Il Tempo

Conteggio della vita

(a cura di Bruno Silvestrini)

antichissima-meridiana

Antichissima meridiana

L’uomo comincia a misurare il tempo 20.000 anni a.C.; è stato rinvenuto un osso risalente a quell’epoca con incisi sopra segni per il conteggio dei mesi e dei giorni (fasi lunari e solari).

In Egitto nel 3500 anni a.C. si ha la prima meridiana con un obelisco. Gli egiziani inventarono 3000 anni fa una piccola meridiana portatile, una piccola astina con alcune incisioni per vedere le diverse ore del giorno (primo orologio).

Primi orologi costruiti nel Rinascimento da Leonardo da Vinci. Nel 1700 orologi più precisi (in Inghilterra) per le esigenze della navigazione. (i pendoli con lo spostamento si fermano).

E’ questa la nuova misurazione del tempo che l’uomo ha trovato. Con i multipli di codesta infima cifra nascosta negli abissi della materia, si possono calcolare gli anni, i mesi, le settimane, i giorni e si può giungere a stabilire tutte quelle frazioni che si desiderano. Non bisogna però pensare che non ci sia altro da scoprire e che con il cesio tutto sia sistemato.

Questo sistema di misurazione del tempo se viene rapportato all’orologio pilota (che sono poi cinquanta orologi atomici che convergono in un sistema computerizzato all’Osservatorio Navale USA) ci offre un valore eccessivamente preciso, che non tiene conto delle oscillazioni terrestri.

Così, proprio a partire dal 1972, sono stati aggiunti dei secondi ogni anno, per evitare che l’orologio ad altissima precisione misurasse il tempo senza tener conto di quel che fa la Terra, creando inconvenienti simili a quelli dei calendari del passato. L’uomo non può perdere il contatto con le mutazioni del vecchio pianeta Terra e ne deve tener conto se non vuole sovvertire le regole della natura.

annozero

Festeggiamo 2000 anni dalla nascita di Cristo, ma ormai sappiamo che Gesù non nacque nell’anno zero ma quattro anni prima. Tutta colpa del computo che fece il monaco scita Dionigi il Piccolo (non per la sua statura ma da lui assunto per umiltà), nel VI secolo. Fu papa Giovanni I nel 525 che chiese a Dionigi di calcolare la data della Pasqua dell’anno successivo. Per Matteo Cristo nacque durante i giorni di Erode il Grande, che morì nel 4 a.C., e quindi venne al mondo prima di questa data. Utilizzando gli altri Vangeli e i riferimenti storici accettati da tutti, si può arrivare al 6, al 7 a.C. .

IL CALENDARIO

Ancora ai nostri giorni i cristiani copti dell’Egitto basano il loro Calendario sull’anno di Diocleziano (I anno del suo regno 284 d.C.) di conseguenza per loro il 2000 è il 1716.

Non si creda che il 25 dicembre sia anch’esso il risultato di un calcolo o un riferimento sicuro. Al contrario. In questo giorno sappiamo che vi era un appuntamento nel calendario civile romano (il censimento). L’imperatore Aureliano introdusse nel 274 della nostra era, fissandola appunto il 25 dicembre, la celebrazione del “Sol Invictus”, quale fine del solstizio invernale. Quasi sicuramente la festa derivava dal culto di Mitra.

Clemente Alessandrino, uno dei Padri della Chiesa più colti, scrive in una sua preziosa opera: “Stromata” che il giorno dovette essere o il 25 Pochon (ovvero il 20 maggio) o il 15 Tybri (il 10 gennaio) o ancora l’11 Tybri (che coincide con l’Epifania).

Ma le ipotesi sono infinite. San Cipriano vescovo di Cartagine, 205-258 nel “De Pascha Computus” il 28 marzo; Sant’Ippolito, scrittore e Padre della Chiesa – visse a Roma presumibilmente tra il 170 e il 240, appartenente al clero romano, si trovò per le sue idee, in conflitto con la Chiesa ufficiale tanto che la sua fazione lo oppose quale antipapa al legittimo pontefice Callisto, (intorno al 217) 2 aprile del 5500° anno del mondo che corrispondeva al 752 di Roma. Sant’Agostino nei “Sermones” accetta il 25 dicembre.

Il calendario, così come noi lo intendiamo, è una conquista medievale. Soltanto in questo periodo cominciò a essere considerato come quel complesso di regole utili per ripartire il tempo.

Per i romani il “Calendarium” era il libro in cui i banchieri dell’epoca registravano gli interessi sulle somme prestate che maturavano il primo giorno di ogni mese (“Kalendae” primo giorno).

calendarium

Nell’antichità la settimana come le altre divisioni del tempo era in uso a Babilonia e si diffuse nel mondo ellenistico prima della nostra era chiamando i singoli giorni con i nomi dell’astrologia greco-egiziana (sono ancora quelli in vigore presso di noi, esclusi il sabato e domenica).

almannacco-babilonico

A Roma si cominciò a utilizzarlo agli inizi dell’era cristiana e già nell’alto medioevo diventò l’unico elemento cronologico comune ai popoli civili, indipendentemente dal tipo di calendario utilizzato.

Gli Aztechi concepivano un anno di 365 giorni, ma lo dividevano in 18 periodi di 20 giorni ognuno più 5 giorni aggiunti considerati infausti. Ai 18 segmenti di tempo corrispondevano altrettante feste. Capodanno era di maggio.

calendario-azteco

Calendario Azteco

Il calendario iranico seguito nell’Avesta ha un anno di 12 mesi di 30 giorni, alla fine vengono aggiunti i 5 giorni mancanti.

E’ quasi certo che il calendario egiziano risale al periodo preistorico. In ogni caso sappiamo che in Egitto la scansione del tempo poteva tener conto di due avvenimenti periodici: il massimo dell’inondazione del Nilo e il sorgere della stella Sirio.

calendario-egiziano

Calendario Egiziano

Il primo fenomeno era solito capitare tre giorni dopo il solstizio d’estate (in quei tempi era tra la fine di luglio e i primi di agosto); il secondo a una latitudine come quella di Menfi, si poteva osservare nel crepuscolo mattutino del 19 luglio.

A Roma vi è il primo calendario che prende il nome da Romolo e che risulta di 10 mesi composti da 30 e 31 giorni per un totale di 304 giorni. Oggi gli storici la considerano una leggenda forti del fatto che anche Macrobio nei “Saturnalia” parla di un anno composto da 12 mesi al tempo del mitico fondatore. Nel 46 a.C. avvenne la riforma di Giulio Cesare.

Con la bolla “Inter gravissimas” dal 13 febbraio 1582 papa Gregorio XIII promulgò la riforma del calendario a tutto il mondo.

Si deve tener conto del fatto che non tutti accettarono – Rodolfo II di Germania decise di renderlo attivo solo dal 4 settembre 1583. La parte protestante della Germania invece non ne voleva sapere. Ci fu una parziale accettazione nel 1700, e nel 1775 venne applicata interamente.

Così fece la Gran Bretagna. Respinse la deliberazione papale e accettò il calendario gregoriano soltanto nel 1752 (in questo anno si adeguarono anche le colonie americane).

Il Giappone aderì al calendario gregoriano nel 1873. La Cina nel 1949. La Russia nel 1917.

