Origini delle superstizioni

ORIGINI DELLE SUPERSTIZIONI

(a cura di Bruno Silvestrini)

Ancora oggi la superstizione e il timore di venir colpiti dalla sfortuna fanno si che molte persone evitino di passare sotto una scala, di aprire un ombrello in casa o di viaggiare in aereo di venerdì tredici. D’altro lato, queste stesse persone incroceranno le dita o toccheranno ferro nella speranza di scongiurare la sfortuna. Dato che le superstizioni affondano le proprie radici nell’irrazionale, sarebbero dovute scomparire con la diffusione dell’istruzione e l’avvento della scienza.

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Eppure ancora oggi, nonostante si tengano in alta considerazione le prove oggettive, la maggior parte delle persone, se interrogata, ammetterà di credere in cuor suo ad almeno un paio di superstizioni. Le superstizioni fanno parte dell’antichissimo patrimonio dell’umanità. Secondo gli archeologi fu l’uomo di Neanderthal a creare la prima credenza superstiziosa (e spirituale), ovvero la sopravvivenza nell’aldilà. Mentre precedentemente l’Homo sapiens abbandonava i morti, i neanderthaliani seppellivano i defunti nel corso di riti funebri, e accanto al corpo ponevano cibo, armi, e carbone da usare nella vita futura. Non è affatto sorprendente constatare che la superstizione e la nascita della spiritualità si siano sviluppate di pari passo. Nel corso della storia, ciò che per una persona era superstizione, spesso per un’altra era religione. L’imperatore cristiano Costantino considerava superstizione il paganesimo, mentre lo statista pagano Tacito definiva il cristianesimo una credenza pericolosa e irrazionale. I protestanti consideravano superstiziosa la venerazione dei santi e delle reliquie da parte dei cattolici, mentre i cristiani giudicavano allo stesso modo i riti indù. Per un ateo, tutte le convinzioni religiose sono superstizione. Le superstizioni nascono in modo semplice. L’uomo primitivo, alla ricerca di risposte a fenomeni quali il lampo, il tuono, le eclissi, la nascita e la morte, non conoscendo le leggi della natura cominciò a credere nell’esistenza di spiriti invisibili. Notò che gli animali avevano un sesto senso di fronte al pericolo e immaginò che degli spiriti li mettessero in guardia. E il miracolo di un albero che germogliava da un seme, o di una rana che nasceva da un girino, faceva supporre l’esistenza di un intervento ultraterreno. Poiché la sua vita quotidiana era densa di avversità, ne dedusse che il mondo fosse popolato per la maggior parte da spiriti vendicativi piuttosto che benefici. Perciò, la maggior parte delle credenze religiose che sono giunte fino a noi comprende molti modi per proteggerci dalle disgrazie. Per proteggersi in quello che sembrava essere un mondo confuso, l’uomo dell’antichità adottò una zampa di coniglio, il lancio di una moneta e un quadrifoglio. Si trattava di un tentativo d’imporre la volontà umana sul caos. E quando un amuleto non era efficace, provava con un altro e un altro ancora. In tal modo, migliaia di oggetti, espressioni e formule comuni assunsero un significato magico. In un certo senso anche oggi facciamo lo stesso. Uno studente scrive con una determinata penna un tema che gli vale un bel voto, ed ecco che quella penna diventa “fortunata”, ed in questo senso possiamo fare moltissimi esempi. Siamo noi che rendiamo straordinario ciò che è normale. A dire il vero sono pochissimi gli oggetti che ci circondano, a cui, in una cultura o nell’altra, non siano stati attribuiti significati legati alla superstizione: il vischio, l’aglio, i ferri di cavallo, gli ombrelli, le dita incrociate. E sono soltanto alcuni. Anche se ormai sono stati spiegati scientificamente molti fenomeni che un tempo erano considerati misteriosi, la vita di ogni giorno presenta ancora incognite sufficienti a fare si che, soprattutto nei momenti più sfortunati, ricorriamo alla superstizione, affinché spieghi ciò che altrimenti risulterebbe inspiegabile e imponga sugli avvenimenti contingenti la forza dei nostri desideri. Perciò, incrociamo le dita, tocchiamo ferro e auguriamoci buona fortuna nell’elencare le antiche origini di molte delle nostre più diffuse credenze irrazionali.

ZAMPA DI CONIGLIO: PRIMA DEL 600 a.C., EUROPA OCCIDENTALE

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Anticamente, la rigorosa osservanza della tradizione imponeva che una persona che desiderasse essere fortunata dovesse portare con sé una zampa di lepre, animale strettamente imparentato con il coniglio. Storicamente la zampa di lepre aveva poteri magici. Tuttavia, la maggior parte degli europei di un tempo confondeva il coniglio con la lepre, e con il passare del tempo le zampe di entrambi questi animali vennero tenute in grande considerazione, in quanto potenti amuleti portafortuna. La fortuna attribuita a una zampa di coniglio deriva da una credenza che affonda le proprie radici nell’antico totemismo il quale, precorrendo di migliaia di anni il darwinismo, sosteneva che gli esseri umani discendessero dagli animali. A differenza del darwinismo, tuttavia, il totemismo credeva che ogni tribù si evolvesse da una diversa specie animale. Ogni tribù venerava ed evitava di uccidere il proprio animale ancestrale e ne utilizzava delle parti come amuleti, chiamati totem. Ancora oggi noi conserviamo dei retaggi della civiltà totemica.

Nella letteratura biblica, il totemismo è all’origine di molte regole riguardanti l’alimentazione, che proibiscono di mangiare determinati animali. Da questo deriva anche la consuetudine di avere una mascotte sportiva, che si crede possa garantire la fortuna di una squadra, nonché la nostra tendenza a classificare certi gruppi di persone tramite immagini o caratteristiche animali. A Wall Street ci sono tori e orsi, al governo falchi e colombe, e in politica elefanti e scimmie. Anche se abbiamo abbandonato la consuetudine di indossare i totem che ci identificano, questi restano comunque in noi. Gli studiosi del folklore non hanno ancora identificato la società tribale della “Lepre” che diede origine all’amuleto della zampa di lepre agli antichi abitanti dell’Europa occidentale, prima del 600 a.C. Tuttavia possiedono prove irrefutabili riguardanti il motivo per cui questo lagomorfo (ordine di Mammiferi, comprendente le due famiglie viventi dei Leporidae – lepri e conigli) è diventato un simbolo di fortuna e non di sfortuna. L’abitudine del coniglio di vivere in una tana gli conferiva un’aura di mistero. I celti, per esempio, credevano che quest’animale trascorresse cosi tanto tempo sottoterra perché era in segreto contatto con l’inferno delle divinità. Perciò un coniglio aveva accesso ad informazioni che erano negate agli umani. E il fatto che la maggior parte degli animali, compresi gli esseri umani, nascano con gli occhi chiusi, mentre i conigli fanno il loro ingresso nel mondo con gli occhi aperti, li ammantava di un’immagine di saggezza: per i celti, i conigli erano spettatori dei misteri della vita prenatale. (In realtà la lepre nasce con gli occhi aperti, mentre il coniglio nasce cieco. Ed è il coniglio che vive sottoterra, non le lepri. La confusione era molta).

