Il Tempo

IL TEMPO

CONTEGGIO DELLA VITA

(a cura di Bruno Silvestrini)

antichissima-meridiana

                                Antichissima meridiana

La misurazione del tempo è stata la prima scienza esatta dell’antichità. Per i primi esseri umani era infatti assolutamente necessario sapere quanto era lunga la notte per conoscere quanto tempo si doveva aspettare prima di riprendere l’attività alla luce del giorno; tanto più, quando l’uomo da cacciatore divenne agricoltore, ebbe il bisogno di imparare a conoscere l’alternanza delle stagioni. Le uniche certezze provenivano da fenomeni astronomici.

Il primo modo per mettere un argine al tempo fu individuato nel giorno: a un periodo di luce seguiva inevitabilmente un periodo di buio. Questa misurazione bastò fino a quando l’uomo non divenne sedentario, e realizzò che senza riuscire a predire i cambiamenti stagionali era impossibile seminare e fare i raccolti. Ma come sapere quando sarebbe avvenuto il passaggio fra due stagioni e quanto queste avrebbero durato? Un modo era quello di tenere conto dei giorni trascorsi, ma non era certo quello più pratico. Ci si accorse invece che la Luna, con le sue forme mutevoli, scandiva il passare del tempo con altrettanta regolarità dell’alternarsi della luce e delle tenebre. La Luna fu così la chiave del primo sviluppo di molti calendari. Ma il satellite non fu l’unico astro di cui si tenne conto, anche perché non seguiva perfettamente l’alternanza della stagioni. Si scrutarono così anche gli agglomerati di stelle, i pianeti, e sopratutto il Sole.

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A questo punto ci si potrebbe chiedere : perché non esiste una misurazione del tempo unica per tutti i popoli, ma invece molte civiltà hanno sviluppato la propria? Perché gli astri hanno moti diversi e quindi durata variabile, non tutte le popolazioni prendono o hanno preso come punto di riferimento lo stesso corpo celeste, e inoltre gli astri che fanno da strumento di misura hanno dei tempi che non coincidono fra di loro, se non considerando cicli molto lunghi. I diversi tempi della Terra rispetto ai corpi celesti. Consideriamo che le unità base del calendario sono tre, il giorno, il mese e l’anno, corrispondenti a tre fenomeni astronomici, rispettivamente la rotazione diurna della Terra, la rotazione della Luna e la rivoluzione della Terra intorno al Sole. Consideriamo anche che il giorno come unità di misura può essere preso sia tenendo come punto di riferimento una stella fissa, sia il Sole. Rispettivamente, verrà chiamato giorno sidereo e giorno solare.

Il giorno sidereo è l’intervallo di tempo, considerato da un osservatore sulla Terra, del passaggio di una stella fissa -priva di moto casuale -, cioè dopo quanto tempo questa riappare nello stesso punto. Il passaggio apparente della stella è causato dal moto di rotazione terrestre, il quale però non è costante a causa delle frizioni delle maree: infatti il nostro pianeta non è un corpo rigido e subisce delle deformazioni, quali le maree, sulle enormi masse che lo compongono. Queste deformazioni sono dovute all’azione gravitazionale del Sole e della Luna, che nel corso del tempo hanno causato al moto della Terra accelerazioni e ritardi accidentali, totalmente casuali, che quindi l’uomo, nelle sue misure, non poteva prevedere.

Da considerare anche che degli studi hanno confermato che il moto terrestre, sempre a causa delle maree, subisce un ritardo secolare progressivo: il giorno aumenta di circa 1.6 millesimi di secondo per secolo. Tutto ciò ha addirittura causato un allungamento della durata del giorno nel corso dei millenni, infatti circa 400 milioni di anni fa l’anno doveva essere di 400 giorni circa e la durata del giorno di 22 ore. Il giorno solare è l’intervallo di tempo del passaggio del Sole, dovuto al moto di rivoluzione della Terra. Ma poiché questa rivolve intorno al Sole con velocità diverse, a seconda del punto in cui si trova, il moto apparente del Sole sulla Terra è molto variabile. Quindi né il giorno sidereo né il giorno solare possono essere presi come unità di misura costanti. Inoltre il giorno solare e quello sidereo non coincidono perché gli astri a cui si riferiscono hanno, nel loro movimento, direzioni diverse.

Infatti tutto il sistema, comprese le stelle, ha un moto apparente che va da Est verso Ovest, mentre il moto reale del Sole va da Ovest verso Est: se il sole e una stella passano contemporaneamente, quest’ultima avrà sempre 4 minuti circa di anticipo. Quindi sia che si consideri il giorno solare o quello sidereo, si avrà sempre un conteggio errato che, anche se di poco, col passare del tempo si accumula e si è costretti a riformulare o a modificare il proprio calendario. Oggi si usa il giorno solare medio, che si basa su un Sole fittizio che si dovrebbe muovere sull’Equatore Celeste a velocità costante, in modo che coincida con la posizione del Sole vero agli equinozi e ai Solstizi. Il giorno sidereo invece è ancora usato, ma solo in Astronomia. Per quanto riguarda la durata dell’anno, bisogna vedere se si considera l’anno siderale, cioè il tempo impiegato dalla Terra per fare un giro intorno al Sole, oppure l’anno tropico, che segue meglio l’alternarsi delle stagioni, ed è il tempo che la Terra impiega per attraversare due volte – consecutive – la linea degli equinozi. Ancora, bisogna ricordare che neanche le stagioni sono sempre della stessa durata: la Terra ruota più in fretta in estate che in inverno, ma non sempre nella stessa maniera. La prima misurazione del tempo: 28.000 anni fa.

Ma partiamo dall’inizio. In un momento imprecisato del paleolitico, lo sguardo scoprì e riconobbe un grande orologio e calendario naturale: la Luna. Osservò le sue fasi: Luna crescente, piena e calante. In seguito l’astro notturno spariva per circa tre giorni per poi ricominciare da capo la stessa misteriosa danza. L’intero ciclo durava poco più di 29 giorni. Non fu difficile riconoscere in questo periodo la stessa durata del ciclo ormonale della donna e, quindi, raggiungere il convincimento che tra la Luna e la Donna ci fosse una precisa correlazione magico-funzionale. A prova di ciò i simboli della Dea Madre, risalenti all’età della Pietra – circa 28.000 anni fa, cioè:

Venere di Laussel

                                                     Venere di Lespugne

Venere di Laussel                                                                       Venere di Lespugne.

La Venere di Laussel (Francia) tiene nella mano destra un corno di bisonte che sembra una luna crescente e con la mano sinistra indica il suo ampio addome. Il capo è inclinato verso il corno così da creare una connessione tra le fasi lunari e la fecondità dell’utero umano.

La Venere di Lespugne (alta Garonna) presenta sedere e cosce sproporzionalmente ampie, da cui si evince che rappresenti la donna in maternità. Dal sedere partono.per arrivare alla parte posteriore delle ginocchia, 10 linee che suggeriscono i dieci mesi lunari della gestazione. Era nato il concetto di mese.

Notevoli tracce di ciò permangono nell’analisi etimologica e semantica di alcuni termini che derivano tutti dalla stessa radice sanscrita ME con significati afferenti la misurazione -“mas” in sanscrito è misura. Da tale radice provengono i termini italiani Mese (latino, mensis) ma anche MEstruazione e MEtro, mène (Luna, greco), measure (inglese), e in tedesco monat (mese) e mond (Luna). Quando l’uomo da cacciatore diviene agricoltore, avendo da conoscere i ritmi della natura per seminare e raccogliere dalla terra, afferra la nozione del tempo più lungo : dopo circa 12 lunazioni le stesse stagioni (individuate in stagione calda e stagione  fredda oppure stagione piovosa e stagione secca) si ripetevano portando così alla nascita dell’anno in sanscrito “anu”.  L’osso di un aquila ritrovato a Le Placard, in  Francia, risale all’11.000 a.C. e presenta delle incisioni che sembrano seguire il ciclo lunare.

La civiltà egizia

Così come in molte civiltà progredite, il conteggio del tempo – e tutto ciò che ne deriva – era affidato ai sacerdoti, nonché astronomi. Gli antichi egizi usavano tre tipi diversi di calendario : un calendario “agricolo”, solare, per l’uso di tutti i giorni; un calendario astronomico; un calendario lunare utilizzato per certi rituali o eventi.

Quello lunare è stato il primo ad essere ideato, circa 6.000 anni fa. Il conteggio del tempo, così come tutta la scienza, era di base pragmatica: i calendari servivano per orientarsi, per stabilire il corso dei mesi o per prevedere l’inizio dell’inondazione del Nilo. Infatti le stagioni, che erano tre, seguivano momenti quali la semina e il raccolto. Nel periodo pre-dinastico gli egiziani conoscevano già attentamente il cielo: ad Eliopoli sorsero veri e propri osservatori per rilevare con esattezza il passaggio degli astri; avevano delle precise mappe celesti e sono stati tra i primi ad utilizzare lo “gnomone“, un oggetto che, illuminato dal sole, cambia la sua ombra di lunghezza e direzione durante il giorno. A questo scopo vennero fatti gli obelischi.  Nel 1450 a.C. Thumotsi III utilizzò uno strumento simile allo “gnomone”, ma a forma di L o T: l’ombra della barra del T proiettandosi sulla base segnava le varie ore. Nel XIV-XV sec. a.C., venne introdotto un altro strumento, il Merckhet, utilizzato per la misurazione delle ore notturne. Quando il cielo era nuvoloso le ore venivano misurate con la clessidra. L’uso di questo strumento sembra essere molto antico anche se non si sa bene quale civiltà l’abbia prodotto. 

Antica clessidra egiziana ad acqua.

Gli egizi furono anche i primi a suddividere il giorno, che finora aveva rappresentato la più piccola unità di misura. Perché gli egiziani sentirono l’esigenza di suddividere maggiormente il tempo? Per i moltissimi rituali che affollavano ogni giorno i grandi templi, per i quali era necessaria una suddivisione precisa del tempo; per questo i sacerdoti egizi dovendo conoscere esattamente ogni fase del giorno, elaborarono infatti diversi sistemi di misurazione. Non è un caso che il termine egiziano che indicava l’ora significa anche lo svolgimento del servizio sacerdotale. Nel periodo pre-dinastico venne creato anche il calendario lunare, ma il più conosciuto è quello solare, essendo stato il primo calendario basato sul moto di rivoluzione della Terra, risalente al 4.000 a.C. Entrambi i calendari erano divisi in 3 stagioni di 4 mesi ciascuna : Akhet: stagione dell’inondazione; Peret: stagione della semina; Shemu: stagione del raccolto.