Nel mondo c’è oggi chi conteggia gli anni tenendo conto delle regole islamiche (il computo comincia nel 622, quando avvenne “l’emigrazione” o “egira” di Maometto dalla Mecca a Medina), o preferisce il conteggio ebraico, o quello buddhista, ovvero ritiene che il 2000 sia il 5760 o il 2544.

immagine

In realtà l’era tecnologica ha lasciato alle spalle queste congetture, anche se le rispetta e utilizza la cronologia di Dionigi il Piccolo come riferimento privilegiato. Il naturalista svedese Linneo nel 1756, dopo aver compiuto attente osservazioni, pubblicò un calendario in cui ogni giorno dell’anno era abbinato, al posto del santo, un fiore che sboccia in quella data, oppure una indicazione relativa a partenze o arrivi di uccelli migratori, o la muta delle piume di taluni volatili, o ancora alcuni accoppiamenti di pesci, o lavori agricoli. Cambiò il nome ai mesi, adattandoli al ciclo delle stagioni: così gennaio diventò glacialis, agosto fu chiamato messis, fino a dicembre che si chiamò brumalis. L’idea ebbe successo e non pochi calendari della seconda metà del Settecento la imitarono. Nacque una vera e propria gara nel registrare i fenomeni naturali; soprattutto in Inghilterra il sistema piacque molto, forse perché era ispirato alla realtà e non alla santità. Fu questa la base, o l’idea di partenza, che informò il Calendario rivoluzionario francese. Anche in tal caso si cercò di mettere in pratica una vera e propria rottura con la tradizione cristiana. E si volle, o forse si sperò di fare qualcosa in più “livellando” il sistema di divisione del tempo, cosi come si era fatto con le unità di misura.del resto, fu un merito della rivoluzione l’aver introdotto in Francia il sistema metrico decimale. La nuova Era repubblicana – il re era stato ghigliottinato il 21 gennaio 1793 – si ritenne di farla cominciare dal 22 settembre 1792, che era anche il giorno della proclamazione della repubblica oltre che il vero equinozio d’autunno a Parigi.

RMANI

Inoltre il nuovo calendario conservava i 12 mesi, tutti rigorosamente di 30 giorni. Le settimane furono abolite e si sostituirono con tre decadi. I mesi cambiarono nome. In un momento iniziale si pensò di chiamarli semplicemente “primo”, “secondo” ecc. poi Fabre d’Englantine suggerì di identificarli con una terminologia più realistica e più vicina alla natura.

Ecco allora che: dal 22 settembre era “Vendemmiaio”, dal 22 ottobre “Brumaio”, dal 21 novembre “Frimaio”, dal 21 dicembre “Nevoso”, dal 20 gennaio “Piovoso”, dal 19 febbraio “Ventoso”, dal 21 marzo “Germile”, dal 20 aprile “Fiorile”, dal 20 maggio “Pratile”, dal 19 giugno “Messidoro”, dal 19 luglio “Termidoro” e dal 18 agosto “Fruttidoro” (il calcolo è stato fatto nel 1792-1793, anni non bisestili). Sino al 1799 protagonisti di quel periodo come Robespierre o Babeuf, lo rispettarono e lo utilizzarono. Ma il 18 Brumaio 1799 (novembre) Napoleone attua un colpo di Stato e rovescia il Direttorio. La repubblica è finita, viene promulgata la Costituzione dell’anno VIII che, di fatto, istituisce la dittatura personale di Bonaparte, proclamato Primo console. Dopo il concordato e la legge del 1802 sulla riorganizzazione dei culti – intanto Napoleone è proclamato Console a vita – la domenica fu ripristinata; anzi dal 13 Fiorile, ovvero il 3 maggio di quell’anno venne indicata come il giorno per le pubblicazioni matrimoniali. E si andò avanti per poco: sino al 15 Fruttidoro del XIII anno, cioè il 2 settembre 1805, allorché si presentò al senato una proposta per ritornare al vecchio calendario gregoriano. Finì l’anno, e con il 1° gennaio 1806 il calendario repubblicano si trasformò in un ricordo. Questo fu l’ultimo grande tentativo della storia di dare una interpretazione politica nuova alla misurazione del tempo.

Il Nuovo Anno: 2000 a.C., Babilonia

Il Nuovo Anno è la più antica e universale di tutte le festività. Stranamente, la sua storia inizia in un periodo in cui non esisteva ancora un calendario annuale. Era il periodo compreso tra la seminagione e la raccolta delle messi che rappresentava un “anno” o “ciclo”. La prima festa di capodanno di cui si abbia notizia ebbe luogo nella città di babilonia, le cui rovine si ergono presso la moderna città di al-Hillah, in Iraq. Il Nuovo Anno si celebrava alla fine di marzo, all’equinozio di primavera, quando la bella stagione era alle porte e i festeggiamenti duravano undici giorni. Un alto sacerdote dava inizio agli eventi; si alzava due ore prima dell’alba, si lavava nelle sacre acque dell’Eufrate, poi levava un inno al dio più importante della regione, quello dell’agricoltura, Marduk, pregando per un nuovo ciclo di abbondanti raccolti. La groppa di un ariete decapitato veniva strofinata contro le pareti del tempio per assorbire qualunque contagio potesse infettare l’edificio sacro e, di conseguenza il raccolto del nuovo anno. La cerimonia veniva chiamata kuppuru, un termine che comparve presso gli ebrei più o meno alla stessa epoca, nel giorno della festa della Conciliazione, Yom Kippur.

yom-kippur

Come sia potuto succedere che l’Anno Nuovo, che era essenzialmente un’occasione derivante dalla seminagione, si sia spostato dall’inizio della primavera al culmine dell’inverno, si spiega con una storia strana e complicata, che abbraccia due millenni. Da un punto di vista astronomico e agricolo, gennaio è un momento decisamente pessimo per iniziare simbolicamente il ciclo del raccolto, o nuovo anno. Il sole non si trova in una posizione propizia, come accade invece negli equinozi di primavera e di autunno e nei solstizi d’inverno e d’estate, i quattro eventi solari in cui avvengono i cambi di stagione.

Lo spostamento di questa festività ebbe inizio con i romani. In base a un antico calendario, i romani festeggiavano il 25 marzo, l’inizio della primavera, come primo giorno dell’anno. Gli imperatori e i funzionari di rango, tuttavia, alterarono a più riprese la durata dei mesi e degli anni per estendere i periodi durante i quali dovevano restare in carica. Nel 153 a.C., le date del calendario erano talmente sfasate rispetto ai riferimenti astronomici, che il senato romano, per rimettere a posto le varie pubbliche ricorrenze, proclamò come inizio dell’anno nuovo il 1° gennaio. Per risistemare il calendario al 1° gennaio, nel 46 a.C., Giulio Cesare dovette lasciare che l’anno si trascinasse per 445 giorni, valendogli il soprannome storico di “Anno della Confusione”. Il nuovo calendario di Cesare, eponimo, venne chiamato calendario Giuliano.