FERRO DI CAVALLO: IV SECOLO, GRECIA

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Considerato il più universale di tutti i portafortuna, il ferro di cavallo fu un potente amuleto in ogni epoca e in ogni paese in cui esistesse il cavallo. Sebbene siano stati i greci nel quarto secolo, a introdurre il ferro di cavallo nella cultura occidentale e a considerarlo simbolo di buona sorte, secondo una leggenda fu san Dunstan a conferire al ferro di cavallo appeso sulla porta di casa, poteri speciali contro il male.

Secondo quanto ci viene tramandato, Dunstan faceva il maniscalco, poi nel 959 d.C. divenne Arcivescovo di Canterbury. Un giorno fu interpellato da un uomo che gli chiese di mettergli un ferro al piede, e stranamente questo era caprino; Dunstan capì subito che il cliente altri non era che Satana, e gli spiegò che per ferrarlo avrebbe dovuto incatenarlo contro la parete. Deliberatamente il santo portò a termine il lavoro in modo così atroce e doloroso, che il diavolo immobilizzato implorò più volte pietà. Dunstan rifiutò di liberarlo finché non gli ebbe strappato il solenne giuramento di non entrare mai nelle abitazioni che presentassero un ferro di cavallo appeso in bella mostra sulla porta. Dalla diffusione di questa leggenda nel decimo secolo, i cristiani tennero in altissima considerazione il ferro di cavallo, appendendolo dapprima sul telaio di una porta, e spostandolo poi più in basso, circa a metà di questa, dove aveva la duplice funzione di talismano e di battente. Da questa consuetudine deriva l’uso di battenti a forma di ferro di cavallo. Un tempo i cristiani celebravano il giorno della festa di San Dunstan, il 19 maggio, giocando con i ferri di cavallo.

Per i greci, i poteri magici del ferro di cavallo derivavano da altri fattori: erano di ferro, un elemento che si credeva tenesse lontano il male; inoltre il ferro di cavallo aveva la forma di mezzaluna, che per molto tempo fu un simbolo di fertilità e fortuna. I romani adottarono quest’oggetto, sia come scoperta estremamente pratica per proteggere lo zoccolo del cavallo, sia come talismano, e la loro fede pagana nei suoi poteri magici si trasmise ai cristiani, che alterarono tale superstizione, inventando la storia di san Dunstan. Durante il Medioevo, quando il timore della stregoneria raggiunse i suoi massimi livelli, il ferro di cavallo assunse un ulteriore potere. Si credeva che le streghe volassero sulle scope perché temevano i cavalli, e che qualsiasi elemento che si riferiva al cavallo, soprattutto il suo ferro, tenesse alla larga le streghe, proprio come il crocefisso terrorizzava i vampiri. Una donna accusata di stregoneria veniva sepolta con un ferro di cavallo inchiodato sopra la bara per impedirne la resurrezione. In Russia si credeva che i fabbri ferrai possedessero a loro volta la capacità di realizzare la “magia bianca” contro la stregoneria, e i solenni giuramenti riguardanti il matrimonio, i contratti commerciali e i beni immobili non venivano pronunciati su una Bibbia, ma sulle incudini che venivano usate per forgiare i ferri di cavalli. L’amuleto in questione non poteva essere appeso come capitava, ma doveva venire posizionato con le estremità verso l’alto, affinché la fortuna che conteneva non si scaricasse verso il basso.

In Gran Bretagna il ferro di cavallo continuò a essere considerato simbolo della fortuna per tutto il XIX secolo. Un famoso incantesimo irlandese contro la sfortuna e la malattia (che deriva sempre dalla leggenda di San Dunstan) diceva: “Padre, Figlio e Spirito Santo, inchiodate il diavolo a uno stipite”. E nel 1805, quando l’ammiraglio britannico Lord Orazio Nelson si scontrò con i nemici della sua nazione nella battaglia di Trafalgar, il superstizioso inglese fece inchiodare un ferro di cavallo sull’albero della sua nave ammiraglia, la Victory. Il trionfo militare, commemorato a Londra in Trafalgar Square, dalla Colonna di Nelson innalzata nel 1849, pose fine al sogno di Napoleone di invadere l’Inghilterra. Indubbiamente il ferro di cavallo portò fortuna al popolo britannico, ma in quella battaglia Nelson perse la vita.

OSSO DEL DESIDERIO: PRIMA DEL 400 a.C., ETRURIA

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Due persone esprimono un desiderio e tirano le estremità opposte della clavicola essiccata di un volatile, a forma di V. L’usanza risale almeno a 2.400 anni fa, ed ebbe origine con gli etruschi, l’antico popolo che occupava la zona compresa fra il Tevere e l’Arno, a ovest e a sud degli Appennini. Gli etruschi furono un popolo caratterizzato da una raffinata cultura, la cui civiltà urbana raggiunse il culmine nel sesto secolo a.C. Gli etruschi credevano che la gallina e il gallo fossero animali divinatori. La gallina perché prima di deporre un uovo emetteva un grido; il gallo perché con il suo canto annunciava l’alba di un nuovo giorno. L’”oracolo della gallina”, per mezzo di una pratica divinatoria, veniva consultato per rispondere ai problemi più pressanti dell’esistenza. Un cerchio, tracciato sul terreno, veniva diviso in una ventina di parti, che rappresentavano le lettere dell’alfabeto etrusco. In ogni settore venivano posti dei granelli di granturco, e al centro del cerchio una gallina sacra. A mano a mano che beccava il granturco, creava una sequenza di lettere, che un alto sacerdote interpretava come risposte a domande specifiche. Quando veniva ucciso uno di questi volatili sacri, la clavicola dell’uccello veniva messa a seccare al sole. Un etrusco che desiderava ancora beneficiare dei poteri dell’oracolo, doveva soltanto prendere l’osso, sfregarlo (non romperlo) ed esprimere un desiderio; da cui deriva l’”osso del desiderio”.

Per più di due secoli gli etruschi espressero desideri utilizzando queste clavicole, che venivano lasciate intatte. Siamo a conoscenza di questa superstizione grazie ai romani, che più tardi adottarono molte usanze etrusche. Secondo alcuni testi romani, la pratica di due persone che tiravano una da una parte e una dall’altra le estremità di una clavicola di volatile per impossessarsi della parte più grande, derivò semplicemente dal fatto che ci fossero poche ossa sacre e troppe persone che desideravano ottenere favori.

Secondo la leggenda romana, gli etruschi scelsero la clavicola a forma di V per un motivo simbolico, dato che assomiglia all’inforcatura umana. Perciò un simbolo della parte in cui si custodisce la vita venne utilizzato per scioglierne i misteri. I romani portarono in Inghilterra la superstizione dell’osso del desiderio, e nel momento in cui i Pellegrini raggiunsero il Nuovo Mondo, la tradizione di spezzare la clavicola di un pollo era ormai consolidata in Gran Bretagna.