La civiltà babilonese

E’ nel bacino della Mesopotamia che nascono i primi interessi per le scienze astronomiche, e i babilonesi fecero scuola in questo ambito. Non a caso furono i primi a utilizzare una meridiana; aveva la forma di un orologio solare moderno, il “polos“. Questo strumento riproduceva al rovescio il cammino del sole: su di una pietra su cui era scavata una semisfera, era posto al centro uno stilo, che termina sul punto centrale della calotta. Una minuscola sferetta proietta la sua ombra sulla superficie della calotta, simulando la posizione del Sole sulla volta celeste. Innanzitutto bisogna dire che la misura del tempo nella civiltà babilonese era nettamente basata su calcoli matematici, infatti le loro previsioni solo in parte attingevano o cercavano riscontro nelle osservazioni visuali o, perlomeno, presupponevano una notevole speculazione matematica a partire da esse. Infatti sono stati proprio gli studi babilonesi sulla astronomia di posizione che hanno permesso di gettare le basi fondamentali della moderna ricerca. Il computo del calendario era comunque affidato a pochi, come in molte altre civiltà antiche, spesso a sacerdoti – astronomi.

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Nel calendario babilonese si alternavano mesi pieni (30 giorni) a mesi difettivi (29 giorni), per un totale di 354 giorni. Ogni anno il calendario babilonese precedeva il ciclo solare di 11 giorni. Questo rappresentava un problema per la consuetudine alle attività agricole (caratterizzate dalla raccolta dell’orzo in primavera e del dattero in autunno nonché dall’alzarsi del livello dell’acqua nei fiumi in primavera) e alla pastorizia. Così ogni 3 anni era necessario aggiungere un mese (11 giorni l’anno x 3 anni = 33 giorni, poco più di un mese) per tornare in sincronia con le stagioni. Il primo giorno del mese, chiamato neomenia, corrispondeva alla prima apparizione della falce di luna a ovest poco dopo il tramonto del sole; il giorno cominciava quindi alla sera. Nei periodi più antichi per determinare la neomenia si dipendeva dall’osservazione visuale; l’inizio del mese poteva slittare anche di due giorni, dipendeva principalmente dall’altezza della luna sull’orizzonte al momento del tramonto del sole: maggiore era questa altezza, maggior tempo occorreva prima che anche la luna tramontasse. Poteva capitare che il calendario finisse per essere indietro rispetto alla luna osservata e si doveva quindi procedere a qualche correzione, sempre ufficializzata dal re. Sembra comunque che i mesi con 31 giorni furono solo 20, che il 47% dei mesi abbia avuto 29 giorni, mentre il restante 53% 30 giorni. L’alternarsi fra mesi di 29 e 30 giorni era abbastanza irregolare e non facilmente prevedibile.

Il calendario greco

Il primo a mettere per iscritto il calendario fu il poeta greco Esiodo in un poemetto intitolato “Le opere e i giorni”, che risale a circa 2.800 anni fa. Esiodo prese in esame il calendario orale usato sin dall’antichità nel Peloponneso, presentandolo come un ciclo di trenta giorni fausti e infausti, di auspici e cerimonie sacre: elenca infatti i giorni santi, le feste, i giorni nefausti – per esempio la nascita di una bambina, la castrazione di pecore e tori ecc.

Esiodo descrisse il calendario anche per invitare i greci a seguire le antiche regole del tempo e del dovere : la più importante guida per ciò che riguarda il tempo, secondo Esiodo, è la Luna. Il poemetto inoltre voleva essere una guida pratica all’organizzazione del tempo; Esiodo si riferisce in questo caso al più semplice degli orologi naturali di cui l’uomo dispone: la successione di giorni e notti, che, tramite le rispettive durate, nel volgere dell’ anno offre una rudimentale guida alle stagioni. I greci ripresero dagli egizi l’utilizzo dei segni zodiacali, modificando però i nomi e alcuni simboli: da allora non sono più stati cambiati. Immagine di Fanes, Dio della luce, al centro di un ellisse istoriale con i segni zodiacali. I segni nella figura hanno assunto la forma definitiva nel V sec. a.C. e sono stati adottati da tutto il mondo occidentale. Il calendario greco era un calendario lunisolare.

Il calendario romano

Antica raffigurazione del calendario romano dipinta sul muro di un'abitazione

L’Anno Romano primitivo (Anno Romuleo) comprendeva 304 giorni ed era suddiviso in 10 mesi (4 mesi di 31 giorni e 6 mesi di 30 giorni). La suddivisione in soli 10 mesi può essere dovuta al fatto che trascurasse i due mesi più freddi in cui non si svolgevano lavori nei campi. Dopo un po’ i romani si resero conto della poca adattabilità del calendario, troppo breve. Tra l’VIII e il VII secolo a.C. venne fatto il calendario lunare di dodici mesi, attribuito al secondo re di Roma Numa Pompilio, che i Romani usarono fino al 46 a.C. Il calendario venne associato al moto della Luna, per cui l’anno fu portato a 355 giorni. L’inizio del mese cominciava con la Luna nuova. Questo giorno era chiamato Calendae (dal latino calare = chiamare a raccolta, convocare), che ha dato poi il nome al “calendario“. In quel giorno il Pontifex Minor (i pontefici, nella Roma antica, erano coloro che avevano il compito di conservare e interpretare le tradizioni giuridico-religiose ) convocava il popolo sul colle Capitolino per annunciargli il principio del mese. L’anno cominciava a Marzo. I mesi potevano essere di 29 o 30 giorni. I mesi avevano il seguente significato : 

Martius                   dedicato a Marte, dio della guerra
Aprilis                     da “aperire“, dedicato all’agricoltura ( mese in cui si aprono le gemme)
Maius                      dedicato a Maia
Junius                     dedicato a Giunone, regina dei Romani
Quintilis                 da quintus, quinto mese
Sextilis                    da sextus, sesto
September             da septem, sette
October                  da octo, otto
November             da novem, nove
December              da decem, dieci
Januarius             dedicato a Janus, Giano
Februarius       dedicato a Februus, il dio dei morti. Questo di origine etrusca “februa“, cioè cerimonie purificatrici.

Ogni mese era costituito da 3 parti: le Calende che rappresentavano il 1° giorno del mese, le None il 5° giorno (mese di 29 giorni) o 7° giorno (mese di 31 giorni) del mese, le Idi il 13° giorno (mese di 29 giorni) o 15° giorno (mese di 31 giorni) del mese.
– Le Idi (dal latino idus, parola di etimologia incerta), erano i giorni che dividevano il mese in due parti quasi uguali. Poiché questi giorni, nell’antico calendario lunare dei Romani, coincidevano con il plenilunio, e quindi con le notti più luminose, forse il termine idus deriva da dies (giorno) e la consacrazione di questi giorni a Giove, padre di Apollo, dio della luce, ne darebbe ulteriore conferma.
– Dalle Calende alle None le date venivano espresse dal numero di giorni che dovevano trascorrere prima di arrivare alle None;
– Dalle None alle Idi le date venivano espresse dal numero di giorni che dovevano trascorrere prima di arrivare alle Idi;
– Dopo le Idi le date erano espresse dal numero di giorni che dovevano trascorrere fino alle calende del mese successivo.
Inoltre, il giorno che precedeva le Calende, le None o le Idi si chiamava Vigilia. L’Antivigilia, invece di portare il nome di secondo giorno prima delle Calende, delle None o delle Idi , si chiamava terzo giorno prima, e così di seguito con un errore costante di un’unità. Per esempio, l’11 gennaio era il 3° giorno prima delle Idi di gennaio (13 gennaio).
Nei mesi di 29 giorni vi era una classificazione di questi : i giorni feriali erano detti Fastus, i giorni festivi Nefastus, i giorni per le feste pubbliche erano detti Nefastus purus, i giorni per i comizi e le assemblee erano Comitilias, i giorni atti al culto si dicevano Endotercisus . La settimana durava 8 giorni, il primo dei quali chiamato novendinae e nundina : era il giorno del mercato. Per quanto riguarda il giorno, i romani utilizzavano divisioni del tempo molto semplici. Il giorno si divideva in ore : tertia, sexta, nona, duodecima, mentre la notte si divideva in ore vigiliae. Il periodo che andava dalle 8 alle 9 era chiamato “mane“, il mezzodì era chiamato “meridies“, il tempo del tramonto era chiamato “vespera“, il tempo di dormire era chiamato “concubium” mentre il mattino era chiamato “gallicinum“.

I singoli anni erano identificati dal nome dei consoli (la cui carica era appunto di durata annuale); la numerazione ab Urbe condita (“a partire dalla fondazione di Roma” che avvenne secondo Varrone nel 753 a.C.) fu introdotta in seguito (circa I sec. a.C.) e usata soprattutto nella compilazione dei Fasti. I romani non ebbero mai seri interessi di tipo astronomico e calendariale, lo dimostra sia il fatto che la creazione del calendario giuliano sarà affidata a un egiziano, sia che gli orologi solari, pur se diffusi nell’antica Roma, non furono mai inventati dai romani stessi.

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Lo scafo, orologio formato da una cavità emisferica scavata nella pietra, era lo strumento più diffuso in Grecia e fu uno dei primi che vennero introdotti in Italia e costruiti in vere e proprie officine nelle quali venivano fatti numerosi orologi solari. Valerio Messala, portò da Catania a Roma, nel 163 a.C., una meridiana che fu collocata pomposamente nel Foro. Progettata naturalmente per la latitudine della Sicilia non poteva che dare delle indicazioni inesatte, eppure i romani, senza farci gran caso, la usarono per quasi un secolo finché nel 164 a.C. il censore Marco Filippo non ne fece erigere un’altra calcolata proprio per la latitudine di Roma.