Dopo la conversione dei romani al cristianesimo, nel IV secolo, gli imperatori continuarono a organizzare festeggiamenti per l’anno nuovo. La Chiesa cattolica nascente, tuttavia, iniziò ad abolire tutte le usanze pagane (ovvero non cristiane), condannò tali usanze come scandalose e proibì ai cristiani di prendervi parte. A mano a mano che la Chiesa annoverava un numero sempre maggiore di convertiti e guadagnava potere, organizzò strategicamente le proprie festività cristiane, per competere con quelle pagane, e, a dire il vero, s’impadronì dell’idea da cui queste ultime erano nate. Per rivaleggiare con il 1° gennaio, la Festa della Circoncisione di Cristo, che viene ancora osservata da cattolici, luterani, membri della Chiesa Episcopale, e da molte sette ortodosse orientali. Durante il Medioevo, la Chiesa si mantenne così ostile nei confronti del vecchio Anno Nuovo pagano, che nelle città e nei paesi in prevalenza cattolici, tale pratica svanì completamente. Riemerse poi periodicamente, e in tali occasioni capitava che cadesse in qualsiasi momento. In un certo periodo durante l’alto Medioevo, dall’undicesimo al tredicesimo secolo, gli inglesi celebrarono l’Anno Nuovo il 25 marzo, i francesi la domenica di Pasqua e gli italiani il giorno di Natale, e poi il 15 dicembre; soltanto nella penisola iberica veniva osservato il 1° gennaio. Soltanto negli ultimi quattrocento anni il 1° gennaio è stato ampiamente accettato da tutti.

Ora Legale. Invenzione di B. Franklin. Prima volta in vigore in Italia nel 1916. Poi definitivamente con regolarità dal 1966.

anno-bisestile

ANNO BISESTILE

Siamo fatti di acque e di tempo. Evaporiamo con lentezza: 365 giorni all’anno. Ma con l’errore di un giorno. L’anno bisestile aggiusta l’errore. Rimuove l’imperfezione di quel giorno. Risarcisce lo sbaglio di quelle 5 ore, 48 minuti, 46 secondi che il calcolo degli uomini cancella per quattro anni di seguito. L’anno bisestile rimette le lancette dell’anno al loro posto tra il sole, la luna, il capriccio di molti dei e la matematica degli uomini. Inventa il 366° giorno. Lo infila in coda al mese più corto. Lo nomina 29 febbraio, il giorno che qualche volta c’è.

Quel giorno in più sarà la nostra finestra sul tempo. L’eccezione che svela la trama dei nostri calendari che da molte migliaia di anni provano a misurarlo, descriverlo, piegarlo, senza mai scalfire il mistero della sua sostanza. Perché cosa sia il tempo ancora nessuno lo ha scoperto – “Se non me lo chiedo so cos’è, ma se me lo chiedo non lo so”, scriveva Sant’Agostino – sebbene ci imprigioni dal primo all’ultimo istante, onda lentissima nel vuoto, fiume tra le sponde buie dello spazio. Inafferrabile. Ma calcolabile nei suoi segmenti ricorrenti. Maneggiabile nelle sue forme ridotte che ci danzano intorno. Al ritmo di un anno alla volta, di un mese, di un giorno. Un anno ogni quattro stagioni intorno al sole. Un mese ogni quattro lune intorno alla Terra. Un giorno, ogni sole che tramonta, e che poi risorge, intorno all’uomo.

Superstizioni dicono che quel giorno in più, il giorno bisestile, sia nefasto. Che l’intero anno porti male, come tutte le anomalie in natura. Ma nulla di memorabile e di nero ha mai confermato il sospetto. Come se la stravaganza di un numero non fosse convenzione umana, artificio contabile d’inchiostro ma il segno del destino. In verità il male, anche quello catastrofico delle profezie, si è sempre equamente distribuito sulla superficie dei giorni.

Dai tempi imprecisi del primo calendario conosciuto, l’osso d’aquila ritrovato presso il villaggio di Le Placard, vecchio di 13.000 anni, dove l’uomo neolitico, di un clan probabilmente nomade, ha inciso le tacche delle fasi lunari. È la luna, con le sue notti periodiche, la falce che diventa piena e poi scompare, il modo più immediato e perciò più antico, di calcolare il misterioso flusso del tempo. La scienza nasce da quei calcoli.

E tutti gli dei si ergono da quelle immense ricorrenze di stelle all’orizzonte e di costellazioni che sorgono e scompaiono secondo un disegno sconosciuto, ma incontrovertibile, come fa il destino quando si svela. Per i popoli nomadi la notte è la prima tavola su cui contare il tempo. Per le comunità stanziali lo è il sole che fa germogliare i campi oppure li rende sterili. Gli egizi, nei loro calendari aggiungono le inondazioni del Nilo. Gli Aztechi, il fuoco dei vulcani.

Per tutti il tempo è una freccia che viaggia in una sola direzione, dal seme, al frutto, alla polvere. Il passato non torna, se non nei sogni e nella nostalgia. Il presente ci scappa come la sabbia tra le dita. Il futuro è incalcolabile nonostante i numeri, nonostante la scrittura, nonostante la fede che ci promette un aldilà perpetuo, capace di sconfiggere il tempo, l’eternità della morte.

Il tempo è la nostra lotta perpetua. Non per nulla la fibra dei nostri calendari viene dal più grande condottiero romano, Giulio Cesare, che conquistò il mondo conosciuto, e poi da un papa guerriero, Gregorio XIII, anno 1582, che masticava bacche di ginepro, faceva strage di Ugonotti, soffriva di insonnia, “teneva in gran parsimonia il tempo, di tutte le cose la più preziosa”.

L’anno solare era già la misura della vita degli uomini e di tutte le cose. Diviso in dieci mesi fino a Tito Livio. Diviso in 365 giorni, ma con quella imperfezione di quasi sei ore che Sosigene, l’astronomo, calcolò di aggiustare una volta ogni quattro anni. Infilando quel giorno in più tra il 23 e il 24 febbraio, chiamandolo “bis sexto antes kalenda martias”, due volte il sesto giorno prima del primo marzo. Giorno bisesto, per l’appunto. Cesare promulga il tempo nuovo. Il calendario diventa “Giuliano”. In suo onore si nomina il settimo mese. E per suo volere il Capodanno si sposta al primo giorno di gennaio.

Tre secoli dopo, Costantino, che si proclama imperatore per volontà di Dio e che alla spada romana affianca la croce, introduce la settimana, dedicando la domenica alla preghiera, ma non ancora al riposo. La preghiera si avvera. La Chiesa romana si impadronisce del tempo. Fissa al 6 gennaio la nascita di Gesù. Poi la retrocede al giorno sacro del culto di Mitra, la festa del sole, che in tutto l’impero cade il 25 dicembre. Inglobandola la cancella per sostituirla col Natale.

Inizia da quella nascita la numerazione del tempo. Il matematico Dionigi nomina Uno quell’anno, non conoscendo lo Zero. Tutte le festività diventano cristiane. Ma l’imperfezione dei calcoli resta umana. Come lo sono le conseguenze dell’errore, undici minuti non contabilizzati ogni anno. Per questo Gregorio XIII, padrone del suo tempo, consulta i più grandi matematici, i signori di tutti i calendari, confronta le misurazioni astronomiche, accerta lo scarto accumulato che fa cadere l’equinozio di primavera non più il 21, ma l’11 marzo, in anticipo di dieci giorni. Con danni al calendario della fede che fissa la Pasqua dopo l’ultimo novilunio e non ammette deroghe.

calendarium-gregorianum

Per questo Gregorio elabora una decisione spettacolare. Nel memorabile anno 1582, il papa impugna lo scettro del tempo e con la bolla Inter gravissimas cancella dieci giorni dal calendario. In una sola notte il mondo cristiano passa dal 4 al 15 ottobre.