I Pellegrini scoprirono che la boscosa riva nord orientale dell’America era popolata di tacchini selvatici che presentavano clavicole simili a quelle dei polli, perciò istituirono l’usanza dell’osso del desiderio utilizzando la clavicola del tacchino, e questa diventò parte dei festeggiamenti per il giorno del Ringraziamento. Secondo la tradizione folcloristica coloniale, sembra che in occasione del primo giorno del Ringraziamento, celebrato nel 1621, fossero state spezzate alcune ossa del desiderio. Perciò, pur indirettamente, un’antica superstizione etrusca divenne parte di una celebrazione americana.

TOCCARE LEGNO: 2000 a.C., AMERICA SETTENTRIONALE

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Nei paesi di lingua inglese, all’espressione italiana “toccare ferro” corrisponde quella “toccare legno”. Si tratta di un’usanza che ebbe inizio quattromila anni fa fra gli indiani nordamericani. Quando, al giorno d’oggi, una persona spera che qualcosa si avveri e tocca legno superstiziosamente, per tradizione il legno dovrebbe essere soltanto di quercia. Infatti, storicamente, la quercia era venerata per la sua robustezza, per la maestosa altezza e per i suoi poteri sacri.

I culti relativi all’albero della quercia sono antichi. Si svilupparono indipendentemente tra gli indiani nordamericani intorno al 2000 a.C., e più tardi tra i greci. Indiani e greci notarono che la quercia veniva colpita di frequente dal fulmine, cosi gli indiani ne dedussero che fosse la dimora del dio del cielo, mentre i greci che fosse la dimora del dio del fulmine. Gli indiani nordamericani spinsero la loro convinzione un po’ oltre. Ritenevano che il fatto di vantarsi di una futura vittoria personale, di una vittoria in battaglia o di un raccolto inaspettato portasse sfortuna, rappresentasse una possibile garanzia del fatto che tale avvenimento non avrebbe avuto luogo. Nel caso in cui ci si vantasse di qualcosa, sia deliberatamente sia accidentalmente, la sinistra punizione poteva essere neutralizzata se si batteva con la mano alla base di una quercia. In pratica la persona in questione si metteva in contatto con il dio del cielo per chiedergli perdono.

In Europa, durante il Medioevo, gli studiosi cristiani sostenevano che la superstizione di toccare legno fosse nata nel primo secolo d.C. e derivasse dal fatto che Cristo era stato crocifisso su una croce di legno. Si supponeva che toccare legno per rafforzare un desiderio equivalesse a una preghiera di supplica, del tipo: “Signore, fa che il mio desiderio si avveri”.

Ma i moderni studiosi sostengono che questa credenza non è affatto vera, come non è vera la vanteria secondo la quale in ogni cattedrale cristiana europea era custodito un pezzo di legno derivante dall’autentica croce di Cristo. Perciò la venerazione da parte dei cattolici delle reliquie dei crocifissi di legno non diede origine all’usanza di considerare il legno con rispetto; invece, imitava, modificava e rafforzava un punto di vista pagano, molto più antico.

In altre culture si rispettavano altri tipi di alberi, che venivano toccati ai piedi dei quali si pregava. Mentre gli indiani americani e gli antichi greci preferivano la quercia, il sicomoro era sacro agli egiziani, e le antiche tribù germaniche avevano scelto come albero il frassino. Gli olandesi adottarono a loro volta la superstizione di toccare legno, ma per loro non aveva importanza di che tipo di legno si trattasse; quel che contava era che non fosse in nessun caso dipinto, verniciato, scolpito o adornato. I culti relativi agli alberi furono diffusissimi nel corso della storia, e furono all’origine di molte pratiche superstiziose, come ad esempio quella di baciarsi sotto al vischio.

In America, l’usanza di toccare il legno per impedire che un atto di presunzione si ritorca contro chi l’ha pronunciato, non deriva dalla superstizione degli indiani americani, primi abitanti del paese, bensì dalla credenza greca, tramandata attraverso i romani e in seguito tramite gli inglesi.

QUADRIFOGLIO: 200 a.C., GRAN BRETAGNA

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Fu la rarità del quadrifoglio più di qualsiasi altro elemento a renderlo sacro ai druidi dell’antica Inghilterra, che veneravano il sole. I druidi, il cui nome celtico, dereu-wid, significa “saggio della quercia”, oppure “che conosce l’albero della quercia”, frequentavano le foreste di querce, che consideravano luoghi di culto. Credevano che una persona che possedeva un quadrifoglio potesse individuare i demoni dell’ambiente circostante, e contrastare il loro sinistro influsso tramite degli incantesimi. Ciò che sappiamo di questo portafortuna (nonché su altre credenze e comportamenti di quella classe di celti colti che espletava funzioni sacerdotali, didattiche e che amministrava la giustizia), deriva principalmente dagli scritti di Giulio Cesare e dalle leggende irlandesi. Varie volte l’anno, i druidi si riunivano nelle sacre foreste di querce in Gran Bretagna, Irlanda e Gallia. Li risolvevano le controversie legali e offrivano sacrifici umani per chiunque si trovasse gravemente ammalato o in pericolo di morte per una prossima battaglia. Venivano bruciate ampie gabbie di vimini piene di uomini. Sebbene i druidi preferissero sacrificare criminali, nei periodi in cui regnavano ovunque la legge e l’ordine, bruciavano anche degli innocenti. L’immortalità dell’anima e il suo trasferimento in un neonato, dopo la morte, era una delle loro principali dottrine religiose. Prima di concludere il rito nella foresta, i druidi raccoglievano rametti di vischio, che si riteneva fosse in grado di mantenere l’armonia all’interno delle famiglie, e andavano alla ricerca di quadrifogli. Negli anni ’50 gli orticoltori selezionarono un seme che produceva soltanto quadrifogli. Il fatto che oggi vengano coltivati a milioni nelle serre e seminati a decine sui davanzali delle finestre, non solo priva quest’erbetta della rarità e quindi della sua qualità di portafortuna, ma priva anche una persona della soddisfazione derivante dal trovarne un esemplare.

DITA INCROCIATE: EPOCA PRE-CRISTIANA, EUROPA OCCIDENTALE

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Se incrociate le dita quando esprimete un desiderio e se dite a un amico “Incrocia le dita”, significa che state utilizzando un’antica usanza che richiedeva l’intervento di due persone, che intrecciavano i propri indici. Questo gesto molto diffuso derivava dalla convinzione pagana che la croce fosse un simbolo di perfetta unità, e che il suo punto d’intersezione segnasse la dimora di spiriti benefici. Un desiderio espresso su una croce si riteneva ancorato stabilmente al punto della croce in cui i due assi si intersecavano, finché non si realizzava. Tale superstizione era diffusa all’interno di molte antiche civiltà europee. È interessante notare che l’idea di trattenere un desiderio finché non diventa realtà si trova in un’altra antica superstizione europea, quella di fare un nodo al fazzoletto. Oggi classifichiamo tale usanza come “promemoria”, un metodo di “associazione psicologica” in cui il nodo serve soprattutto come mezzo per ricordare un compito da svolgere. I celti, i romani e gli anglosassoni, tuttavia, ritenevano che il nodo impedisse all’idea di sfuggire.