Gli orologi solari che furono utilizzati nelle varie città e ville dell’impero, e che avevano diverse provenienze, costituivano dei veri e propri “status simbol” per la gente ricca. Attorno al 50 d.C. pare esistessero ben 13 modelli differenti di orologi ma il mezzodì veniva annunciato da un araldo dei consoli, con un metodo di antica origine. In epoca romana apparvero anche numerosi orologi metallici. I gromatici dell’antica Roma quando dovevano tracciare il reticolato, seguivano precise regole d’orientamento e, pur dovendo fissare per esempio il “cardo” esattamente nella direzione nord-sud, si basavano più sulle configurazioni del terreno, che su regole astronomiche, che generalmente ignoravano. Un importante e colossale orologio solare orizzontale fu costruito in Roma nel Campo Marzio da Facundus Novus nel 9 a.C. con lo scopo di celebrare l’anniversario della nascita di Augusto. La meridiana di Augusto, resa inservibile da inondazioni e da terremoti, fu restaurata attorno all’80 d.C., ma successivamente il grande quadrante solare fu sepolto a causa di inondazioni e di interramenti. Il gigantesco quadrante che misurava forse 80 x 180 metri e che purtroppo ha avuto poca durata, rappresenta l’apice della gnomonica romana. L’organizzazione del calendario annuale era di mesi di 29 e 30 giorni, alternati. Poiché l’anno, rispetto all’anno solare, perdeva 10 giorni; per compensare questa differenza si ricorreva all’intercalazione di un mese straordinario di 22 o 23 giorni ogni due anni; il mese era noto come Mercedonio. Il calendario di Numa subì molti aggiustamenti nel corso dei secoli: Febbraio sarebbe stato inizialmente posto dopo Risultati immagini per calendario di NumaDicembre e solo dal 449 a.C. dopo Gennaio, per motivi di organizzazione militare. Così l’undicesimo e il dodicesimo mese divennero rispettivamente il primo e il secondo mese dell’anno. In questo modo, il mese dedicato a Giano (gennaio), il dio che veniva rappresentato bifronte perché presiedeva gli ingressi, diventava il più adatto a chiudere la porta del vecchio anno e ad aprire quella del nuovo. Inoltre l’intercalazione del mese Mercedonio, avvenuta inizialmente come raffigurato nella tabella, sarebbe poi stata cambiata diverse volte. Si provò infatti a inserirla in un ciclo di 24 anni diviso in tre di 8 anni, con intercalazione negli anni pari alternata di 22 o 23 giorni, salvo negli ultimi otto anni che hanno solo intercalazioni di 22 giorni, con il 24° anno che non ha intercalazioni. In tal modo la durata media dell’anno si riduceva a 365,6 giorni, abbastanza vicina alla durata media dell’anno tropico. Ma a lungo andare neppure il ciclo funzionò, e i Romani si rivelarono incapaci di far coincidere l’anno civile con le stagioni. Dopo vari tentativi di aggiustamento, il collegio dei pontefici ottenne di diritto di conferire al mese intercalare una lunghezza che si adattasse alle circostanze. Il calendario diventò allora un mezzo di corruzione e di frode. Abusando del proprio potere, i pontefici allungavano o accorciavano l’anno a seconda che volessero favorire o meno i consoli al potere o i loro successori. Si arrivò ad un ritardo di circa 3 mesi rispetto al ciclo delle stagioni. Si imponeva la necessità di una riforma, ma bisognerà aspettare il 46 a.C., quando Giulio Cesare si occuperà di riformulare il calendario, chiamandolo calendario Giuliano.

Il calendario Giuliano

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La grande confusione che si era creata nel calendario romano spinse Giulio Cesare (il quale aveva un forte interesse per l’astronomia) nel 46 a.C., corrispondente all’anno 708 a.U.c. (ab Urbe condita), a chiedere aiuto agli egiziani per mettere ordine al proprio calendario. Nel 46 a. C. il calendario romano risultava spostato di 3 mesi rispetto al calendario solare, nel senso che la primavera capitava a Gennaio, in pieno inverno, anziché a Marzo. Così il sesto mese prese il nome di Augustus. Ma poiché conteneva solo 30 giorni, e poiché a Giulio Cesare era stato attribuito il mese di Luglio con 31 giorni, il popolo per non fare parzialità, nell’anno 7 a.C. del nuovo calendario Giuliano, diede ad Augusto la possibilità di modificare il suo mese (Agosto) portandolo così a 31 giorni, modificando l’alternanza originale dei 31 e 30 giorni. Con questa modifica Settembre passò a 30 giorni , Ottobre a 31 e così via fino a Febbraio che passò agli attuali 28 giorni o 29 giorni, negli anni bisestili. Dopo 36 anni erano stati così intercalati 12 anni bisestili invece di 9. Per rimediare all’errore, che aveva già provocato uno sfasamento di 3 giorni, Augusto ordinò che fosse sospesa l’intercalazione del giorno bisestile fino all’anno 8, che risulta quindi essere il primo anno bisestile dell’era cristiana. Gli anni bisestili del Calendario Giuliano erano tutti quelli le cui ultime due cifre erano divisibili per 4. Con questa ripartizione il Calendario Giuliano si ripeteva in modo identico ogni 28 anni, seguendo così il Ciclo Solare. La riforma giuliana venne finalmente applicata correttamente solo a partire dall’anno 5 d.C.

Era Cristiana

Il primo ad usare tale era fu il monaco Dionigi il Piccolo che intorno all’anno 525 calcolò che Gesù Cristo fosse nato il 25 Dicembre dell’anno 753 ab Urbe Condita (cioè anno della fondazione della città), e ritenne che gli anni dovessero essere contati da questo evento, fondamentale per la religione cristiana, e non dalla fondazione di Roma o dall’inizio del regno di Diocleziano come usava allora.

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Dionigi non conosceva il numero zero che fu introdotto molti secoli dopo e quindi conteggiò l’anno 754 di Roma come primo dell’era cristiana (1 DC dopo Cristo o 1 AD Annus Domini per gli anglofoni). Si ritiene oggi che i calcoli di Dionigi fossero sbagliati visto che secondo la cronologia moderna Erode il grande sarebbe morto nel 750 di Roma, cosa evidentemente incompatibile con il racconto evangelico della strage degli innocenti. La data di nascita di Gesù andrebbe quindi retrodatata all’anno 6 o 7 a.C.
La cronologia di Dionigi non ebbe un successo immediato; solo nell’VIII secolo gli anglosassoni iniziarono a usarla; dal IX secolo cominciò ad essere usata dalla Chiesa di Roma, e solo dal 965 ufficialmente dalla cancelleria pontificia (papa Giovanni XIII).  Molto posteriore sembra sia stata l’idea di usare l’era cristiana anche per gli anni avanti Cristo.

Il calendario Gregoriano

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Purtroppo con il passar dei secoli ci si rese conto che l’Anno Giuliano portava lentamente ma inesorabilmente ad un anticipo dell’inizio della primavera : Infatti la primavera del 1.582 iniziò l’11 marzo invece del consueto 21 marzo. Per questa ragione, dopo molti studi, la commissione che doveva riformulare il calendario approvò un progetto, e Papa Gregorio XIII diede l’incarico all’astronomo calabrese Aloisius Lilius di riformare il calendario, per riportare l’inizio della primavera al 21 Marzo, e anche per avere la data della Pasqua sempre alla prima domenica dopo il plenilunio di primavera ( è infatti l’unico evento del nostro calendario che è rimasto legato al ciclo lunare). Il progetto di Giglio consisteva nel saltare 10 giorni in modo da riportare l’equinozio al 21 Marzo, e senza saltare la successione dei giorni della settimana; l’operazione ebbe luogo il 4 Ottobre del 1582; il giorno dopo fu il 15 Ottobre! Le novità di questo calendario sono:
– Gli anni secolari (ovvero divisibili per cento) non sono più bisestili.
– Gli anni secolari divisibili per 400, come il 1600 o il 2000, sono invece di nuovo bisestili, e la durata media dell’anno gregoriano viene così ad essere di 365.2425, un valore ancor più vicino alla durata dell’anno tropico. Vi è dunque ancora una piccola imprecisione in questo calendario, ma perché la cosa dia luogo alla perdita di un altro giorno ci vorranno più di 3000 anni. Piano piano il calendario gregoriano venne accettato da molti Paesi. Il primo fu la Germania, nel 1775, poi nel 1752 la Gran Bretagna e le colonie americane; nel 1873 il Giappone, nel 1917 la Russia (ma qui è ancora utilizzato quello giuliano per le feste liturgiche), e infine nel 1949 la Cina. Considerato che questo è il calendario più diffuso almeno in Occidente, porto l’elenco delle maggiori feste civili di tutti i Paesi Occidentali :
– la Giornata internazionale della donna (8 marzo);
– la Giornata internazionale dei lavoratori (1° maggio);
– l’Anniversario della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo (10 dicembre);
– l’Anniversario della Convenzione internazionale sui diritti dell’infanzia (20 novembre).
All’interno di questo calendario possono trovare posto antiche tradizioni popolari come il Carnevale (nel mese di febbraio) o più moderne ricorrenze in qualche modo legate alla civiltà dei consumi (per esempio le feste del papà e della mamma). Le ricorrenze e le festività civili nella cultura laica si affermano in Europa a partire dall’epoca moderna, insieme alla sempre più diffusa consapevolezza dei diritti civili, politici e sociali e al progresso scientifico e tecnologico.

Introduzione del Fuso Orario

Nell’età Contemporanea per gli usi civili è stato adottato il Tempo Civile di Zona che è un tempo solare uguale in ogni località compresa tra due meridiani geografici, separati in longitudine di 15° o, il che è equivalente, a un’ora. Questa fetta di superficie viene denominata Fuso Orario.

Orologio Atomico a fontana di Cesio

Si può dire che l’orologio atomico e’ un dispositivo elettronico che misura il tempo contando le oscillazioni dell’atomo. Fino alla prima meta’ del 1900, le misure di tempo col maggior grado di precisione venivano effettuate per mezzo di osservazioni astronomiche. Questa situazione cambio’ nel 1955, quando venne realizzato il primo orologio atomico al cesio, dopo due decenni di ricerche in diversi laboratori scientifici.