Propagando stupori, genuflessioni e proteste. Contadini chiedono il risarcimento di quelle ore non vissute, di quei semi non piantati. Le banche non sanno come conteggiare gli interessi sui prestiti. Debitori rifiutano di onorare le scadenze cancellate.

I fedeli temono che scompaginando i giorni del calendario, preghiere destinate ad altri santi finiscano inascoltate. A Francoforte scoppiano tumulti. E nelle Fiandre si litiga fino al successivo dicembre, quando la bolla papale viene accolta, e il tempo passa dal 21 al 31 dicembre, cancellando per quella volta il Natale. In quattro secoli quel calendario diventa universale. Entra in vigore in Inghilterra nel 1752. In Russia nel 1918. Nella Grecia ortodossa nel 1932. In Cina si affianca ai suoi anni zoologici. La persistenza d’altri conteggi – quelli ebraici, islamici, buddisti – consente l’equivalenza degli anni, senza smentire la scansione dei mesi e dei giorni. Si inceppa nella sola Francia di Robespierre e Danton che polverizza la Bastiglia, si impadronisce dello spazio con ilcalcolo decimale, promette di governare gli uomini in nome di un’era nuova. E perciò anche di un nuovo calendario, affinché il trionfo sia completo, come da allora in avanti faranno altre rivoluzioni, celebrando i giorni della vittoria, prima di insanguinarli.

Il calendario Gregoriano ha unificato il tempo. Introdotto la data. Reso pensabile l’ordine cronologico degli eventi. Lineare. Fino a certe soglie del nostro Novecento, quando il romanzo e la psicoanalisi hanno scoperto che il tempo interiore degli uomini non è affatto unico, ma scorre tra il cuore e la memoria a velocità sempre differenti. Fino a certi calcoli della nuova fisica che lo ha reso infinitamente esatto, secondo le oscillazioni atomiche del cesio, ma ne ha messo in discussione la durata eterna, perché non esisteva un attimo prima del bing bang e prima o poi smetterà di esistere. Sempre che il prima e il poi abbiano ancora un senso.

Dicono i matematici dei nuovi calcoli che l’anno gregoriano sia in eccesso di tre millesimi di giorno. E che tra tremila anni ci troveremo con un giorno di troppo, obbligati a ordinare un nuovo anno bisestile alle nostre imperfette procedure. Fatevi un appunto per quel giorno.

Qual è il tempo dell’uomo? Qohèlet vede la vita come qualcosa che si dibatte tra il sorriso e le lacrime, tra il lutto e la danza. Nel 7, 2 – 4) “Meglio visitare una casa in lutto che visitare una casa in festa perché è a quello che approda l’uomo”. E poi: “Il cuore dei sapienti è una casa in lutto, il cuore degli stupidi è una casa in festa”. Contiene le riflessioni disincantate sulla esistenza umana annotate, senz’ordine e sistematicità, da un saggio vissuto verso la fine del III secolo a.C.

In un piccolo tempio di Apollo, nelle sue pareti era posta un’iscrizione oracolare: “Vi sono tempi della vita; a che vanamente, uomo sei ansioso?”. L’agiografo dell’Ecclesiaste che conosce bene la vita ha due vocaboli per distinguere la “stagione” e il “tempo” che schiacciano i giorni dell’uomo. Sono due termini temporali precisi che in traduzione perdono molta efficacia. Egli sceglie “zeman”, ovvero un vocabolo aramaizzante di origine persiana che è il numero di durata, la stagione, l’epoca, se si vuole “l’ora in cui viviamo”. Rappresenta l’aspetto cronologico del tempo (non a caso la versione greca dei Settanta l’ha resa chronos). Decisamente diverso invece, è il secondo termine ‘et, che indica l’occasione favorevole, il tempo opportuno, se si vuole l’attimo fuggente da cogliere (per questo in greco i Settanta lo resero con kairós). C’è quindi un contenitore che suona zeman in cui si agitano tempi ‘et diversi. Se qualcuno ha il coraggio di meditare seriamente sul tempo che si dissolve, senza spaventarsi, senza inutili rincorse, può anche immaginare quella piccola parola circondata, assalita da “atti concreti”.

“Che valore ha tutto ciò che si fa con fatica?”. Che senso hanno le azioni umane? Non c’è risposta per l’autore biblico. O almeno non c’è una risposta credibile.

sapienza

Il tempo se ne va, ci avvolge, ci consente di compiere infinite cose, ci illude e ci fa piangere, ci induce a compiere azioni che si contraddicono (la vera logica di Qohèlet è la constatazione dell’incoerenza che domina ogni vita). Non riusciamo a fermarlo, nemmeno a capire qual è il motivo che ci spinge a tormentarci, a chiederci i perché, a dibatterci: ma non ci è possibile afferrare il senso, lo jitrôn (senso – valore) di tutto questo. La sapienza per Qohèlet è la vera sconfitta dei tanti sforzi dell’uomo. “Mangiare – bere –godere”, i tre verbi che fanno da rifugio alla tempesta sollevata dalle domande dell’inclemente agiografo, non sono la soluzione ma una sorta di anestetico per passare meglio attraverso la danza dei giorni. “Né di un sapiente né di un idiota avrà memoria il tempo”.

Marco Aurelio scrive nei Ricordi: ”Sempre su per giù troverai le medesime cose, di cui sono piene le antiche storie, le medie e le recenti, di cui sono piene le città e le cose, nulla di nuovo, sono sempre le solite ed effimere cose”.

Agostino nel XI libro delle Confessioni: “Posso affermare con sicurezza di sapere che se nulla passasse, non esisterebbe un passato; se nulla sopraggiungesse, non vi sarebbe un futuro; se nulla esistesse, non vi sarebbe un presente”.

Nella Fisica Aristotele da la sua definizione del tempo: “Tempo è il numero del movimento secondo il prima e il poi”.

Il tempo svuota a poco a poco le certezze che accumuliamo. Nel “Papiro Harris 500” un ignoto egizio si lamenta del terribile divoratore che è il tempo, qualche migliaio di anni fa: “Passa un giorno felice, e non stancartene, guarda, non esiste chi sia venuto indietro”.

E con altro tono la medesima cadenza si scopre nel poema epico indiano “Ràmàyana: ”Si rallegrano gli uomini vedendo avvicinarsi una nuova stagione, come se una cosa nuova dovesse sopraggiungere; col volgere delle stagioni si consumano la vita dei viventi”. Sicuramente dei buoni autori possono lenire, con le loro opere, la sofferenza dei giorni, possono aiutarci a combattere la nostra battaglia con il tempo. Molti scrittori hanno fatto a gara nel maledire la vita e, di conseguenza il tempo. Non ci si vuole arrendere ai giorni che se ne vanno. Baudelaire scrisse ne: “Lo spleen di Parigi: “Per non essere gli straziati martiri del tempo, ubriacatevi senza posa! Di vino, di poesia o di virtù: come vi pare!”. Ci invita a ubriacarci per sopportare il tempo. Abbiamo inventato una serie di marchingegni sempre più complessi e con un solo scopo: ipnotizzare i sensori della nostra vita perché non vedano quello che ci attende. Ci divertiamo, ci ubriachiamo, amiamo, ci arricchiamo, cerchiamo gloria e potere, ogni tanto anche l’immortalità: ma tutti questi verbi ben declinati sono soltanto un anestetico che utilizziamo per trascorrere i giorni. Ma la battaglia di ogni esistenza contro il tempo passa per questa via. Dobbiamo illuderci per non disperarci. L’orologio della nostra vita comincia a ritmare i secondi dopo il primo vagito e ha già un’ora fissata. Per uscire da questa cupezza c’è la fede, la religione. La fede in Dio non è semplicemente un anestetico per vivere, ma una ragione di vita; non è una delle tante illusioni, ma è un investimento. Pascal disse: ”Se Dio c’è guadagni tutto, se non c’è hai comunque vissuto bene e con speranza”. Voleva probabilmente offrire un’assicurazione sulla vita a ogni uomo e non un illusione. L’illusione ci addormenta momentaneamente ed è uno sciupio di tempo, mentre la religione rende sereni.

