo dell’unione di Cristo e della Chiesa, secondo l’Apostolo, che dice: Questo sacramento è grande; lo dico in riferimento al Cristo e alla Chiesa. Causa efficiente del sacramento è regolarmente il mutuo consenso, espresso verbalmente di persona. Triplice è lo scopo del matrimonio: primo, ricevere la prole ed educarla al culto di Dio; secondo, la fedeltà, che un coniuge deve conservare verso l’altro; terzo, l’indissolubilità del matrimonio, perché essa significa l’unione indissolubile di Cristo e della Chiesa».

Il Concilio di Trento

Il Concilio di Trento rinforzò la regolamentazione: il matrimonio deve essere celebrato davanti ad un parroco e dei testimoni, gli sposi devono firmare un registro, fu vietata anche la coabitazione al di fuori del matrimonio, per evitare il concubinato e i figli illegittimi.

Il Concilio Vaticano II

Nella costituzione pastorale Gaudium et spes il Concilio Vaticano II, riprendendo fra l’altro il magistero dell’enciclica Arcanum Divinae di papa Leone XIII, insegna che «l’intima comunione di vita e di amore coniugale, fondata dal Creatore e strutturata con leggi proprie, è stabilita dal patto coniugale», che «Dio stesso è l’autore del matrimonio» e che «per la sua stessa natura l’istituto del matrimonio e l’amore coniugale sono ordinati alla procreazione e alla educazione della prole e in queste trovano il loro coronamento».

Il Concilio ha anche parole di chiaro apprezzamento per una vita sessuale serena e ordinata all’interno del matrimonio: «Gli atti coi quali i coniugi si uniscono in casta intimità sono onesti e degni; compiuti in modo veramente umano, favoriscono la mutua donazione che essi significano ed arricchiscono vicendevolmente nella gioia e nella gratitudine gli sposi stessi. Quest’amore, ratificato da un impegno mutuo e soprattutto consacrato da un sacramento di Cristo, resta indissolubilmente fedele nella prospera e cattiva sorte, sul piano del corpo e dello spirito; di conseguenza esclude ogni adulterio e ogni divorzio».

Il MATRIMONIO NEL DIRITTO CANONICO

Condizioni per il matrimonio sacramentale

La Chiesa cattolica richiede per il sacramento che sia l’uomo sia la donna siano battezzati, liberi di sposarsi e che esprimano liberamente il proprio consenso. La Chiesa istituisce corsi prematrimoniali alcuni mesi prima del matrimonio per aiutare i futuri sposi a comprendere il senso del sacramento e ad esprimere un consenso informato. In generale prima del matrimonio gli sposi debbono aver completato il cammino dell’iniziazione cristiana. Nel periodo prematrimoniale uno o entrambi gli sposi ricevono il sacramento della confermazione, se non l’avessero già ricevuto in precedenza o se non sono già sposati civilmente o conviventi. In quest’ultimo caso la confermazione si riceve dopo il matrimonio.

Libertà di contrarre il matrimonio

Gli sposi devono essere liberi di contrarre matrimonio e liberi di sposarsi fra loro. L’uomo e la donna non devono essere già sposati e devono essere privi degli impedimenti previsti dal diritto canonico. Oltre alla libertà, gli sposi devono avere l’intenzione di sposarsi. Nella Chiesa cattolica il matrimonio ha origine dal consenso. Il consenso consiste in un atto umano con il quale gli sposi si promettono fedeltà e reciproco affidamento per tutta la vita. Il consenso dev’essere un atto di libera volontà dei contraenti, non influenzato da coercizione o da grave errore esterno. Quando manca la libertà, il consenso è invalido.

Impedimenti

Il Codice di diritto canonico prevede i seguenti impedimenti:

  • difetto dell’età minima, stabilita in sedici anni per l’uomo e quattordici per la donna e modificabile dalla Conferenza episcopale
  • impotenza copulativa antecedente e perpetua, o dell’uomo o della donna
  • precedente vincolo matrimoniale di uno dei due contraenti
  • difetto del battesimo di uno dei due contraenti
  • lo sposo ha ricevuto l’ordine sacro
  • uno dei contraenti ha emesso un voto perpetuo di castità in un istituto religioso
  • rapimento della sposa allo scopo di forzarne la volontà
  • uno dei contraenti ha commesso omicidio del proprio coniuge o del coniuge dell’altro contraente
  • i contraenti sono parenti in linea retta o fino al quarto grado in linea collaterale
  • i contraenti sono affini in linea retta
  • vita in comune e concubinato pubblico e notorio dell’uomo con le consanguinee della donna e viceversa
  • i contraenti sono parenti in linea retta o fino al quarto grado in linea collaterale, quando la parentela è frutto di adozione

MINISTRI DEL SACRAMENTO

Nel rito latino

«Secondo la tradizione latina, sono gli sposi, come ministri della grazia di Cristo, a conferirsi mutuamente il sacramento del Matrimonio esprimendo davanti alla Chiesa il loro consenso». Questo non esclude la necessità di coinvolgere la Chiesa nella celebrazione del matrimonio; in circostanze normali, il diritto canonico richiede la presenza di un presbitero o un diacono e almeno due testimoni.