In origine, quando si incrociavano le dita per avere fortuna, l’indice di una persona fortunata veniva posto sull’indice di chi voleva esprimere il desiderio, e le due dita formavano una croce. Mentre una delle due persone esprimeva il desiderio, l’altra offriva un aiuto mentale per facilitarne il buon esito. Con il passare del tempo, le regole di tale usanza si fecero meno rigorose e una persona poteva esprimere il proprio desiderio senza l’aiuto di un compagno. Bastava semplicemente incrociare il dito indice con il medio per formare una X, la croce scozzese di Sant’Andrea. Le usanze che un tempo erano formali, religiose e rituali, di solito si evolvono con il tempo per divenire informali, profane e banali. Così, l’”incrociare le dita” fra due amici degenerò nello stesso gesto compiuto soltanto dalla persona che desiderava esprimere un desiderio, e attualmente è rimasta soltanto l’espressione : “Incrocio le dita”, atto che non viene mai realmente effettuato e che nessuno si aspetta di veder portato a termine. Perciò, quello che un tempo era effettuato in modo ponderato e simbolico, diventa un atto riflesso e insignificante, per quanto non ancora obsoleto. L’usanza contemporanea dei ragazzi di unire le dita a uncinetto quando vogliono stipulare un patto, è simile per forma e contenuto all’antica e originaria abitudine di incrociare le dita tra amici.

POLLICE ALTO, POLLICE VERSO: 500 ANNI a.C., ETRURIA

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Oggi il gesto di “alzare i pollici” è un’espressione di approvazione, coraggio o di determinazione, “Salvargli la vita”. E poiché “pollice verso” oggi implica disapprovazione, ai tempi degli etruschi la disapprovazione aveva invariabilmente un significato funesto. Mentre il significato della “legge del pollice” etrusca venne adottato dai romani ed è la fonte più prossima del gesto che facciamo oggi, gli egiziani svilupparono un linguaggio basato sulle posizioni del pollice, che è più vicino al nostro. Il “pollice alto” egiziano significava speranza nella vittoria, mentre il “pollice verso” voleva dire cattiva volontà o sconfitta.

Comunque, perché in queste culture il pollice divenne il dito “segnalatore”? gli storici romani al tempo di Giulio Cesare offrirono le prime spiegazioni scritte di tali gesti. Osservarono che spesso un neonato fa il suo ingresso nel mondo con i pollici ripiegati all’interno dei pugni chiusi. A mano a mano che il bambino reagisce agli stimoli presenti nell’ambiente che lo circonda, le mani si aprono lentamente, rilasciando i pollici, che si sollevano verso l’alto. Come per completare un ciclo, al momento della morte spesso le mani si contraggono racchiudendo i pollici, volti verso il basso. Perciò, per i romani “pollice alto” divenne un’affermazione di vita, “pollice verso” un segnale di morte.

“SALUTE”: VI SECOLO, ITALIA

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“Gesundheit”, dicono i tedeschi; gli italiani esclamano “Salute”; gli arabi giungono le mani e si inchinano rispettosi. Ogni cultura crede sia opportuno pronunciare una frase educata dopo uno starnuto. L’usanza risale a un’epoca in cui uno starnuto veniva considerato come un segno di grande pericolo per la persona. Per secoli, l’uomo credette che l’essenza vitale, l’anima, risiedesse nel capo e che uno starnuto potesse accidentalmente espellere la forza vitale. Questo sospetto era rafforzato dal fatto che i malati spesso starnutivano sul letto di morte. Ci si effondeva in enormi sforzi per trattenere uno starnuto, e nel caso in cui questo uscisse inavvertitamente o non potesse venir soppresso, ecco che veniva accolto da un coro immediato di auguri.

Nel IV secolo a.C. arrivò la spiegazione, con gli insegnamenti di Aristotele e di Ippocrate, il “padre della medicina”. Entrambi questi studiosi greci vedevano nello starnuto la reazione della testa a una sostanza estranea o offensiva che si era insinuata all’interno delle narici. Osservavano che lo starnuto, se associato a una malattia preesistente, spesso pronosticava la morte. Per questi starnuti di cattivo augurio raccomandavano delle benedizioni del tipo “Che tu possa vivere a lungo!”, “Che tu possa godere di ottima salute!”, e “Giove ti protegga!”.

Circa un centinaio di anni più tardi, i medici romani estrapolarono le crede e le superstizioni che circondavano uno starnuto. I romani sostenevano che lo starnuto, da parte di un individuo sano, era il tentativo del corpo di espellere gli spiriti funesti delle malattie più recenti di cui l’organismo aveva sofferto. Perciò, trattenere uno starnuto significava incubare una malattia, esporsi alla debolezza e alla morte. Di conseguenza, l’impero romano fu investito dalla moda di starnutire, fatto che provocò la diffusione di una quantità di nuovi auguri: “Congratulazioni” a una persona che aveva appena effettuato un vigoroso starnuto; e a una persona che si trovava proprio sul punto di starnutire si rivolgeva un incoraggiante “Buona fortuna”.

L’espressione cristiana “Dio ti benedica” (God bless you) ha un origine ancora diversa. Ebbe inizio per decreto papale nel VI secolo, durante il regno di Papa Gregorio Magno. L’Italia era devastata da una pestilenza virulenta; uno dei sintomi che la lasciavano presagire erano forti starnuti cronici. La peste era così ferale, da portare la gente al decesso poco dopo che si erano manifestati i primi sintomi; perciò lo starnuto divenne sinonimo di morte imminente. Papa Gregorio supplicò i sani a pregare per i malati. Ordinò inoltre che frasi beneauguranti ma non abbastanza forti, del tipo “Che tu possa godere di buona salute”, fossero sostituite con l’invocazione più urgente e diretta “Dio ti benedica!”. E se nei paraggi non c’era nessuno che potesse pronunciare tale benedizione, si consigliava a chi aveva starnutito di esclamare a voce alta: “Dio mi aiuti”. Le invocazioni post starnuto di Papa Gregorio si diffusero in tutta l’Europa, di pari passo con la pestilenza stessa.