Il tempo è una truffa ai danni della vita. L’uomo è gabbato dal tempo e non può ricambiargli l’offesa. La deve subire e ci si deve difendere. Inutile anche lodare il passato, piangere il presente e temere l’avvenire, perché questi atteggiamenti sono un’altra occupazione che fa perdere tempo. Cechov: “Là dove noi non siamo si sta bene”. Marziale nei suoi Epigrammi: “Ammiri solo gli antichi, Vacerra, e lodi i poeti solo se sono già morti. Scusami, Vacerra, ma non vale la pena, che io, per piacerti, muoia”. Aveva ragione Proust nel sostenere che i veri paradisi degli uomini sono quelli che si sono perduti.

vecchio-bambino

Quando si acquistano prodotti di bellezza si acquistano solo apparentemente tali prodotti, in realtà si compera un po’ di bellezza, ovvero si cerca un sottile compromesso con il tempo. Si cerca semplicemente di trattenere tutti i possibili attimi fuggenti. Ogni boccetta, ogni crema, promette di ingannare leggermente il tempo. Tutti cerchiamo di scendere a patti con il tempo, di averne per noi una parte maggiore di quella assegnataci.

Comprendere il tempo è anche viverlo. Chi non ha mai tempo è povero come chi non ha denaro. Viviamo con premura ogni cosa ed è come se non vivessimo alcunché. Accelerare troppo il tempo di una vita è come se si ordinasse a un’orchestra di suonare tutto il brano in pochi secondi: alla fine il motivo principale dell’opera si trasformerebbe in un orribile grugnito.

L’unica verità è che il tempo non sappiamo esattamente cosa sia, ma c’è. Noi possiamo anche non occuparci di lui, è certo però che lui si occuperà di noi. Non va cercato nei calendari, né conviene guardare troppo a lungo nell’universo, perché il tempo è in noi. Pulsa con il cuore.

Non bisogna dare ascolto a chi vuole organizzarci il tempo da spendere, quello cosiddetto “libero”, cosi come è bene stare alla larga da quei puritani che vogliono trovare senso in ogni cosa che fanno. Il tempo è come l’aria, respiriamolo.

“Che cos’è il tempo? Se nessuno me lo chiede, lo so; se voglio spiegarlo a chi me lo chiede, non lo so più”. (Sant’Agostino “Le Confessioni”)

220px-Metronomes_101

Metronomi – elettronico e meccanico

Il tempo è la dimensione nella quale si concepisce e si misura il trascorrere degli eventi. Tutti gli eventi possono essere descritti in un tempo che può essere passato, presente o futuro. La complessità del concetto è da sempre oggetto di studi e riflessioni filosofiche e scientifiche da parte dell’uomo.

TEMPO E CAMBIAMENTO

Dalla nascita dell’universo, presumibilmente e secondo la conoscenza umana, inizia il trascorrere del tempo. I cambiamenti materiali e spaziali regolati dalla chimica e dalla fisica determinano, secondo l’osservazione, il corso del tempo. Tutto ciò che si muove e si trasforma è così descritto, oltre che chimicamente e fisicamente, anche a livello temporale. Alcuni esempi tra i più immediati della correlazione tra tempo e moto sono la rotazione della Terra attorno al proprio asse, che determina la distinzione tra il giorno e la notte, ed il suo percorso ellissoidale intorno al Sole (la cosiddetta rivoluzione), che determina le variazioni stagionali.

Il dato certo dell’esperienza è che tutto ciò che interessi i nostri sensi è materia, ovvero trasformazione di materia, visto che tutti gli oggetti materiali si modificano. Alcuni impiegano tempi brevi, altri in modo lento; ma tutti sono destinati a trasformarsi. La materia è, e (contestualmente) diviene (ossia assume altra forma). L’ovvietà di questa asserzione non tragga in inganno: essa sottende una contraddizione, perché l’essere di un oggetto è certificato dalla sua identità (nel tempo), ovvero dal suo permanente esistere; il divenire, invece, presuppone la trasformazione, ovvero la diversità (della forma), per cui impone un “prima” e un “dopo”, vale a dire un (intervallo di) “tempo”. Il tempo “origina” dalla trasformazione della materia. La percezione del “tempo” è la presa di coscienza che la realtà di cui siamo parte si è materialmente modificata. Se osservo una formica che si muove, la diversità delle posizioni assunte certifica che è trascorso un “intervallo di tempo”. Si evidenzia “intervallo” a significare che il tempo è sempre una “durata” (unico sinonimo di tempo), ha un inizio ed una fine.

cartelli

DISTANZE MISURABILI CON IL TEMPO

Nel linguaggio d tutti i giorni spesso si usa il tempo come misuratore di distanze, per indicare la durata di un percorso i (come ad esempio: “mezz’ora d’automobile”, “un giorno di viaggio”, “10 minuti di cammino”). Dato che la velocità è uguale a spazio percorso diviso l’intervallo di tempo impiegato a percorrere quello spazio, si può fare un’inferenza implicita sulla velocità media tenuta dal corpo in movimento. Si valorizza così in modo approssimato la distanza a livello temporale, in relazione al fatto che lo spazio percorso può essere espresso come la velocità media (all’incirca nota), moltiplicata per l’intervallo di tempo interessato.

Tecnicamente, però, espressioni come “un anno luce” non esprimono un intervallo di tempo, ma una distanza avendone nota la velocità: infatti più precisamente l’anno luce si può esprimere come “la distanza percorsa dalla luce in un anno”, conoscendone esattamente la velocità (appunto la Velocità della luce). In questi casi particolari, una locuzione contenente riferimenti al tempo indica quasi sempre distanze precise nello spazio, al punto da assurgere al ruolo di unità di misura.

LA MISURA DEL TEMPO

L’unità di misura standard del Sistema Internazionale è il secondo. In base ad esso sono definite misure più ampie come il minuto, l’ora, il giorno, la settimana, il mese, l’anno, il lustro, il decennio, il secolo ed il millennio. Il tempo può essere misurato, esattamente come le altre dimensioni fisiche. Gli strumenti per la misurazione del tempo sono chiamati orologi. Gli orologi molto accurati vengono detti cronometri. I migliori orologi disponibili (al 2010) sono gli orologi atomici.