Nei riti orientali

«Nelle tradizioni delle Chiese Orientali, i sacerdoti – Vescovi o presbiteri – sono testimoni del reciproco consenso scambiato tra gli sposi, ma anche la loro benedizione è necessaria per la validità del sacramento».. Il sacramento viene conferito attraverso l’incoronazione degli sposi. L’emissione dei voti avviene in precedenza e non è ritenuta vincolante.

SCIOGLIMENTO DEL MATRIMONIO

Dichiarazione di nullità

In alcuni casi ai cattolici può essere riconosciuta la nullità del matrimonio. Esso non consiste in una specie di divorzio religioso, in quanto la Chiesa cattolica considera il matrimonio come indissolubile, ma nel constatare da parte della legittima autorità canonica costituita (tribunale) che il matrimonio non è mai esistito, in quanto mancavano quelle che la Chiesa cattolica ritiene condizioni essenziali perché si possa celebrare un matrimonio valido: ad esempio, uno o entrambi i coniugi negavano in partenza qualcuna delle proprietà essenziali del matrimonio (esempi: indissolubilità, unicità, procreazione), oppure uno o entrambi dei coniugi non erano in grado per qualche motivo di assumersi tutte le responsabilità e i doveri legati al contrarre matrimonio (esempi: immaturità psicologica o affettiva; incapacità di intendere e di volere; mancanza di libertà, costrizione da parte dei genitori).

La dichiarazione di nullità è diversa per l’ordinamento canonico e per quello civile. Quindi una coppia potrebbe ricevere il divorzio dallo stato, ma non avere la dichiarazione di nullità dalla Chiesa cattolica. Potrebbe avvenire anche il contrario: la Chiesa riconosce la nullità di un matrimonio, ma lo stato non accetta tale sentenza (rifiutando la procedura di delibazione), perché lo stato non è d’accordo con la Chiesa sul fatto che il matrimonio possa essere dichiarato nullo in quel particolare caso. Quindi di fatto molti cattolici intentano i due procedimenti in modo separato, per ottenere sia la dichiarazione di nullità dalla Chiesa, sia il divorzio concesso dallo stato: questo permette agli ex coniugi di sposare un’altra persona sia per la Chiesa che per lo stato.

La nullità del matrimonio religioso ha effetto immediato dopo due sentenze conformi emesse dal tribunale canonico. Quindi, se la prima istanza si conclude in modo affermativo, è comunque necessario appellarsi in seconda istanza per ottenere una seconda sentenza affermativa; se le prime due sentenze non sono conformi, è necessaria una terza sentenza per dirimere la questione.

Proibizione del divorzio

Con l’indissolubilità del matrimonio religioso viene sancito che l’istituto del divorzio non è permesso: la Chiesa dichiara che ciò che Dio unisce, l’uomo non può dividere (Marco 10,9). Di conseguenza le persone che ottengono un divorzio civile sono ancora considerate sposate agli occhi della Chiesa cattolica, che non consente loro di celebrare un nuovo matrimonio religioso, anche se possono ovviamente contrarre un matrimonio civile.

ANNIVERSARI

  • 1 anno – Nozze di Carta
  • 2 anni – Nozze di Cotone
  • 3 anni – Nozze di Cuoio
  • 4 anni – Nozze di Seta
  • 5 anni – Nozze di Legno
  • 6 anni – Nozze di Ferro
  • 7 anni – Nozze di Rame
  • 8 anni – Nozze di Bronzo
  • 9 anni – Nozze di Ceramica
  • 10 anni – Nozze di Stagno
  • 11 anni – Nozze d’Acciaio
  • 12 anni – Nozze di Lino
  • 13 anni – Nozze di Pizzo
  • 14 anni – Nozze d’Avorio
  • 15 anni – Nozze di Cristallo
  • 20 anni – Nozze di Porcellana
  • 25 anni – Nozze d’Argento
  • 30 anni – Nozze di Perle
  • 35 anni – Nozze di Corallo
  • 40 anni – Nozze di Rubino
  • 45 anni – Nozze di Zaffiro
  • 50 anni – Nozze d’Oro
  • 55 anni – Nozze di Smeraldo
  • 60 anni – Nozze di Diamante
  • 70 anni – Nozze di Grazia