Oggi esistono diversi tipi di orologi atomici basati su diversi elementi naturali come il cesio e l’idrogeno, che hanno differenti principi di funzionamento. Tutti, pero’, sfruttano la comune proprietà che hanno gli atomi, se posti in opportune condizioni, di assorbire ed emettere radiazioni elettromagnetiche ad una sola frequenza estremamente stabile nel tempo. Considerando che nel 1.650 lo scarto giornaliero di un pendolo era di circa 10 secondi, oggi con i più moderni orologi atomici a fontana di Cesio tali scarti si sono ridotti a un decimiliardesimo di secondo o in altri termini ad 1 secondo ogni 3 milioni di anni.

Brani tratti da: “La misura del tempo nella storia dell’umanità”  web.arte.unipi.it/salvatori/didattica/vecchiprog/storiadeltempo/opuscolo.htm 

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Altri calendari

Ancora ai nostri giorni i cristiani copti dell’Egitto basano il loro Calendario sull’anno di Diocleziano (I anno del suo regno 284 d.C.) di conseguenza per loro il 2000 è il 1716.

Non si creda che il 25 dicembre sia anch’esso il risultato di un calcolo o un riferimento sicuro. Al contrario. In questo giorno sappiamo che vi era un appuntamento nel calendario civile romano (il censimento).

L’imperatore Aureliano introdusse nel 274 della nostra era, fissandola appunto il 25 dicembre, la celebrazione del “Sol Invictus”, quale fine del solstizio invernale. Quasi sicuramente la festa derivava dal culto di Mitra.

Clemente Alessandrino, uno dei Padri della Chiesa più colti, scrive in una sua preziosa opera: “Stromata” che il giorno dovette essere o il 25 Pochon (ovvero il 20 maggio) o il 15 Tybri (il 10 gennaio) o ancora l’11 Tybri (che coincide con l’Epifania). Ma le ipotesi sono infinite.

Sant’Agostino nei “Sermones” accetta il 25 dicembre. Il calendario, così come noi lo intendiamo, è una conquista medievale. Soltanto in questo periodo cominciò a essere considerato come quel complesso di regole utili per ripartire il tempo.

Per i romani il “Calendarium” era il libro in cui i banchieri dell’epoca registravano gli interessi sulle somme prestate che maturavano il primo giorno di ogni mese (“Kalendae” primo giorno).

Nell’antichità la settimana come le altre divisioni del tempo era in uso a Babilonia e si diffuse nel mondo ellenistico prima della nostra era chiamando i singoli giorni con i nomi dell’astrologia greco-egiziana (sono ancora quelli in vigore presso di noi, esclusi il sabato e domenica).

Gli Aztechi concepivano un anno di 365 giorni, ma lo dividevano in 18 periodi di 20 giorni ognuno più 5 giorni aggiunti considerati infausti. Ai 18 segmenti di tempo corrispondevano altrettante feste. Capodanno era di maggio.

Il calendario iranico seguito nell’Avesta ha un anno di 12 mesi di 30 giorni, alla fine vengono aggiunti i 5 giorni mancanti.

E’ quasi certo che il calendario egiziano risale al periodo preistorico. In ogni caso sappiamo che in Egitto la scansione del tempo poteva tener conto di due avvenimenti periodici: il massimo dell’inondazione del Nilo e il sorgere della stella Sirio.

Risultati immagini per calendario egizioCalendario egizio

Il primo fenomeno era solito capitare tre giorni dopo il solstizio d’estate (in quei tempi era tra la fine di luglio e i primi di agosto); il secondo a una latitudine come quella di Menfi, si poteva osservare nel crepuscolo mattutino del 19 luglio.

A Roma vi è il primo calendario che prende il nome da Romolo e che risulta di 10 mesi composti da 30 e 31 giorni per un totale di 304 giorni. Oggi gli storici la considerano una leggenda forti del fatto che anche Macrobio nei “Saturnalia” parla di un anno composto da 12 mesi al tempo del mitico fondatore. Nel 46 a.C. avvenne la riforma di Giulio Cesare.

Con la bolla “Inter gravissimas” dal 13 febbraio 1582 papa Gregorio XIII promulgò la riforma del calendario a tutto il mondo.

Risultati immagini per calendarium libro dei banchieri

Si deve tener conto del fatto che non tutti accettarono – Rodolfo II di Germania decise di renderlo attivo solo dal 4 settembre 1583. La parte protestante della Germania invece non ne voleva sapere. Ci fu una parziale accettazione nel 1700, e nel 1775 venne applicata interamente. Così fece la Gran Bretagna. Respinse la deliberazione papale e accettò il calendario gregoriano soltanto nel 1752 (in questo anno si adeguarono anche le colonie americane). Il Giappone aderì al calendario gregoriano nel 1873. La Cina nel 1949. La Russia nel 1917.

Nel mondo c’è oggi chi conteggia gli anni tenendo conto delle regole islamiche (il computo comincia nel 622, quando avvenne “l’emigrazione” o “egira” di Maometto dalla Mecca a Medina), o preferisce il conteggio ebraico, o quello buddhista, ovvero ritiene che il 2000 sia il 5760 o il 2544.

In realtà l’era tecnologica ha lasciato alle spalle queste congetture, anche se le rispetta e utilizza la cronologia di Dionigi il Piccolo come riferimento privilegiato. Il naturalista svedese Linneo nel 1756, dopo aver compiuto attente osservazioni, pubblicò un calendario in cui ogni giorno dell’anno era abbinato, al posto del santo, un fiore che sboccia in quella data, oppure una indicazione relativa a partenze o arrivi di uccelli migratori, o la muta delle piume di taluni volatili, o ancora alcuni accoppiamenti di pesci, o lavori agricoli. Cambiò il nome ai mesi, adattandoli al ciclo delle stagioni: così gennaio diventò glacialis, agosto fu chiamato messis, fino a dicembre che si chiamò brumalis. L’idea ebbe successo e non pochi calendari della seconda metà del Settecento la imitarono. Nacque una vera e propria gara nel registrare i fenomeni naturali; soprattutto in Inghilterra il sistema piacque molto, forse perché era ispirato alla realtà e non alla santità. Fu questa la base, o l’idea di partenza, che informò il Calendario rivoluzionario francese.

Risultati immagini per calendario rivoluzione franceseAnche in tal caso si cercò di mettere in pratica una vera e propria rottura con la tradizione cristiana. E si volle, o forse si sperò di fare qualcosa in più “livellando” il sistema di divisione del tempo, cosi come si era fatto con le unità di misura.del resto, fu un merito della rivoluzione l’aver introdotto in Francia il sistema metrico decimale. La nuova Era repubblicana – il re era stato ghigliottinato il 21 gennaio 1793 – si ritenne di farla cominciare dal 22 settembre 1792, che era anche il giorno della proclamazione della repubblica oltre che il vero equinozio d’autunno a Parigi. Inoltre il nuovo calendario conservava i 12 mesi, tutti rigorosamente di 30 giorni. Le settimane furono abolite e si sostituirono con tre decadi. I mesi cambiarono nome. In un momento iniziale si pensò di chiamarli semplicemente “primo”, “secondo” ecc. poi Fabre d’Englantine suggerì di identificarli con una terminologia più realistica e più vicina alla natura.
Ecco allora che:
dal 22 settembre era “Vendemmiaio
dal 22 ottobre             “Brumaio
dal 21 novembre        “Frimaio
dal 21 dicembre         “Nevoso
dal 20 gennaio           “Piovoso”
dal 19 febbraio           “Ventoso”
dal 21 marzo              “Germile”
dal 20 aprile              “Fiorile”
dal 20 maggio           “Pratile”
dal 19 giugno            “Messidoro”
dal 19 luglio              “Termidoro”
dal 18 agosto            “Fruttidoro”
(il calcolo è stato fatto nel 1792-1793, anni non bisestili).
Sino al 1799 protagonisti di quel periodo come Robespierre o Babeuf, lo rispettarono e lo utilizzarono.  Ma il 18 Brumaio 1799 (novembre) Napoleone attua un colpo di Stato e rovescia il Direttorio. La repubblica è finita, viene promulgata la Costituzione dell’anno VIII che, di fatto, istituisce la dittatura personale di Bonaparte, proclamato Primo console. Dopo il concordato e la legge del 1802 sulla riorganizzazione dei culti – intanto Napoleone è proclamato console a vita – la domenica fu ripristinata; anzi dal 13 Fiorile, ovvero il 3 maggio di quell’anno venne indicata come il giorno per le pubblicazioni matrimoniali. E si andò avanti per poco: sino al 15 Fruttidoro del XIII anno, cioè il 2 settembre 1805, allorché si presentò al senato una proposta per ritornare al vecchio calendario gregoriano. Finì l’anno, e con il 1° gennaio 1806 il calendario repubblicano si trasformò in un ricordo. Questo fu l’ultimo grande tentativo della storia di dare una interpretazione politica nuova alla misurazione del tempo.

Il NUOVO ANNO
2000 a.C. – Babilonia

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Il Nuovo Anno è la più antica e universale di tutte le festività. Stranamente, la sua storia inizia in un periodo in cui non esisteva ancora un calendario annuale. Era il periodo compreso tra la seminagione e la raccolta delle messi che rappresentava un “anno” o “ciclo”. La prima festa di capodanno di cui si abbia notizia ebbe luogo nella città di Babilonia, le cui rovine si ergono presso la moderna città di al-Hillah, in Iraq. Il Nuovo Anno si celebrava alla fine di marzo, all’equinozio di primavera, quando la bella stagione era alle porte e i festeggiamenti duravano undici giorni. Un alto sacerdote dava inizio agli eventi; si alzava due ore prima dell’alba, si lavava nelle sacre acque dell’Eufrate, poi levava un inno al dio più importante della regione, quello dell’agricoltura, Marduk, pregando per un nuovo ciclo di abbondanti raccolti. La groppa di un ariete decapitato veniva strofinata contro le pareti del tempio per assorbire qualunque contagio potesse infettare l’edificio sacro e, di conseguenza il raccolto del nuovo anno. La cerimonia veniva chiamata kuppuru, un termine che comparve presso gli ebrei più o meno alla stessa epoca, nel giorno della festa della Conciliazione, Yom Kippur.