220px-Atomicclock

Orologio atomico

Esistono svariate scale temporali continue di utilizzo corrente: il tempo universale, il tempo atomico internazionale (TAI), che è la base per le altre scale, il tempo coordinato universale (UTC), che è lo standard per l’orario civile, il Tempo Terrestre (TT), ecc. L’umanità ha inventato i calendari per tenere traccia del passaggio di giorni, settimane, mesi e anni.

campana

 

  • 60 secondi = 1 minuto (mn)
  • 60 minuti = 1 ora (h)
  • 24 ore = 1 giorno
  • 7 giorni = 1 settimana
  • 10 giorni = 1 decade
  • 30 giorni = 1 mese (in media)
  • 12 mesi = 1 anno
  • 365 giorni ¼ = 1 anno
  • 5 anni = 1 lustro
  • 10 anni = 1 decennio
  • 100 anni = 1 secolo
  • 1000 anni = 1 millennio

 

  • 1 = anno
  • 12 = mesi
  • 52 = settimane
  • 365 = giorni
  • 8.760 = ore
  • 525.600 = minuti
  • 31.536.000 = secondi

 

  • 1 giorno solare medio = 24 h 3 min 56,555 sec.
  • 1 giorno siderale = 23 h 56 min 4,091 sec.
  • 1 giorno solare tropicale o equinoziale = 365,2422 giorni o 365 giorni 5h 48 min. 46 sec.
  • 1 anno siderale = 365,2564 giorni o 365 giorni 6h 9 min. 9,5 sec.
  • 1 mese lunare = 29,5306 giorni
  • 1 mese siderale = 27,3217 giorni
  • 1 anno lunare = 354 giorni o 12 mesi lunari

I Giorni della Settimana

  • Lunedì – Lunae dies – giorno della Luna
  • Martedì – Martis dies – giorno di Marte
  • Mercoledì – Mercurii dies – giorno di Mercurio
  • Giovedì – Jovis dies- – giorno di Giove
  • Venerdì – Veneris dies – giorno di Venere
  • Sabato – dall’ebraico Shabbat – giorno di riposo
  • Domenica – Dies Dominica – giorno del Signore

I Mesi dell’Anno

  • Gennaio – Juanuaris – Giano dio romano delle porte
  • Febbraio – Februaris – Februs periodo di purificazione
  • Marzo – Marte – Dio romano della guerra
  • Aprile – Aprilis – Aprire
  • Maggio – Majus Mensis – Maia dea della primavera
  • Giugno – Junius – Giunone dea del matrimonio
  • Luglio – Julius – Cesare
  • Agosto – Augustus – I° imperatore romano
  • Settembre – Septem – Settimo mese del calendario latino
  • Ottobre – Octo – Ottavo mese del calendario latino
  • Novembre – Novem – Nono mese del calendario latino
  • Dicembre – Decem – Decimo mese del calendario latino

IL TEMPO NELL’INGEGNERIA E NELLA FISICA APPLICATA

In fisica, il tempo è definito come distanza tra gli eventi calcolata nelle coordinate spaziotemporali quadridimensionali. La relatività speciale mostrò che il tempo non può essere compreso se non come una parte del cronotopo (altra parola per definire lo spaziotempo, una combinazione di spazio e tempo). La distanza tra gli eventi dipende dalla velocità relativa dell’osservatore rispetto ad essi. La Relatività Generale modificò ulteriormente la nozione di tempo introducendo l’idea di uno spazio-tempo capace di curvarsi in presenza di campi gravitazionali. Un’importante unità di misura del tempo in fisica teorica è il tempo di Planck.

CONCETTO DI TEMPO IN GEOLOGIA

Il concetto di tempo in geologia è un argomento complesso in quanto non è quasi mai possibile determinare l’età esatta di un corpo geologico o di un fossile. Molto spesso le età sono relative (prima di…, dopo la comparsa di…) o presentano un margine di incertezza, che cresce con l’aumentare dell’età dell’oggetto. Sin dagli albori della geologia e della paleontologia si è preferito organizzare il tempo in funzione degli organismi che hanno popolato la Terra durante la sua storia: il tempo geologico ha pertanto struttura gerarchica e la gerarchia rappresenta l’entità del cambiamento nel contenuto fossilifero tra un’età e la successiva.

geologia

Solo nella seconda metà del XX secolo, con la comprensione dei meccanismi che regolano la radioattività, si è iniziato a determinare fisicamente l’età delle rocce. La precisione massima ottenibile non potrà mai scendere al di sotto di un certo limite in quanto i processi di decadimento atomico sono processi stocastici e legati al numero di atomi radioattivi presenti all’interno della roccia nel momento della sua formazione. Le migliori datazioni possibili si attestano sull’ordine delle centinaia di migliaia di anni per le rocce con le più antiche testimonianze di vita (nel Precambriano) mentre possono arrivare a precisioni dell’ordine di qualche mese per rocce molto recenti. Un’ulteriore complicazione è legata al fatto che molto spesso si confonde il tempo geologico con le rocce che lo rappresentano. Il tempo geologico è un’astrazione, mentre la successione degli eventi registrata nelle rocce ne rappresenta la reale manifestazione. Esistono pertanto due scale per rappresentare il tempo geologico, la prima è la scala geocronologica, la seconda è la scala cronostratigrafica. In prima approssimazione comunque, le due scale coincidono e sono intercambiabili.

IL TEMPO NELLA FILOSOFIA E NELLA FISICA

CONCETTI E PARADOSSI NELL’ANTICHITA’ CLASSICA

I paradossi di Zenone (che molti secoli dopo sarebbero stati di aiuto nello sviluppo del calcolo infinitesimale) sfidavano in modo provocatorio la nozione comune di tempo. Il paradosso più celebre è quello di Achille e la tartaruga: secondo il suo ragionamento, attenendosi strettamente alle regole logiche, l’eroe greco (detto “pié veloce” in quanto secondo la mitologia greca era “il più veloce tra i mortali”) non raggiungerebbe mai una tartaruga. L’esempio è molto semplice: supponiamo che inizialmente Achille e la tartaruga siano separati da una distanza x e che la velocità dell’eroe corrisponda a 10 volte quella dell’animale. Achille comincia a correre fino a raggiungere il punto x dove si trovava la tartaruga ma essa, nel frattempo, avrà percorso una distanza uguale a 1/10 di x. Achille prosegue e raggiunge il punto “x + 1/10 di x” mentre la tartaruga ha il tempo di compiere una distanza di 1/100 di x (1/10 di 1/10 di x), distanziando nuovamente l’inseguitore. Continuando all’infinito Achille riuscirà ad avvicinarsi sempre di più all’animale il quale però continuerà ad avere un sempre più piccolo ma comunque sempre presente distacco. La paradossale conclusione di Zenone era: Achille non raggiungerà mai la tartaruga.

paradosso-zenone

Secondo il maestro di Zenone, Parmenide, la vera essenza della realtà è eterna (in cui coesistono presente, passato e futuro). Quindi il mutamento e lo spostamento sarebbero solo mere illusioni degli esseri umani.

Anche Platone è stato influenzato da questa concezione. Secondo la sua celebre definizione il tempo è “l’immagine mobile dell’eternità”. Per Aristotele, invece, è la misura del movimento secondo il “prima” e il “poi”, per cui lo spazio è strettamente necessario per definire il tempo. Solo Dio è motore immobile, eterno ed immateriale.