SPECCHIO FRANTUMATO: I SECOLO, ROMA

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La rottura di uno specchio è una delle più diffuse superstizioni riguardanti la cattiva sorte, è tuttora in uso e nacque molto prima che esistessero gli specchi di vetro. La credenza ebbe origine da una serie di fattori religiosi ed economici combinati. I primi specchi, usati dagli antichi egizi, dagli ebrei e dai greci, erano fatti di metalli lucidati, come l’ottone, il bronzo, l’argento e l’oro, e naturalmente erano infrangibili. Nel VI secolo a.C., i greci avevano iniziato una pratica divinatoria che utilizzava uno specchio, chiamata catottromanzia, che utilizzava basse ciotole di vetro o di coccio riempite d’acqua. Proprio come la sfera di cristallo delle zingare, si credeva che una ciotola di vetro piena d’acqua – che i romani chiamavano miratorium – rivelasse il futuro di chiunque si specchiasse sulla sua superficie. Le predizioni erano lette da “un preveggente che scorgeva il futuro nello specchio”. Se uno di questi specchi scivolava e si rompeva, l’immediata interpretazione dell’indovino era che la persona che reggeva la ciotola non aveva futuro (ovvero che sarebbe morta ben presto) oppure che il futuro le riservava avvenimenti talmente spaventosi, che gli dèi preferivano concederle benevolmente di non avere una visione angosciosa di ciò che l’aspettava.

I romani, nel I secolo d.C., adottarono questa superstizione sfortunata aggiungendovi un particolare, che del resto coincide con il nostro moderno significato. Asserivano che la salute di un individuo cambiasse a cicli di sette anni. Poiché gli specchi riflettono l’aspetto di una persona (ovvero il suo stato di salute) uno specchio rotto augurava sette anni di cattiva salute e di disgrazie.

La superstizione assunse un’applicazione pratica ed economica nell’Italia del XV secolo. I primi specchi a lastre di vetro, fragili, con il fondo argentato, venivano prodotti a Venezia proprio in quell’epoca. Essendo molto costosi, venivano maneggiati con estrema cura e i domestici che pulivano gli specchi dei ricchi venivano avvisati in modo convincente che la rottura di quei nuovi tesori implicava sette anni di un destino peggiore della morte. Un uso tanto efficace di tale superstizione ebbe l’effetto di intensificare la credenza nella sfortuna, per intere generazioni di europei. Quando finalmente in Inghilterra e in Francia, alla metà del 1600, vennero fabbricati specchi poco costosi, la superstizione dello specchio rotto era ormai diffusissima ovunque e saldamente radicata nella tradizione.

NUMERO TREDICI: EPOCA PRE-CRISTIANA, SCANDINAVIA

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Alcune indagini hanno dimostrato che tra tutte le superstizioni che si crede portino sfortuna, quella che influenza la maggior parte della gente, al giorno d’oggi, è un senso di disagio provocato in molti modi dal numero tredici. In Francia, per esempio, negli indirizzi non esiste il tredici come numero civico. I Italia la lotteria nazionale omette il numero tredici. Sugli aerei delle linee aeree nazionali e internazionali manca la tredicesima fila di posti a sedere. In America, i moderni grattacieli, i condomini, gli edifici suddivisi in appartamenti attribuiscono il numero 14 al piano che viene dopo il dodicesimo. Recentemente, un esperimento psicologico ha messo alla prova il potere della superstizione. Un edificio nuovo con appartamenti di lusso comprendeva un piano in cui era stato assegnato il numero tredici, si notò che venivano affittati gli appartamenti su tutti gli altri piani e che soltanto pochi di quelli presenti al tredicesimo piano avevano trovato degli inquilini. Quando il numero del piano venne cambiato in dodici B, gli appartamenti fino a quel momento sfitti trovarono rapidamente qualcuno disposto ad occuparli. Come ebbe origine la tanto diffusa paura del numero tredici? Dobbiamo risalire perlomeno alla mitologia norvegese, all’epoca che precede la nascita di Cristo. A Walhalla venne allestito un banchetto a cui furono invitati dodici dèi. Loki, lo spirito dei conflitti e del male, si infiltrò tra gli altri, portando il numero degli invitati a tredici. Nella lotta che seguì, per allontanare Loki, Balder, il migliore degli dèi, rimase ucciso.

Questo è uno dei primi accenni scritti riguardanti la sfortuna che circonda il numero tredici. Dalla Scandinavia, tale superstizione si diffuse verso sud in tutta Europa. All’inizio dell’era cristiana era già radicata nei paesi del Mediterraneo. Secondo gli studiosi di folklore, in seguito tale credenza venne notevolmente rafforzata, forse in modo definitivo, dal banchetto più famoso della storia, l’Ultima Cena. Cristo e i suoi apostoli erano in tredici. Meno di ventiquattr’ore dopo Cristo venne crocifisso. Gli studiosi di mitologia hanno visto nella leggenda norvegese un’anticipazione del banchetto cristiano. Paragonano Giuda, il traditore, a Loki, lo spirito dei conflitti, e Balder, il dio preferito, che venne ucciso, a Cristo, che fu crocifisso. È comunque indiscutibile che dall’inizio dell’era cristiana in poi, invitare tredici ospiti a cena significava andare in cerca di guai.

Una volta che si è diffusa una credenza, la gente, più o meno inconsciamente, cerca di scoprire degli avvenimenti che ne dimostrino la veridicità, e questo vale per qualsiasi superstizione. Ironicamente, in America, il tredici va considerato un numero fortunato. Fa parte dei molti simboli statunitensi. Sul retro della banconota da un dollaro, il tronco di piramide presenta tredici gradini; l’aquila del Nord America stringe in uno dei suoi artigli un ramo d’ulivo con tredici figlie e tredici frutti, e con l’altro afferra tredici frecce; sopra al capo dell’aquila sono presenti tredici stelle. Tutto ciò, naturalmente, non ha nulla a che vedere con la superstizione, ma commemora le tredici colonie iniziali con cui è nato il paese, che già di per sé si possono considerare un simbolo di buon auspicio.

VENERDI TREDICI

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Si è cercato di spiegarne il significato tramite una serie di avvenimenti disastrosi che si sostiene siano accaduti proprio in concomitanza con quello che è considerato il giorno più sfortunato in assoluto. Secondo la tradizione, sembra che fu proprio di venerdì tredici che Eva tentò Adamo con la mela, l’arca di Noè si trovò nel bel mezzo del Diluvio Universale, nella Torre di Babele si creò un’enorme confusione di lingue, crollò il Tempio di Salomone, e Cristo morì sulla Croce. Tuttavia l’origine effettiva di tale superstizione sembra essere anche in questo caso una leggenda appartenente alla mitologia norvegese. Frigga è lo spirito libero, la dea dell’amore e della fertilità, che nei paesi scandinavi dà il nome al venerdì. Quando le tribù germaniche e norvegesi si convertirono al cristianesimo, Frigga venne bandita sulla cima di una montagna, svergognata e creduta una strega. Si credeva che ogni venerdì la dea, vendicativa, organizzasse un incontro con altre undici streghe e con il diavolo, ovvero una riunione di tredici partecipanti, in cui venivano progettati scherzi malvagi per la settimana a venire. Per molti secoli, in Scandinavia, il venerdì venne chiamato “Sabba delle streghe”.