Come sia potuto succedere che l’Anno Nuovo, che era essenzialmente un’occasione derivante dalla seminagione, si sia spostato dall’inizio della primavera al culmine dell’inverno, si spiega con una storia strana e complicata, che abbraccia due millenni. Da un punto di vista astronomico e agricolo, gennaio è un momento decisamente pessimo per iniziare simbolicamente il ciclo del raccolto, o nuovo anno. Il sole non si trova in una posizione propizia, come accade invece negli equinozi di primavera e di autunno e nei solstizi d’inverno e d’estate, i quattro eventi solari in cui avvengono i cambi di stagione.

Lo spostamento di questa festività ebbe inizio con i romani. In base a un antico calendario, i romani festeggiavano il 25 marzo, l’inizio della primavera, come primo giorno dell’anno. Gli imperatori e i funzionari di rango, tuttavia, alterarono a più riprese la durata dei mesi e degli anni per estendere i periodi durante i quali dovevano restare in carica. Nel 153 a.C., le date del calendario erano talmente sfasate rispetto ai riferimenti astronomici, che il senato romano, per rimettere a posto le varie pubbliche ricorrenze, proclamò come inizio dell’anno nuovo il 1° gennaio. Per risistemare il calendario al 1° gennaio, nel 46 a.C., Giulio Cesare dovette lasciare che l’anno si trascinasse per 445 giorni, valendogli il soprannome storico di “Anno della Confusione”. Il nuovo calendario di Cesare, eponimo, venne chiamato calendario Giuliano. Dopo la conversione dei romani al cristianesimo, nel IV secolo, gli imperatori continuarono a organizzare festeggiamenti per l’anno nuovo. La Chiesa cattolica nascente, tuttavia, iniziò ad abolire tutte le usanze pagane (ovvero non cristiane), condannò tali usanze come scandalose e proibì ai cristiani di prendervi parte. Mano a mano che la Chiesa annoverava un numero sempre maggiore di convertiti e guadagnava potere, organizzò strategicamente le proprie festività cristiane, per competere con quelle pagane, e, a dire il vero, s’impadronì dell’idea da cui queste ultime erano nate. Per rivaleggiare con il 1° gennaio, la Festa della Circoncisione di Cristo, che viene ancora osservata da cattolici, luterani, membri della Chiesa Episcopale, e da molte sette ortodosse orientali. Durante il Medioevo, la Chiesa si mantenne così ostile nei confronti del vecchio Anno Nuovo pagano, che nelle città e nei paesi in prevalenza cattolici, tale pratica svanì completamente. Riemerse poi periodicamente, e in tali occasioni capitava che cadesse in qualsiasi momento. In un certo periodo durante l’alto Medioevo, dall’undicesimo al tredicesimo secolo, gli inglesi celebrarono l’Anno Nuovo il 25 marzo, i francesi la domenica di Pasqua e gli italiani il giorno di Natale, e poi il 15 dicembre; soltanto nella penisola iberica veniva osservato il 1° gennaio. Soltanto negli ultimi quattrocento anni il 1° gennaio è stato ampiamente accettato da tutti.

ANNO BISESTILE

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Superstizioni dicono che quel giorno in più, il giorno bisestile, sia nefasto. Che l’intero anno porti male, come tutte le anomalie in natura. Ma nulla di memorabile e di nero ha mai confermato il sospetto. Come se la stravaganza di un numero non fosse convenzione umana, artificio contabile d’inchiostro ma il segno del destino. In verità il male, anche quello catastrofico delle profezie, si è sempre equamente distribuito sulla superficie dei giorni. Dai tempi imprecisi del primo calendario conosciuto, l’osso d’aquila ritrovato presso il villaggio di Le Placard, vecchio di 13.000 anni, dove l’uomo neolitico, di un clan probabilmente nomade, ha inciso le tacche delle fasi lunari.È la luna, con le sue notti periodiche, la falce che diventa piena e poi scompare, il modo più immediato e perciò più antico, di calcolare il misterioso flusso del tempo. La scienza nasce da quei calcoli. E tutti gli dei si ergono da quelle immense ricorrenze di stelle all’orizzonte e di costellazioni che sorgono e scompaiono secondo un disegno sconosciuto, ma incontrovertibile, come fa il destino quando si svela.
– Per i popoli nomadi la notte è la prima tavola su cui contare il tempo.
– Per le comunità stanziali lo è il sole che fa germogliare i campi oppure li rende sterili.
– Gli egizi, nei loro calendari aggiungono le inondazioni del Nilo.
– Gli Aztechi, il fuoco dei vulcani.

Per tutti il tempo è una freccia che viaggia in una sola direzione, dal seme, al frutto, alla polvere. Il passato non torna, se non nei sogni e nella nostalgia. Il presente ci scappa come la sabbia tra le dita. Il futuro è incalcolabile nonostante i numeri, nonostante la scrittura, nonostante la fede che ci promette un aldilà perpetuo, capace di sconfiggere il tempo, l’eternità della morte. Il tempo è la nostra lotta perpetua. Non per nulla la fibra dei nostri calendari viene dal più grande condottiero romano, Giulio Cesare, che conquistò il mondo conosciuto, e poi da un papa guerriero, Gregorio XIII, anno 1582, che masticava bacche di ginepro, faceva strage di Ugonotti, soffriva di insonnia, “teneva in gran parsimonia il tempo, di tutte le cose la più preziosa”.

L’anno solare era già la misura della vita degli uomini e di tutte le cose. Diviso in dieci mesi fino a Tito Livio. Diviso in 365 giorni, ma con quella imperfezione di quasi sei ore che Sosigene, l’astronomo, calcolò di aggiustare una volta ogni quattro anni. Infilando quel giorno in più tra il 23 e il 24 febbraio, chiamandolo “bis sexto antes kalenda martias”, due volte il sesto giorno prima del primo marzo. Giorno bisesto, per l’appunto. Cesare promulga il tempo nuovo. Il calendario diventa “Giuliano”. In suo onore si nomina il settimo mese. E per suo volere il Capodanno si sposta al primo giorno di gennaio.

Tre secoli dopo, Costantino, che si proclama imperatore per volontà di Dio e che alla spada romana affianca la croce, introduce la settimana, dedicando la domenica alla preghiera, ma non ancora al riposo. La preghiera si avvera. La Chiesa romana si impadronisce del tempo. Fissa al 6 gennaio la nascita di Gesù. Poi la retrocede al giorno sacro del culto di Mitra, la festa del sole, che in tutto l’impero cade il 25 dicembre. Inglobandola la cancella per sostituirla col Natale. Inizia da quella nascita la numerazione del tempo. Il matematico Dionigi nomina Uno quell’anno, non conoscendo lo Zero. Tutte le festività diventano cristiane. Ma l’imperfezione dei calcoli resta umana. Come lo sono le conseguenze dell’errore, undici minuti non contabilizzati ogni anno. Per questo Gregorio XIII, padrone del suo tempo, consulta i più grandi matematici, i signori di tutti i calendari, confronta le misurazioni astronomiche, accerta lo scarto accumulato che fa cadere l’equinozio di primavera non più il 21, ma l’11 marzo, in anticipo di dieci giorni. Con danni al calendario della fede che fissa la Pasqua dopo l’ultimo novilunio e non ammette deroghe.

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Per questo Gregorio elabora una decisione spettacolare. Nel memorabile anno 1582, il papa impugna lo scettro del tempo e con la bolla “Inter gravissimas” , cancella dieci giorni dal calendario. In una sola notte il mondo cristiano passa dal 4 al 15 ottobre. Propagando stupori, genuflessioni e proteste. Contadini chiedono il risarcimento di quelle ore non vissute, di quei semi non piantati. Le banche non sanno come conteggiare gli interessi sui prestiti. Debitori rifiutano di onorare le scadenze cancellate. I fedeli temono che scompaginando i giorni del calendario, preghiere destinate ad altri santi finiscano inascoltate. A Francoforte scoppiano tumulti. E nelle Fiandre si litiga fino al successivo dicembre, quando la bolla papale viene accolta, e il tempo passa dal 21 al 31 dicembre, cancellando per quella volta il Natale.
In quattro secoli quel calendario diventa universale. Entra in vigore:
– Inghilterra nel 1752.
– In Russia nel 1918.
– Nella Grecia ortodossa nel 1932.
– In Cina si affianca ai suoi anni zoologici.
La persistenza d’altri conteggi – quelli ebraici, islamici, buddisti – consente l’equivalenza degli anni, senza smentire la scansione dei mesi e dei giorni. Si inceppa nella sola Francia di Robespierre e Danton che polverizza la Bastiglia, si impadronisce dello spazio con il calcolo decimale, promette di governare gli uomini in nome di un’era nuova. E perciò anche di un nuovo calendario, affinché il trionfo sia completo, come da allora in avanti faranno altre rivoluzioni, celebrando i giorni della vittoria, prima di insanguinarli.

Il calendario Gregoriano ha unificato il tempo. Introdotto la data. Reso pensabile l’ordine cronologico degli eventi. Lineare. Fino a certe soglie del nostro Novecento, quando il romanzo e la psicoanalisi hanno scoperto che il tempo interiore degli uomini non è affatto unico, ma scorre tra il cuore e la memoria a velocità sempre differenti. Fino a certi calcoli della nuova fisica che lo ha reso infinitamente esatto, secondo le oscillazioni atomiche del cesio, ma ne ha messo in discussione la durata eterna, perché non esisteva un attimo prima del bing bang e prima o poi smetterà di esistere. Sempre che il prima e il poi abbiano ancora un senso. Dicono i matematici dei nuovi calcoli che l’anno gregoriano sia in eccesso di tre millesimi di giorno. E che tra tremila anni ci troveremo con un giorno di troppo, obbligati a ordinare un nuovo anno bisestile alle nostre imperfette procedure. Fatevi un appunto per quel giorno.