Secondo S. Agostino il tempo è stato creato da Dio assieme all’Universo, ma la sua natura resta profondamente misteriosa, tanto che il filosofo, vissuto tra il IV e il V secolo d.C., afferma ironicamente: “Se non mi chiedono cosa sia il tempo lo so, ma se me lo chiedono non lo so”. Tuttavia S. Agostino critica una concezione del tempo aristotelica inteso come misura del moto (degli astri): nelle “Confessioni” afferma che il tempo è “distensione dell’animo” ed è riconducibile a una percezione propria del soggetto che, pur vivendo solo nel presente (con l’attenzione), ha coscienza del passato grazie alla memoria e del futuro in virtù dell’attesa.

L’epoca moderna: il dibattito tra tempo assoluto e tempo illusorio

Il tempo è stato considerato in vari modi nel corso della storia del pensiero, ma le definizioni di Platone ed Aristotele sono state di riferimento per moltissimi secoli (magari criticate o reinterpretate in senso cristiano), fino a giungere alla rivoluzione scientifica. Di questo periodo è fondamentale la definizione di Isaac Newton (1642-1727), secondo il quale il tempo (al pari dello spazio) è “sensorium Dei” (senso di Dio) e scorrerebbe immutabile, sempre uguale a se stesso (una concezione analoga è presente nelle opere di Galileo Galilei). Degna di nota è la contesa tra Newton e Leibniz, che riguardava la questione del tempo assoluto: mentre il primo credeva che il tempo fosse, analogamente allo spazio, un contenitore di eventi, il secondo riteneva che esso, come lo spazio, fosse un apparato concettuale che descriveva le interrelazioni tra gli eventi stessi. John Ellis McTaggart credeva, dal canto suo, che il tempo e il cambiamento fossero semplici illusioni.

Dal tempo soggettivo alla teoria della relatività

È stato il filosofo tedesco Immanuel Kant a cambiare radicalmente questo modo di vedere, grazie alla sua cosiddetta nuova “rivoluzione copernicana”, secondo la quale al centro della filosofia non si deve porre l’oggetto ma il soggetto: il tempo diviene allora, assieme allo spazio, una “forma a priori della sensibilità”. In sostanza se gli esseri umani non fossero capaci di avvertire lo scorrere del tempo non sarebbero neanche capaci di percepire il mondo sensibile e i suoi oggetti che, anche se sono inconoscibili in sé, sono collocati nello spazio. Quest’ultimo è definito come “senso esterno”, mentre il tempo è considerato un “senso interno”: in ultima analisi tutto ciò che esiste nel mondo fisico viene percepito e ordinato attraverso le strutture a priori del soggetto e ciò che, in prima battuta, viene collocato nello spazio viene poi ordinato temporalmente (come dimostra la nostra memoria).

Un altro grande progresso del pensiero è stato la formulazione della teoria della relatività (“ristretta” nel 1905 e “generale” nel 1916) di Einstein, secondo la quale il tempo non è assoluto, ma dipende dalla velocità (quella della luce è una costante universale: c = circa 299.792,458 km al secondo) e dal riferimento spaziale che si prende in considerazione. Secondo Einstein è più corretto parlare di spaziotempo, perché i due aspetti (cronologico e spaziale) sono inscindibilmente correlati tra loro; esso viene modificato dai campi gravitazionali, che sono capaci di deflettere la luce e di rallentare il tempo (teoria della relatività generale).

Secondo la relatività ristretta il tempo di un osservatore è uguale a quello di un altro osservatore solo se viene moltiplicato per un certo fattore che dipende dalla velocità relativa dei due osservatori. Se noi rimanessimo sulla Terra e potessimo vedere un razzo che viaggia velocissimo nello spazio osserveremmo che il suo equipaggio si muove al rallentatore.

Più ci si muove velocemente più il tempo rallenta – (teoria della relatività di A. Einstein).

relativita

La teoria della relatività genera quindi in merito al tempo anche dei paradossi apparenti. Uno dei più noti è il cosiddetto paradosso dei gemelli. La premessa del paradosso è che esistano due gemelli, di cui uno parte per un viaggio interstellare con un’astronave capace di andare a una velocità prossima a quella della luce, mentre l’altro rimane sulla Terra. Secondo le naturali conseguenze della relatività, il primo gemello, al suo ritorno sulla Terra, sarà più giovane del fratello gemello rimasto. Tuttavia, secondo la stessa relatività tutti i sistemi di riferimento sottoposti ad uguale moto (e quindi privi di accelerazioni e di cambiamenti di direzione) sono uguali tra di loro. Secondo il sistema di riferimento del gemello partito con l’astronave è stata la Terra a muoversi ad una velocità prossima a quella della luce, e quindi secondo il gemello-astronauta, in maniera del tutto legittima, dovrebbe risultare più giovane il gemello rimasto sulla Terra. Il paradosso consiste quindi in questo: Qual è il gemello più giovane? o, in altre parole, per quale dei due è passato meno tempo?

Esso si risolve considerando i cambiamenti di moto che il gemello sull’astronave ha fatto e che la Terra (verosimilmente) non ha seguito: ha accelerato durante la partenza, ha “fatto retromarcia” per tornare sulla Terra dopo aver raggiunto la sua meta, magari quando l’aveva raggiunta si è fermato, e ha decelerato per riuscire a fermarsi nelle vicinanze della Terra o dell’altra destinazione. Avendo fatto tutti questi movimenti “in più”, ne consegue, relativisticamente parlando, che è il gemello sull’astronave il più giovane. Premesso questo, quanti saranno gli anni di differenza tra i due è possibile calcolarlo grazie alle formule della relatività, ma l’aspetto più interessante è che si possa viaggiare nel futuro, almeno teoricamente (questo pone dei problemi al concetto di libero arbitrio). La teoria della relatività, tra l’altro, cambia radicalmente la nozione di simultaneità (due eventi possono avvenire contemporaneamente per un osservatore ma non per un altro), ma anche di lunghezza (un metro si accorcia più si avvicina alla velocità della luce, ma solo se confrontato con un altro metro rimasto, ad esempio, sulla Terra). Anche il concetto di causalità viene in parte modificato, dato che un certo segnale – che per Einstein non può mai viaggiare più velocemente della luce – deve avere il tempo di andare da un punto a un altro perché possa influenzare l’altro. Recentemente nell’ambito della Teoria dei Sistemi di Riferimento è stato introdotto il concetto di tempo inerziale che consente di superare i paradossi summenzionati e di pervenire anche a una nuova definizione di simultaneità.

SIMULTANEITA’ E CASUALITA’

Eventi distinti tra loro possono essere simultanei oppure distanziarsi in proporzione a un certo numero di cicli di un determinato fenomeno, per cui è possibile quantificare in che misura un certo evento avvenga dopo un altro. Il tempo misurabile che separa i due eventi corrisponde all’ammontare dei cicli intercorsi. Convenzionalmente tali cicli si considerano per definizione periodici entro un limite di errore sperimentale. Tale errore sarà percentualmente più piccolo quanto più preciso sarà lo strumento (orologio) che compie la misura. Nel corso della storia dell’uomo gli orologi sono passati dalla scala astronomica (moti del Sole, della Terra) a quella quantistica (orologi atomici) raggiungendo progressivamente precisioni crescenti.

Uno dei modi di definire il concetto di dopo è basato sull’assunzione della causalità. Il lavoro compiuto dall’umanità per incrementare la comprensione della natura e della misurazione del tempo, con la creazione e il miglioramento dei calendari e degli orologi, è stato uno dei principali motori della scoperta scientifica.