GATTO NERO: MEDIOEVO, INGHILTERRA

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Come spesso accade per molte superstizioni, la paura che un gatto nero ci attraversi la strada ha un’origine relativamente recente. Inoltre è completamente in antitesi con la posizione di rispetto di cui il gatto ha sempre goduto da quando è stato addomesticato per la prima volta, in Egitto, intorno al 3000 a.C. Al tempo degli antichi egizi tutti i gatti, compresi quelli neri, erano tenuti in grande considerazione e per legge erano protetti da ogni genere di maltrattamenti e dalla morte. L’idolatria nei riguardi del gatto era talmente radicata, che la morte di uno di questi animali domestici, suscitava il compianto di tutta la famiglia. Tanto i ricchi quanto i poveri, imbalsamavano i modo raffinatissimo i corpi dei propri gatti, avvolgendoli in un fine sudario e ponendoli in sarcofagi realizzati con materiali preziosi, come il bronzo e perfino in legno, che scarseggiava in Egitto, dato che il paese è privo di foreste. Gli archeologi hanno rinvenuto vere e proprie necropoli di gatti, tra i quali era normalissimo trovare anche gatti neri. Colpiti dal fatto che un gatto potesse sopravvivere e restare illeso a molte cadute dall’alto, furono gli egiziani a dare origine alla convinzione che il gatto abbia nove vite. La fama del gatto si diffuse rapidamente insieme alla civiltà.

Testi in sanscrito che risalgono a più di duemila anni fa, parlano del ruolo dei gatti all’interno della società indiana; e in Cina, nel 500 a.C. circa, Confucio aveva un suo gatto preferito. Più o meno nel 600 d.C., il profeta Maometto teneva i suoi discorsi con un gatto in braccio, e approssimativamente in quello stesso periodo, i giapponesi iniziarono a tenere dei gatti all’interno delle proprie pagode per proteggere i manoscritti sacri. A quei tempi, se un gatto attraversava la strada a una persona, questo veniva considerato un avvenimento fortunato. La paura dei gatti, soprattutto dei gatti neri, iniziò a diffondersi per la prima volta in Europa durante il Medioevo, e in particolare in Inghilterra. La caratteristica indipendenza del gatto, la sua caparbietà e segretezza, insieme alla sua improvvisa eccessiva diffusione nelle grandi città, contribuìrono a farlo cadere in disgrazia.

I gatti che infestavano i vicoli spesso venivano nutriti da vecchie signore, povere e sole, e quando l’isteria della caccia alle streghe colpì l’Europa, e molte di queste donne senza casa vennero accusate di praticare la magia nera, i loro amici gatti, soprattutto quelli neri, vennero a loro volta considerati colpevoli di stregoneria. Un famoso racconto appartenente alle tradizionali credenze britanniche riguardanti i felini, illustra quello che era il punto di vista della gente del tempo.

Nel Lincolnshire, intorno al 1560, in una notte senza luna, padre e figlio si spaventarono quando una piccola creatura schizzò davanti a loro infilandosi in una tana. Gettarono delle pietre nel cunicolo del terreno e ne videro uscire rapidamente un gatto nero, ferito, che si trascinò fino alla vicina dimora di una donna che in città era sospettata di stregoneria. Il giorno dopo padre e figlio incontrarono la donna per strada; aveva il volto graffiato, un braccio fasciato e zoppicava. Da quel giorno in poi. Nel Lincolnshire, tutti i gatti neri furono sospettati di essere streghe che avevano adottato un insolito travestimento notturno. La storia si propagò. L’idea che le streghe si trasformassero in gatti neri per poter strisciare inosservate per strada divenne una convinzione ben radicata anche in America, durante le cacce alle streghe di Salem. Perciò, un animale che un tempo era considerato con benevolenza, diventò una creatura temuta e disprezzata.

Molte società del tardo Medioevo cercarono di portare i gatti all’estinzione. Mano a mano che la paura delle streghe raggiungeva i livelli paranoici, molte donne innocenti furono bruciate al rogo insieme ai loro innocui animali domestici. Una bambina nata con gli occhi troppo luminosi, con il volto più vivace del solito, con una personalità eccessivamente precoce, veniva sacrificata per timore che potesse albergare in lei uno spirito che con il tempo sarebbe diventato una strega di giorno e un gatto nero di notte. In Francia, migliaia di gatti neri vennero bruciati ogni mese, finché il re Luigi XIII, intorno al 1630, non pose fine a questa pratica vergognosa. Considerato il numero dei secoli in cui i gatti neri furono trucidati in tutta Europa, è sorprendente che il gene del colore nero non sia stato cancellato dalla specie… a meno che il gatto non abbia davvero nove vite.

LANCIO DELLA MONETINA: I SECOLO a.C., ROMA

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Nell’antichità si credeva che le decisioni più importanti della vita dovessero essere prese dagli dèi. Furono ideate ingegnose forme di divinazione per persuadere gli dèi a rispondere alle domande importanti, con un inequivocabile “si” o “no”. Sebbene le monete, che sono ideali e adatte a dare risposte del tipo si/no, siano state coniate per la prima volta dai lidi nel X secolo a.C., inizialmente non vennero usate per prendere delle decisioni.

Fu Giulio Cesare a istituire la consuetudine di lanciare una monetina scegliendo testa o croce. La testa di Cesare compariva su una delle facce di tutte le monete romane, e di conseguenza era una testa, in questo caso specifico quella di Cesare, che nel lancio determinava chi sarebbe stato il vincitore di una disputa, oppure a indicare una risposta affermativa da parte degli dèi. La venerazione nei confronti di Cesare era tale, che cause importanti, in cui venivano tirati in ballo la proprietà, il matrimonio o la responsabilità di un crimine, spesso venivano sistemate con il lancio di una moneta. Se la moneta cadeva con la testa di Cesare rivolta verso l’alto, significava che l’imperatore, pur assente, era d’accordo con una particolare decisione e si opponeva al contrario.

ROVESCIARE IL SALE: 3500 a.C., VICINO ORIENTE

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Il sale fu il primo condimento per il cibo che l’uomo trovò a propria disposizione, e cambiò in modo totalmente rilevante le sue abitudini alimentari, che non ci sorprende affatto che l’atto di versare questo prezioso ingrediente sia diventato sinonimo di sfortuna. Subito dopo aver rovesciato il sale, un gesto che ne annulla l’effetto, come quello di gettarne un pizzico dietro la spalla sinistra, divenne una consuetudine per gli antichi sumeri, egizi, assiri e in seguito anche per i greci. Presso i romani il sale era valutato in modo talmente alto, come condimento per il cibo e come cura per le ferite, che coniarono delle espressioni che utilizzavano il termine in questione e che sono divenute parte della lingua comune. Lo scrittore romano Petronio, nel Satyricon, diceva come vituperio, che una persona era indegna del proprio sale, dato che i soldati romani ricevevano particolari gratifiche per le razioni di sale, che venivano chiamate salarium, “denaro per il sale”, che è anche all’origine del termine “salario”. Secondo gli archeologi, intorno al 6500 a.C. gli abitanti d’Europa sfruttavano attivamente quelle che si ritiene fossero le prime miniere di sale scoperte sul continente, ovvero i giacimenti austriaci di Hallsteine e di Hallstat. Oggi queste cave rappresentano un richiamo turistico, e sono situate vicino alla città di Salisburgo, che naturalmente significa “Città del Sale”.