In un piccolo tempio di Apollo, nelle sue pareti era posta un’iscrizione oracolare: “Vi sono tempi della vita; a che vanamente, uomo sei ansioso?”. L’agiografo dell’Ecclesiaste che conosce bene la vita ha due vocaboli per distinguere la “stagione” e il “tempo” che schiacciano i giorni dell’uomo. Sono due termini temporali precisi che in traduzione perdono molta efficacia. Egli sceglie “zeman”, ovvero un vocabolo aramaizzante di origine persiana che è il numero di durata, la stagione, l’epoca, se si vuole “l’ora in cui viviamo”. Rappresenta l’aspetto cronologico del tempo (non a caso la versione greca dei Settanta l’ha resa chronos). Decisamente diverso invece, è il secondo termine ‘et, che indica l’occasione favorevole, il tempo opportuno, se si vuole l’attimo fuggente da cogliere (per questo in greco i Settanta lo resero con kairós). C’è quindi un contenitore che suona zeman in cui si agitano tempi ‘et diversi. Se qualcuno ha il coraggio di meditare seriamente sul tempo che si dissolve, senza spaventarsi, senza inutili rincorse, può anche immaginare quella piccola parola circondata, assalita da “atti concreti”. “Che valore ha tutto ciò che si fa con fatica?”.
“Che senso hanno le azioni umane?” Non c’è risposta per l’autore biblico. O almeno non c’è una risposta credibile. Il tempo se ne va, ci avvolge, ci consente di compiere infinite cose, ci illude e ci fa piangere, ci induce a compiere azioni che si contraddicono (la vera logica di Qohèlet è la constatazione dell’incoerenza che domina ogni vita).

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Non riusciamo a fermarlo, nemmeno a capire qual è il motivo che ci spinge a tormentarci, a chiederci i perché, a dibatterci: ma non ci è possibile afferrare il senso, lo jitrôn (senso -valore) di tutto questo. La sapienza per Qohèlet è la vera sconfitta dei tanti sforzi dell’uomo. “Mangiare – bere – godere”, i tre verbi che fanno da rifugio alla tempesta sollevata dalle domande dell’inclemente agiografo, non sono la soluzione ma una sorta di anestetico per passare meglio attraverso la danza dei giorni. “Né di un sapiente né di un idiota avrà memoria il tempo”. Marco Aurelio scrive nei Ricordi: ”Sempre su per giù troverai le medesime cose, di cui sono piene le antiche storie, le medie e le recenti, di cui sono piene le città e le cose, nulla di nuovo, sono sempre le solite ed effimere cose”.

Agostino nel XI libro delle Confessioni: “Posso affermare con sicurezza di sapere che se nulla passasse, non esisterebbe un passato; se nulla sopraggiungesse, non vi sarebbe un futuro; se nulla esistesse, non vi sarebbe un presente”.

Nella Fisica Aristotele da la sua definizione del tempo: “Tempo è il numero del movimento secondo il prima e il poi”.

Il tempo svuota a poco a poco le certezze che accumuliamo. Nel “Papiro Harris 500” un ignoto egizio si lamenta del terribile divoratore che è il tempo, qualche migliaio di anni fa: “Passa un giorno felice, e non stancartene, guarda, non esiste chi sia venuto indietro”.

E con altro tono la medesima cadenza si scopre nel poema epico indiano “Ràmàyana: ”Si rallegrano gli uomini vedendo avvicinarsi una nuova stagione, come se una cosa nuova dovesse sopraggiungere; col volgere delle stagioni si consumano la vita dei viventi”.

Sicuramente dei buoni autori possono lenire, con le loro opere, la sofferenza dei giorni, possono aiutarci a combattere la nostra battaglia con il tempo. Molti scrittori hanno fatto a gara nel maledire la vita e, di conseguenza il tempo. Non ci si vuole arrendere ai giorni che se ne vanno.

Baudelaire scrisse ne: “Lo spleen di Parigi:Per non essere gli straziati martiri del tempo, ubriacatevi senza posa! Di vino, di poesia o di virtù: come vi pare!”. Ci invita a ubriacarci per sopportare il tempo. Abbiamo inventato una serie di marchingegni sempre più complessi e con un solo scopo: ipnotizzare i sensori della nostra vita perché non vedano quello che ci attende. Ci divertiamo, ci ubriachiamo, amiamo, ci arricchiamo, cerchiamo gloria e potere, ogni tanto anche l’immortalità: ma tutti questi verbi ben declinati sono soltanto un anestetico che utilizziamo per trascorrere i giorni. Ma la battaglia di ogni esistenza contro il tempo passa per questa via.

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Dobbiamo illuderci per non disperarci. L’orologio della nostra vita comincia a ritmare i secondi dopo il primo vagito e ha già un’ora fissata. Per uscire da questa cupezza c’è la fede, la religione. La fede in Dio non è semplicemente un anestetico per vivere, ma una ragione di vita; non è una delle tante illusioni, ma è un investimento. Pascal disse: ”Se Dio c’è guadagni tutto, se non c’è hai comunque vissuto bene e con speranza”. Voleva probabilmente offrire un’assicurazione sulla vita a ogni uomo e non un illusione. L’illusione ci addormenta momentaneamente ed è uno sciupio di tempo, mentre la religione rende sereni.

Il tempo è una truffa ai danni della vita. L’uomo è gabbato dal tempo e non può ricambiargli l’offesa. La deve subire e ci si deve difendere. Inutile anche lodare il passato, piangere il presente e temere l’avvenire, perché questi atteggiamenti sono un’altra occupazione che fa perdere tempo. Cechov: “Là dove noi non siamo si sta bene”. Marziale nei suoi Epigrammi: “Ammiri solo gli antichi, Vacerra, e lodi i poeti solo se sono già morti. Scusami, Vacerra, ma non vale la pena, che io, per piacerti, muoia”. Aveva ragione Proust nel sostenere che i veri paradisi degli uomini sono quelli che si sono perduti.

Quando si acquistano prodotti di bellezza si acquistano solo apparentemente tali prodotti, in realtà si compera un po’ di bellezza, ovvero si cerca un sottile compromesso con il tempo. Si cerca semplicemente di trattenere tutti i possibili attimi fuggenti. Ogni boccetta, ogni crema, promette di ingannare leggermente il tempo. Tutti cerchiamo di scendere a patti con il tempo, di averne per noi una parte maggiore di quella assegnataci.

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Comprendere il tempo è anche viverlo.
Chi non ha mai tempo è povero come chi non ha denaro.
Viviamo con premura ogni cosa ed è come se non vivessimo alcunché.
Accelerare troppo il tempo di una vita è come se si ordinasse a un’orchestra di suonare tutto il brano in pochi secondi: alla fine il motivo principale dell’opera si trasformerebbe in un orribile grugnito.

L’unica verità è che il tempo non sappiamo esattamente cosa sia, ma c’è. Noi possiamo anche non occuparci di lui, è certo però che lui si occuperà di noi. Non va cercato nei calendari, né conviene guardare troppo a lungo nell’universo, perché il tempo è in noi. Pulsa con il cuore.

Non bisogna dare ascolto a chi vuole organizzarci il tempo da spendere, quello cosiddetto “libero”, cosi come è bene stare alla larga da quei puritani che vogliono trovare senso in ogni cosa che fanno. Il tempo è come l’aria, respiriamolo.

l tempo è la dimensione nella quale si concepisce e si misura il trascorrere degli eventi. Tutti gli eventi possono essere descritti in un tempo che può essere passato, presente o futuro. La complessità del concetto è da sempre oggetto di studi e riflessioni filosofiche e scientifiche da parte dell’uomo.

TEMPO E CAMBIAMENTO

Dalla nascita dell’universo, presumibilmente e secondo la conoscenza umana, inizia il trascorrere del tempo. I cambiamenti materiali e spaziali regolati dalla chimica e dalla fisica determinano, secondo l’osservazione, il corso del tempo. Tutto ciò che si muove e si trasforma è così descritto, oltre che chimicamente e fisicamente, anche a livello temporale. Alcuni esempi tra i più immediati della correlazione tra tempo e moto sono la rotazione della Terra attorno al proprio asse, che determina la distinzione tra il giorno e la notte, ed il suo percorso ellissoidale intorno al Sole (la cosiddetta rivoluzione), che determina le variazioni stagionali.

Il dato certo dell’esperienza è che tutto ciò che interessi i nostri sensi è materia, ovvero trasformazione di materia, visto che tutti gli oggetti materiali si modificano. Alcuni impiegano tempi brevi, altri in modo lento; ma tutti sono destinati a trasformarsi. La materia è, e (contestualmente) diviene (ossia assume altra forma). L’ovvietà di questa asserzione non tragga in inganno: essa sottende una contraddizione, perché l’essere di un oggetto è certificato dalla sua identità (nel tempo), ovvero dal suo permanente esistere; il divenire, invece, presuppone la trasformazione, ovvero la diversità (della forma), per cui impone un “prima” e un “dopo”, vale a dire un (intervallo di) “tempo”. Il tempo “origina” dalla trasformazione della materia. La percezione del “tempo” è la presa di coscienza che la realtà di cui siamo parte si è materialmente modificata. Se osservo una formica che si muove, la diversità delle posizioni assunte certifica che è trascorso un “intervallo di tempo”. Si evidenzia “intervallo” a significare che il tempo è sempre una “durata” (unico sinonimo di tempo), ha un inizio ed una fine.

DISTANZE MISURABILI CON IL TEMPO

Nel linguaggio d tutti i giorni spesso si usa il tempo come misuratore di distanze, per indicare la durata di un percorso i (come ad esempio: “mezz’ora d’automobile”, “un giorno di viaggio”, “10 minuti di cammino”).

Dato che la velocità è uguale a spazio percorso diviso l’intervallo di tempo impiegato a percorrere quello spazio, si può fare un’inferenza implicita sulla velocità media tenuta dal corpo in movimento. Si valorizza così in modo approssimato la distanza a livello temporale, in relazione al fatto che lo spazio percorso può essere espresso come la velocità media (all’incirca nota), moltiplicata per l’intervallo di tempo interessato. Tecnicamente, però, espressioni come “un anno luce” non esprimono un intervallo di tempo, ma una distanza avendone nota la velocità: infatti più precisamente l’anno luce si può esprimere come “la distanza percorsa dalla luce in un anno“, conoscendone esattamente la velocità (appunto la Velocità della luce). In questi casi particolari, una locuzione contenente riferimenti al tempo indica quasi sempre distanze precise nello spazio, al punto da assurgere al ruolo di unità di misura.