Ulteriori sviluppi: il tempo come percezione, l’intangibilità

Einstein ebbe alcune discussioni sul tempo con grandi pensatori della sua epoca, tra cui il filosofo francese Henri Bergson, che attribuisce grande importanza agli stati di coscienza piuttosto che al tempo spazializzato della fisica (si veda “Durata e simultaneità” del 1922). Per Bergson il tempo concretamente vissuto è una durata “reale” a cui lo stato psichico presente conserva da un lato il processo da cui proviene (attraverso la memoria), ma naturalmente costituisce anche qualcosa di nuovo. Dunque non c’è soluzione di continuità tra gli stati della coscienza: esiste una continua evoluzione, un movimento vissuto che la scienza non può spiegare pienamente con i suoi concetti astratti e rigidi, nonostante il riconoscimento dei suoi grandi progressi.

L’ingegnere J. W. Dunne sviluppò una teoria del tempo dove considerava la nostra percezione del tempo similarmente alle note suonate su un piano. Avendo avuto un numero di sogni premonitori, decise di tenere traccia dei suoi sogni e trovò che contenevano eventi passati e futuri in quantità equivalenti. Da questo concluse che nei sogni riusciamo a sfuggire al tempo lineare. Ci si possono porre quindi le seguenti domande:

  • “Che cos’è il tempo?”
  • “Come si definisce una unità di misura per esso (il tempo) prescindendo dalle conoscenze late della comune opinione?”

È nel tentativo di dare una risposta rigorosa a queste domande che ci si accorge delle difficoltà e dei pregiudizi. L’unico modo convincente di rispondere alla domanda “che cos’è il tempo” è forse quello operativo, dal punto di vista strettamente fisico-sperimentale: “il tempo è ciò che si misura con degli strumenti adatti”.

Se si segue coerentemente sino in fondo questa definizione, si constata facilmente che tutti gli strumenti di misura del tempo (“orologi”) si basano sul confronto (e conseguente conteggio) tra un movimento nello spazio (ad esempio la rotazione o la rivoluzione terrestre) e un altro movimento “campione” (meccanico, idraulico, elettronico), con sufficienti caratteristiche di precisione e riproducibilità.

Può essere interessante anche notare che il campione di movimento deve essere sempre un moto accelerato (rotazione, oscillazione lineare o rotatoria), mentre non è campione idoneo il moto rettilineo uniforme.

Altrettanto importante è notare che il metodo di confronto del movimento con il campione si fonda necessariamente sulla trasmissione di segnali elettromagnetici (es. luminosi, ma non solo), le cui proprietà influiscono quindi direttamente sul risultato della misura: da ciò conseguono in modo quasi ovvio le formulazioni della interdipendenza tra coordinate spaziali, asse temporale e velocità della luce espresse della relatività ristretta.

In base a queste osservazioni, data la totale sovrapponibilità degli effetti operativi, si potrebbe addirittura assumere direttamente quale definizione del tempo, in fisica, l’identità con il movimento stesso. In questo senso, l’intero Universo in evoluzione si può considerare il vero fondamento della definizione di tempo; si noti l’importanza essenziale della specifica “in evoluzione”, ossia in movimento vario, accelerato: senza movimento, senza variazione anche il tempo scompare!

Questa è anche la tesi dell’ingegnere Henri Salles, che nel suo libro Does time exist? – an energetic implementation of motion dimostra che è possibile fare a meno del concetto di tempo per spiegare il movimento. Salles implementa un modello fisico della realtà basato unicamente sui concetti di spazio e di energia e mette in luce la mancanza di coerenza della fisica tradizionale che scade, secondo lui, nella speculazione matematica laddove costruisce teorie partendo da concetti non fondamentali perché non tangibili (come appunto sarebbe quello di tempo). Un evidente esempio di contraddizioni, eliminabili con la definizione di tempo come movimento, sono le questioni del significato del tempo negativo e della possibilità di tornare indietro nel tempo.

TEMPO QUANTIZZATO

Il tempo quantizzato è un concetto sviluppato a livello teorico. Il tempo di Planck è il tempo che impiega un fotone che viaggia alla velocità della luce per percorrere una distanza pari alla lunghezza di Planck. Il tempo di Planck (~ 5,4 × 10−44 s) è la più piccola quantità di tempo tecnicamente misurabile, nonché potrebbe essere la più piccola quantità ad avere un significato fisico nell’effettivo caso di tempo parcellizzato.

LA PERCEZIONE DEL TEMPO

A volte si percepisce il passare del tempo come più rapido (“il tempo vola”), significando che la durata appare inferiore a quanto è in realtà; al contrario accade anche di percepire il passare del tempo come più lento (“non finisce mai”). Il primo caso viene associato a situazioni piacevoli, o di grande occupazione, mentre il secondo si applica a situazioni meno interessanti o di attesa (noia). Inoltre sembra che il tempo passi più in fretta quando si dorme. Il problema della percezione del tempo si trova in stretta correlazione con i problemi relativi al funzionamento ed alla fisiologia del cervello.

La percezione del tempo nelle diverse culture

Il tempo, così come lo spazio, è una categoria a priori ma non per questo non gli viene dato un significato e una rappresentazione diversa in ogni cultura. Si può affermare, in maniera generale, che esso venga percepito come il variare della persona e delle cose.

Sempre generalmente, vi sono due idee fondamentali del tempo:

  • Pensiero cronometrico occidentale: il tempo viene visto come un’entità lineare e misurabile. Questa visione risponde alla necessità di ottimizzare il proprio tempo e dipende dall’organizzazione economica.
  • Tempo ciclico e puntiforme: nelle società tradizionali il tempo viene scandito attraverso il passare delle stagioni o secondo eventi contingenti (es. il mercato della domenica).

Molte società possono essere comunque considerate “a doppio regime temporale”. C’è quindi un tempo qualitativo, legato all’esperienza, che dipende dalla necessità di alcune società di frazionare il tempo per contingenza, ed un tempo quantitativo, astratto e frazionabile, che sta man mano, con la globalizzazione, diventando dominante.

L’antropologo Christopher Hallpike, rifacendosi agli studi dello psicologo Jean Piaget, affermò che a seconda della cultura il tempo viene percepito come operatorio e pre-operatorio (percezione del tempo fino agli otto anni). La visione operatoria del tempo consente di coordinare i fattori di durata, successione e simultaneità.

Per dimostrare la sua tesi egli fece osservare a degli aborigeni melanesiani due macchinine su due piste concentriche facendole partire e fermare nello stesso tempo e di seguito chiedendo quale delle due macchinine avesse percorso più spazio. Gli aborigeni non seppero rispondere a quella domanda e per questo motivo egli pensò che mancasse loro la capacità di coordinare i tre fattori.

Ma in Melanesia vengono fatte delle corse di cavalli su piste concentriche e di conseguenza la mancanza di una correlazione non-lineare e quantificabile del tempo sembra non escludere la capacità di coordinare durata, successione e simultaneità.

Sponsor

Runnerman
Straviareggio
Hotel Cangrande
Dal Colle
Trabucchi
Hote Bareta
Supermercati Grisi
Bonamini
Hotel Brusco
Pagliarini
Km Sport
Mordillo
Monteverde
LOV
settembre: 2017
L M M G V S D
« Mag    
 123
45678910
11121314151617
18192021222324
252627282930  

Commenti recenti

© 2016 - corrillasi.it