Il sale purificava l’acqua, conservava la carne e il pesce e valorizzava il sapore del cibo, e gli ebrei, i greci e i romani usavano il sale in tutti i loro sacrifici più importanti. La venerazione del sale, e il cattivo presagio che seguiva il fatto di rovesciarlo, sono intensamente immortalati nell’Ultima Cena di Leonardo da Vinci. Giuda rovescia il sale in tavola, facendo presagire la tragedia che sarebbe seguita, ovvero il tradimento di Gesù. Storicamente, tuttavia, non esiste alcuna prova in base alla quale si possa dire che in occasione dell’Ultima Cena fosse stato versato il sale. Leonardò incorporò di proposito nella sua interpretazione la superstizione diffusa, per rendere più drammatica la scena. Questo classico dipinto, dunque, presenta due presagi di cattivo auspicio: viene versato il sale e ci sono tredici ospiti a tavola.

APRIRE L’OMBRELLO ALL’INTERNO DI UN’ABITAZIONE: XVIII SECOLO, INGHILTERRA

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Le superstizioni negative riguardanti l’ombrello ebbero inizio al tempo degli egiziani, che conferivano significati religiosi ai propri ombrelli di papiro e di piume di pavone, dalle foggie complesse. Questi primi ombrelli non ebbero mai lo scopo di proteggere dalla pioggia (che in Egitto era rara e veniva considerata una benedizione), ma servivano per riparare dal sole nella spaventosa canicola del giorno. Gli egiziani credevano che la volta del cielo fosse formata dal corpo della dea celeste Nut. Nut toccava terra soltanto con le punte delle dita delle mani e dei piedi, mentre con il corpo formava un erco al di sopra del nostro pianeta, come un immenso ombrello. Gli ombrelli creati dall’uomo venivano considerati realizzazioni terrene di Nut, su scala ridotta, e potevano riparare unicamente il capo degli appartenenti alla nobiltà. L’ombra proiettata da un ombrello all’esterno, era sacra, e se un cittadino comune la calpestava, anche accidentalmente, questo gesto veniva considerato come un presagio di sfortuna (tale credenza veniva capovolta dai babilonesi, i quali consideravano un onore il fatto che anche soltanto un piede venisse a trovarsi all’ombra del parasole regale). Secondo gli studiosi di folklore, la credenza superstiziosa secondo la quale aprire un ombrello in casa è un augurio di sfortuna, ha un origine più recente e pratica. Nella Londra del XVIII secolo, gli ombrelli impermeabili con l’intelaiatura di metallo ebbero grande diffusione, e si potevano osservare in qualsiasi giornata piovosa. Erano dotati per l’apertura di un meccanismo a molla, rigido e scomodo da utilizzare, che rese decisamente rischioso aprirli all’interno di un’abitazione. Infatti un ombrello con le stecche rigide, che si apre all’improvviso in una stanza piccola, potrebbe ferire un adulto o un bambino, oppure frantumare un oggetto fragile. Anche un incidente non troppo grave potrebbe provocare parole sgradevoli o uno spiacevole litigio, elementi che già di per sé si possono considerare colpi di sfortuna all’interno di una famiglia o tra amici. Perciò la superstizione sarebbe nata come deterrente, affinché gli ombrelli non venissero aperti in casa.

PASSARE SOTTO UNA SCALA: 3000 a.C., EGITTO

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Ecco una superstizione le cui origini sembrano derivare da un consiglio pratico e ovvio; in fondo si dovrebbe evitare di passare sotto a una scala, dato che un operaio al lavoro potrebbe lasciar cadere un arnese e questo trasformarsi in un’arma letale. Tuttavia l’autentica origine di tale superstizione non ha nulla a che vedere con il buon senso. Una scala posata contro una parete forma un triangolo, simbolo che per lungo tempo era stato considerato da molte civiltà come l’espressione più comune di una sacra trinità divina. Le tombe piramidali dei faraoni, per esempio, avevano pianta triangolare. E inoltre se un cittadino comune attraversava un arco a forma di triangolo, questo equivaleva a non rispettare uno spazio sacro. Per gli egiziani, la scala era un simbolo di fortuna. Una scala liberò il dio sole Osiride che era stato imprigionato dallo spirito dell’Oscurità. La scala era inoltre uno dei simboli pittorici preferiti, per raffigurare l’ascesa degli dèi. E nelle tombe dei re egiziani venivano poste delle scale per consentire loro di ascendere verso il cielo. Secoli più tardi, i seguaci di Gesù Cristo usurparono la superstizione della scala, interpretandola alla luce della morte di Cristo. Poiché una scala era stata posata alla croce, divenne simbolo di malvagità, tradimento e morte. Passare sotto una scala significava chiamare la sfortuna su di sé. Nel 1600, in Inghilterra e in Francia, i criminali che venivano condannati al patibolo erano obbligati a passare sotto una scala, mentre il boia, chiamato il Signore della Scala, le girava intorno. Invariabilmente, le antiche culture avevano degli antidoti per le superstizioni più temute. Per una persona che inavvertitamente passava sotto a una scala o che era costretta a farlo per comodità per recarsi da qualche parte, l’antidoto prescritto dai romani era il gesto del fico. Questo simbolo, che annullava l’effetto negativo del passaggio veniva ottenuto chiudendo il pugno e lasciando che il pollice uscisse tra il dito indice e il medio. Quindi si agitava il pugno verso la scala. Chiunque sia interessato ad applicare questo antidoto ai giorni nostri deve rendersi conto del fatto che presso i romani il fico era anche un gesto fallico, che viene ritenuto il precursore dell’odierno insulto attuato con il dito medio alzato.

MALOCCHIO: ANTICHITA’, VICINO ORIENTE E EUROPA

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Una “brutta occhiata”, uno “sguardo che uccide”, uno “sguardo inceneritore” sono espressioni comuni che derivano da una delle paure più universali, quella del malocchio. Praticamente è stato riscontrato all’interno di tutte le civiltà. Nell’antica Roma venivano interpellati stregoni professionisti, specializzati in malocchio, per stregare i nemici di una persona. Tutti gli zingari erano accusati di possedere quel terribile potere nello sguardo, e il fenomeno era ampiamente diffuso e temuto in tutta l’India e nel vicino Oriente. Nel Medioevo gli europei erano talmente terrorizzati dal pericolo di cadere sotto l’influsso di un’occhiata malefica, che chiunque avesse un’espressione degli occhi stupefatta, folle o troppo vivace, rischiava di venir bruciato al rogo. Un caso di cateratte poteva significare la morte. Come avvenne che una tale credenza potesse avere origine indipendentemente all’interno di popoli diversi? Una delle teorie più comunemente accettate tra gli studiosi di folklore fa riferimento al fenomeno della riflessione dell’immagine sulla pupilla.