LA MISURA DEL TEMPO

L’unità di misura standard del Sistema Internazionale è il secondo. In base ad esso sono definite misure più ampie come il minuto, l’ora, il giorno, la settimana, il mese, l’anno, il lustro, il decennio, il secolo ed il millennio. Il tempo può essere misurato, esattamente come le altre dimensioni fisiche. Gli strumenti per la misurazione del tempo sono chiamati orologi. Gli orologi molto accurati vengono detti cronometri. I migliori orologi disponibili (al 2010) sono gli orologi atomici.

Esistono svariate scale temporali continue di utilizzo corrente: il tempo universale, il tempo atomico internazionale (TAI), che è la base per le altre scale, il tempo coordinato universale (UTC), che è lo standard per l’orario civile, il tempo terrestre (TT), ecc. L’umanità ha inventato i calendari per tenere traccia del passaggio di giorni, settimane, mesi e anni.

  • 60 secondi       = 1 minuto (mn)
  • 60 minuti        = 1 ora (h)
  • 24 ore               = 1 giorno
  • 7 giorni            = 1 settimana
  • 10 giorni          = 1 decade
  • 30 giorni         = 1 mese (in media)
  • 12 mesi            = 1 anno
  • 365 giorni ¼  = 1 anno
  • 5 anni               = 1 lustro
  • 10 anni             = 1 decennio
  • 100 anni           = 1 secolo
  • 1000 anni        = 1 millennio

 

  • 1                      = anno
  • 12                    = mesi
  • 52                   = settimane
  • 365                 = giorni
  • 8.760             = ore
  • 525.600        = minuti
  • 31.536.000  = secondi

 

  • 1 giorno solare medio                              = 24 h 3 min 56,555 sec.
  • 1 giorno siderale                                       = 23 h 56 min 4,091 sec.
  • 1 giorno solare tropicale o equinoziale = 365,2422 giorni o 365 giorni 5h 48 min. 46 sec.
  • 1 anno siderale                                          = 365,2564 giorni o 365 giorni 6h 9 min. 9,5 sec.
  • 1 mese lunare                                            = 29,5306 giorni
  • 1 mese siderale                                          = 27,3217 giorni
  • 1 anno lunare                                             = 354 giorni o 12 mesi lunari

I Giorni della Settimana

  • Lunedì          –   Lunae dies          – giorno della Luna
  • Martedì        –   Martis dies         – giorno di Marte
  • Mercoledì    –   Mercurii dies     – giorno di Mercurio
  • Giovedì        –   Jovis dies            – giorno di Giove
  • Venerdì       –   Veneris dies        – giorno di Venere
  • Sabato         –   ebraico Shabbat – giorno di riposo
  • Domenica  –    Dies Dominica   – giorno del Signore

I Mesi dell’Anno

  • Gennaio          –    Juanuaris       – Giano dio romano delle porte
  • Febbraio         –    Februaris        – Februs periodo di purificazione
  • Marzo              –   Marte               – Dio romano della guerra
  • Aprile              –   Aprilis              – Aprire
  • Maggio           –   Majus Mensis – Maia dea della primavera
  • Giugno           –   Junius               – Giunone dea del matrimonio
  • Luglio             –  Julius                – Cesare
  • Agosto            –  Augustus          – I° imperatore romano
  • Settembre     –   Septem             – Settimo mese del calendario latino
  • Ottobre         –   Octo                   – Ottavo mese del calendario latino
  • Novembre    –   Novem              – Nono mese del calendario latino
  • Dicembre     –   Decem               – Decimo mese del calendario latino

CONCETTO DI TEMPO IN GEOLOGIA

Il concetto di tempo in geologia è un argomento complesso in quanto non è quasi mai possibile determinare l’età esatta di un corpo geologico o di un fossile. Molto spesso le età sono relative (prima di…, dopo la comparsa di…) o presentano un margine di incertezza, che cresce con l’aumentare dell’età dell’oggetto. Sin dagli albori della geologia e della paleontologia si è preferito organizzare il tempo in funzione degli organismi che hanno popolato la Terra durante la sua storia: il tempo geologico ha pertanto struttura gerarchica e la gerarchia rappresenta l’entità del cambiamento nel contenuto fossilifero tra un’età e la successiva. Solo nella seconda metà del XX secolo, con la comprensione dei meccanismi che regolano la radioattività, si è iniziato a determinare fisicamente l’età delle rocce. La precisione massima ottenibile non potrà mai scendere al di sotto di un certo limite in quanto i processi di decadimento atomico sono processi stocastici e legati al numero di atomi radioattivi presenti all’interno della roccia nel momento della sua formazione. Le migliori datazioni possibili si attestano sull’ordine delle centinaia di migliaia di anni per le rocce con le più antiche testimonianze di vita (nel Precambriano) mentre possono arrivare a precisioni dell’ordine di qualche mese per rocce molto recenti. Un’ulteriore complicazione è legata al fatto che molto spesso si confonde il tempo geologico con le rocce che lo rappresentano. Il tempo geologico è un’astrazione, mentre la successione degli eventi registrata nelle rocce ne rappresenta la reale manifestazione. Esistono pertanto due scale per rappresentare il tempo geologico, la prima è la scala geocronologica, la seconda è la scala cronostratigrafica. In prima approssimazione comunque, le due scale coincidono e sono intercambiabili.

IL TEMPO NELLA FILOSOFIA E NELLA FISICA

CONCETTI E PARADOSSI NELL’ANTICHITA’ CLASSICA

I paradossi di Zenone (che molti secoli dopo sarebbero stati di aiuto nello sviluppo del calcolo infinitesimale) sfidavano in modo provocatorio la nozione comune di tempo.
Il paradosso più celebre è quello di Achille e la tartaruga: secondo il suo ragionamento, attenendosi strettamente alle regole logiche, l’eroe greco (detto “pié veloce” in quanto secondo la mitologia greca era “il più veloce tra i mortali”) non raggiungerebbe mai una tartaruga. L’esempio è molto semplice: supponiamo che inizialmente Achille e la tartaruga siano separati da una distanza x e che la velocità dell’eroe corrisponda a 10 volte quella dell’animale. Achille comincia a correre fino a raggiungere il punto x dove si trovava la tartaruga ma essa, nel frattempo, avrà percorso una distanza uguale a 1/10 di x. Achille prosegue e raggiunge il punto “x + 1/10 di x” mentre la tartaruga ha il tempo di compiere una distanza di 1/100 di x (1/10 di 1/10 di x), distanziando nuovamente l’inseguitore. Continuando all’infinito Achille riuscirà ad avvicinarsi sempre di più all’animale il quale però continuerà ad avere un sempre più piccolo ma comunque sempre presente distacco. La paradossale conclusione di Zenone era: Achille non raggiungerà mai la tartaruga.

Secondo il maestro di Zenone, Parmenide, la vera essenza della realtà è eterna (in cui coesistono presente, passato e futuro). Quindi il mutamento e lo spostamento sarebbero solo mere illusioni degli esseri umani.

Anche Platone è stato influenzato da questa concezione. Secondo la sua celebre definizione il tempo è “l’immagine mobile dell’eternità”. Per Aristotele, invece, è la misura del movimento secondo il “prima” e il “poi”, per cui lo spazio è strettamente necessario per definire il tempo. Solo Dio è motore immobile, eterno ed immateriale.

Secondo S. Agostino il tempo è stato creato da Dio assieme all’Universo, ma la sua natura resta profondamente misteriosa, tanto che il filosofo, vissuto tra il IV e il V secolo d.C., afferma ironicamente: “Se non mi chiedono cosa sia il tempo lo so, ma se me lo chiedono non lo so”. Tuttavia S. Agostino critica una concezione del tempo aristotelica inteso come misura del moto (degli astri): nelle “Confessioni” afferma che il tempo è “distensione dell’animo” ed è riconducibile a una percezione propria del soggetto che, pur vivendo solo nel presente (con l’attenzione), ha coscienza del passato grazie alla memoria e del futuro in virtù dell’attesa.

Dal tempo soggettivo alla teoria della relatività

È stato il filosofo tedesco Immanuel Kant a cambiare radicalmente questo modo di vedere, grazie alla sua cosiddetta nuova “rivoluzione copernicana“, secondo la quale al centro della filosofia non si deve porre l’oggetto ma il soggetto: il tempo diviene allora, assieme allo spazio, una “forma a priori della sensibilità”. In sostanza se gli esseri umani non fossero capaci di avvertire lo scorrere del tempo non sarebbero neanche capaci di percepire il mondo sensibile e i suoi oggetti che, anche se sono inconoscibili in sé, sono collocati nello spazio. Quest’ultimo è definito come “senso esterno”, mentre il tempo è considerato un “senso interno”: in ultima analisi tutto ciò che esiste nel mondo fisico viene percepito e ordinato attraverso le strutture a priori del soggetto e ciò che, in prima battuta, viene collocato nello spazio viene poi ordinato temporalmente (come dimostra la nostra memoria).

Un altro grande progresso del pensiero è stato la formulazione della teoria della relatività (“ristretta” nel 1905 e “generale” nel 1916) di Einstein, secondo la quale il tempo non è assoluto, ma dipende dalla velocità (quella della luce è una costante universale: c = circa 299.792,458 km al secondo) e dal riferimento spaziale che si prende in considerazione. Secondo Einstein è più corretto parlare di spaziotempo, perché i due aspetti (cronologico e spaziale) sono inscindibilmente correlati tra loro; esso viene modificato dai campi gravitazionali, che sono capaci di deflettere la luce e di rallentare il tempo (teoria della relatività generale). Secondo la relatività ristretta il tempo di un osservatore è uguale a quello di un altro osservatore solo se viene moltiplicato per un certo fattore che dipende dalla velocità relativa dei due osservatori. Se noi rimanessimo sulla Terra e potessimo vedere un razzo che viaggia velocissimo nello spazio osserveremmo che il suo equipaggio si muove al rallentatore.