Se guardiamo nell’occhio di una persona, la nostra immagine minuscola, apparirà nell’oscurità della pupilla. E in effetti la parola “pupo” o “pupa” deriva dal latino pupilla, che significa “bambolina”.

L’uomo primitivo deve aver trovato strano e spaventoso il fatto di intravedere la propria immagine in miniatura negli occhi degli altri appartenenti alla tribù. Può aver creduto di correre un pericolo personale, può aver temuto che la sua immagine rimanesse li per sempre e fosse rubata da un occhio malvagio. Questo concetto è ulteriormente sottolineato dalla credenza, diffusa tra le tribù africane primitive meno di un secolo fa, che venir fotografati significasse perdere per sempre la propria anima. Gli egiziani avevano uno strano antidoto contro il malocchio, si trattava del kajial, il primo mascara della storia. Veniva usato sia dagli uomini sia dalle donne e veniva applicato a forma di cerchio o di ovale intorno agli occhi. Chimicamente, alla base di questo preparato c’era l’antimonio, un metallo, e mentre gli indovini preparavano quello con cui si truccavano gli uomini, le donne inventavano le loro formule personali a base di antimonio, aggiungendovi alcuni ingredienti segreti di loro gradimento. Perché mai il mascara avrebbe dovuto essere un antidoto contro il malocchio?

Attualmente non esiste alcuna certezza al riguardo, ma dei cerchi scuri dipinti intorno agli occhi assorbono la luce del sole e di conseguenza minimizzano il riverbero riflesso all’interno dell’occhio. Il fenomeno è ben noto a qualsiasi giocatore di football americano o di baseball che si è spalmato del grasso nero sugli zigomi, prima di una partita. Gli antichi egizi, che trascorrevano molto tempo esposti all’aspra luce del deserto, probabilmente hanno scoperto questo espediente e forse inizialmente avevano inventato il mascara non tanto con intenti estetici, come si crede di solito, ma per scopi pratici e superstiziosi.

LA CICOGNA CHE PORTA I BAMBINI: ANTICHITA’, SCANDINAVIA

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Per spiegare l’improvvisa apparizione di un nuovo bambino all’interno di una famiglia, le mamme scandinave erano solite dire ai loro figli che era stata la cicogna a portarlo. Per giustificare il fatto che la madre avesse bisogno si restare per diverso tempo a letto, a riposare, veniva detto che, prima di andarsene, l’uccello aveva beccato la mamma sulla gamba. È comprensibile la necessità di offrire delle spiegazioni ai bambini più piccoli, in occasione della nascita di un nuovo fratellino o sorellina (soprattutto quando i bambini nascevano in casa). Ma perché proprio una cicogna?

I primi naturalisti scandinavi avevano studiato le cicogne e la loro abitudine di fare il nido sui camini delle abitazioni. Gli uccelli in questione, per tutta la durata della loro lunga vita, che può raggiungere anche i settant’anni, ritornavano allo stesso camino, anno dopo anno, e si accoppiavano con un unico compagno; si tratta insomma di animali monogami. I volatili più giovani prodigavano molte cure e attenzioni ai più anziani o ai genitori malati, nutrendoli e offrendo loro come sostegno le proprie ali tese. Addirittura gli antichi romani, colpiti dal comportamento altruistico della cicogna, passarono una legge chiamata Lex Ciconaria, la “Legge della Cicogna”, che obbligava i figli a occuparsi dei propri genitori anziani. Perciò la gentilezza della cicogna, unita al fatto che nidificava sul camino dell’abitazione, ne faceva una creatura ideale per far penetrare dal caminetto un nuovo nato. Per secoli, la vecchia leggenda norvegese si diffuse nei paesi scandinavi. Fu lo scrittore danese del XIX secolo, Hans Christian Andersen, per mezzo delle sue favole, a rendere famoso questo mito in tutto il mondo.

METTERSI LA MANO DAVANTI ALLA BOCCA QUANDO SI SBADIGLIA: ANTICHITA’, MEDIO ORIENTE

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Oggi, mettersi la mano davanti alla bocca quando si sbadiglia è considerato un fondamentale gesto di buona educazione. Tale usanza però non nacque come atto di cortesia, ma piuttosto come gesto di timore, timore che con un grosso sbadiglio l’anima, e la vita stessa, potessero abbandonare il corpo. Portandosi una mano alle labbra si tratteneva all’interno la forza vitale.

L’uomo primitivo aveva correttamente osservato (ma interpretato in modo sbagliato) che un neonato, nella lotta per la sopravvivenza, sbadiglia poco dopo essere nato (un atto riflesso, per far entrare una maggiore quantità di ossigeno nei polmoni). Poiché la mortalità infantile a quei tempi era altissima, i medici, che non sapevano spiegare la frequenza di tali morti, fecero ricadere la colpa sullo sbadiglio, dato che i bambini, indifesi, semplicemente non erano in grado di coprirsi la bocca proteggendosi con la mano. A dire il vero i medici romani raccomandavano alle madri di fare particolare attenzione nel corso dei primi mesi di vita e di mettere la mano davanti alla bocca del bambino ogni qualvolta questo sbadigliava. Oggi si considera inoltre un atto di educazione quello di volgere la testa altrove quando si sbadiglia. Ma la cortesia non ha nulla a che vedere con l’origine di tale usanza, né con le scuse che seguono uno sbadiglio. Gli antichi avevano correttamente osservato che uno sbadiglio è contagioso per chi vi assiste. Perciò, se uno sbadiglio era pericoloso per chi lo emetteva, questo rischio avrebbe potuto essere “preso” da altre persone e diffondersi come un’epidemia. Le scuse venivano quindi porte agli amici per averli esposti a un pericolo mortale.

La scienza moderna ha spiegato lo sbadiglio come il bisogno improvviso da parte del corpo di una notevole immissione d’ossigeno, soprattutto al risveglio, quando si è esauriti fisicamente, e nelle fasi preliminari di un’attività energica. Tuttavia non esistono ancora spiegazioni fisiologiche per il fatto che lo sbadiglio sia contagioso. Sappiamo soltanto che la vista di una persona che sbadiglia giunge al centro visivo del cervello e da li viene trasmessa al centro dello sbadiglio. Perché mai si debba seguire una trafila così misteriosa è per noi altrettanto oscuro, quanto lo era lo sbadiglio stesso per l’uomo dell’antichità.


Bibliografia:

  • Charles Panati – Extraordinary Origins of Everyday Things (teaduzione di Nicoletta Spagnol) Armenia Editore- 1996
  • Le immagini sono tratte da Internet

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