Più ci si muove velocemente più il tempo rallenta – (teoria della relatività di A. Einstein).

La teoria della relatività genera quindi in merito al tempo anche dei paradossi apparenti. Uno dei più noti è il cosiddetto paradosso dei gemelli. La premessa del paradosso è che esistano due gemelli, di cui uno parte per un viaggio interstellare con un’astronave capace di andare a una velocità prossima a quella della luce, mentre l’altro rimane sulla Terra. Secondo le naturali conseguenze della relatività, il primo gemello, al suo ritorno sulla Terra, sarà più giovane del fratello gemello rimasto. Tuttavia, secondo la stessa relatività tutti i sistemi di riferimento sottoposti ad uguale moto (e quindi privi di accelerazioni e di cambiamenti di direzione) sono uguali tra di loro. Secondo il sistema di riferimento del gemello partito con l’astronave è stata la Terra a muoversi ad una velocità prossima a quella della luce, e quindi secondo il gemello-astronauta, in maniera del tutto legittima, dovrebbe risultare più giovane il gemello rimasto sulla Terra. Il paradosso consiste quindi in questo: Qual è il gemello più giovane? o, in altre parole, per quale dei due è passato meno tempo? Esso si risolve considerando i cambiamenti di moto che il gemello sull’astronave ha fatto e che la Terra (verosimilmente) non ha seguito: ha accelerato durante la partenza, ha “fatto retromarcia” per tornare sulla Terra dopo aver raggiunto la sua meta, magari quando l’aveva raggiunta si è fermato, e ha decelerato per riuscire a fermarsi nelle vicinanze della Terra o dell’altra destinazione. Avendo fatto tutti questi movimenti “in più”, ne consegue, relativisticamente parlando, che è il gemello sull’astronave il più giovane. Premesso questo, quanti saranno gli anni di differenza tra i due è possibile calcolarlo grazie alle formule della relatività, ma l’aspetto più interessante è che si possa viaggiare nel futuro, almeno teoricamente (questo pone dei problemi al concetto di libero arbitrio). La teoria della relatività, tra l’altro, cambia radicalmente la nozione di simultaneità (due eventi possono avvenire contemporaneamente per un osservatore ma non per un altro), ma anche di lunghezza (un metro si accorcia più si avvicina alla velocità della luce, ma solo se confrontato con un altro metro rimasto, ad esempio, sulla Terra). Anche il concetto di causalità viene in parte modificato, dato che un certo segnale – che per Einstein non può mai viaggiare più velocemente della luce – deve avere il tempo di andare da un punto a un altro perché possa influenzare l’altro. Recentemente nell’ambito della Teoria dei Sistemi di Riferimento è stato introdotto il concetto di tempo inerziale che consente di superare i paradossi summenzionati e di pervenire anche a una nuova definizione di simultaneità.

SIMULTANEITA’ E CASUALITA’

Eventi distinti tra loro possono essere simultanei oppure distanziarsi in proporzione a un certo numero di cicli di un determinato fenomeno, per cui è possibile quantificare in che misura un certo evento avvenga dopo un altro. Il tempo misurabile che separa i due eventi corrisponde all’ammontare dei cicli intercorsi. Convenzionalmente tali cicli si considerano per definizione periodici entro un limite di errore sperimentale. Tale errore sarà percentualmente più piccolo quanto più preciso sarà lo strumento (orologio) che compie la misura. Nel corso della storia dell’uomo gli orologi sono passati dalla scala astronomica (moti del Sole, della Terra) a quella quantistica (orologi atomici) raggiungendo progressivamente precisioni crescenti. Uno dei modi di definire il concetto di dopo è basato sull’assunzione della causalità. Il lavoro compiuto dall’umanità per incrementare la comprensione della natura e della misurazione del tempo, con la creazione e il miglioramento dei calendari e degli orologi, è stato uno dei principali motori della scoperta scientifica.

Ulteriori sviluppi: il tempo come percezione, l’intangibilità

Einstein ebbe alcune discussioni sul tempo con grandi pensatori della sua epoca, tra cui il filosofo francese Henri Bergson, che attribuisce grande importanza agli stati di coscienza piuttosto che al tempo spazializzato della fisica (si veda “Durata e simultaneità” del 1922). Per Bergson il tempo concretamente vissuto è una durata “reale” a cui lo stato psichico presente conserva da un lato il processo da cui proviene (attraverso la memoria), ma naturalmente costituisce anche qualcosa di nuovo. Dunque non c’è soluzione di continuità tra gli stati della coscienza: esiste una continua evoluzione, un movimento vissuto che la scienza non può spiegare pienamente con i suoi concetti astratti e rigidi, nonostante il riconoscimento dei suoi grandi progressi. L’ingegnere J. W. Dunne sviluppò una teoria del tempo dove considerava la nostra percezione del tempo similarmente alle note suonate su un piano. Avendo avuto un numero di sogni premonitori, decise di tenere traccia dei suoi sogni e trovò che contenevano eventi passati e futuri in quantità equivalenti. Da questo concluse che nei sogni riusciamo a sfuggire al tempo lineare. Ci si possono porre quindi le seguenti domande:

  • “Che cos’è il tempo?”
  • “Come si definisce una unità di misura per esso (il tempo) prescindendo dalle conoscenze late della comune opinione?”

È nel tentativo di dare una risposta rigorosa a queste domande che ci si accorge delle difficoltà e dei pregiudizi. L’unico modo convincente di rispondere alla domanda “che cos’è il tempo” è forse quello operativo, dal punto di vista strettamente fisico-sperimentale: “il tempo è ciò che si misura con degli strumenti adatti”. Se si segue coerentemente sino in fondo questa definizione, si constata facilmente che tutti gli strumenti di misura del tempo (“orologi”) si basano sul confronto (e conseguente conteggio) tra un movimento nello spazio (ad esempio la rotazione o la rivoluzione terrestre) e un altro movimento “campione” (meccanico, idraulico, elettronico), con sufficienti caratteristiche di precisione e riproducibilità.

Può essere interessante anche notare che il campione di movimento deve essere sempre un moto accelerato (rotazione, oscillazione lineare o rotatoria), mentre non è campione idoneo il moto rettilineo uniforme. Altrettanto importante è notare che il metodo di confronto del movimento con il campione si fonda necessariamente sulla trasmissione di segnali elettromagnetici (es. luminosi, ma non solo), le cui proprietà influiscono quindi direttamente sul risultato della misura: da ciò conseguono in modo quasi ovvio le formulazioni della interdipendenza tra coordinate spaziali, asse temporale e velocità della luce espresse della relatività ristretta.

In base a queste osservazioni, data la totale sovrapponibilità degli effetti operativi, si potrebbe addirittura assumere direttamente quale definizione del tempo, in fisica, l’identità con il movimento stesso. In questo senso, l’intero Universo in evoluzione si può considerare il vero fondamento della definizione di tempo; si noti l’importanza essenziale della specifica “in evoluzione”, ossia in movimento vario, accelerato: senza movimento, senza variazione anche il tempo scompare!

Questa è anche la tesi dell’ingegnere Henri Salles, che nel suo libro “Does time exist? – an energetic implementation of motion” dimostra che è possibile fare a meno del concetto di tempo per spiegare il movimento. Salles implementa un modello fisico della realtà basato unicamente sui concetti di spazio e di energia e mette in luce la mancanza di coerenza della fisica tradizionale che scade, secondo lui, nella speculazione matematica laddove costruisce teorie partendo da concetti non fondamentali perché non tangibili (come appunto sarebbe quello di tempo). Un evidente esempio di contraddizioni, eliminabili con la definizione di tempo come movimento, sono le questioni del significato del tempo negativo e della possibilità di tornare indietro nel tempo.

LA PERCEZIONE DEL TEMPO

A volte si percepisce il passare del tempo come più rapido (“il tempo vola”), significando che la durata appare inferiore a quanto è in realtà; al contrario accade anche di percepire il passare del tempo come più lento (“non finisce mai”). Il primo caso viene associato a situazioni piacevoli, o di grande occupazione, mentre il secondo si applica a situazioni meno interessanti o di attesa (noia). Inoltre sembra che il tempo passi più in fretta quando si dorme. Il problema della percezione del tempo si trova in stretta correlazione con i problemi relativi al funzionamento ed alla fisiologia del cervello.

La percezione del tempo nelle diverse culture

Il tempo, così come lo spazio, è una categoria a priori ma non per questo non gli viene dato un significato e una rappresentazione diversa in ogni cultura. Si può affermare, in maniera generale, che esso venga percepito come il variare della persona e delle cose.

Sempre generalmente, vi sono due idee fondamentali del tempo:

  • Pensiero cronometrico occidentale: il tempo viene visto come un’entità lineare e misurabile. Questa visione risponde alla necessità di ottimizzare il proprio tempo e dipende dall’organizzazione economica.
  • Tempo ciclico e puntiforme: nelle società tradizionali il tempo viene scandito attraverso il passare delle stagioni o secondo eventi contingenti (es. il mercato della domenica).

Molte società possono essere comunque considerate “a doppio regime temporale”. C’è quindi un tempo qualitativo, legato all’esperienza, che dipende dalla necessità di alcune società di frazionare il tempo per contingenza, ed un tempo quantitativo, astratto e frazionabile, che sta man mano, con la globalizzazione, diventando dominante.

Ora Legale. Invenzione di B. Franklin. Prima volta in vigore in Italia nel 1916. Poi definitivamente con regolarità dal 1966.

AFORISMI SUL TEMPO

Il Tempo – Secondo Aristotele è il numero del movimento secondo il prima e il poi. Di conseguenza, come il luogo non esiste senza i corpi, così il tempo non esiste senza le cose che mutano.

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L’Infinito – Secondo Aristotele non può esistere in atto, cioè come sostanza o attributo di una sostanza, in quanto ogni realtà in atto è determinata e compiuta. L’infinito esiste solo come potenza.

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Eternità – Ciò che dura infinitamente nel tempo ciò che sussiste intemporalmente, ossia fuori del tempo.

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Brevissima e ansiosissima è la vita di quelli che dimenticano il passato, non curano il presente, temono il futuro. (Seneca; De brevitate vitae)

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L’uomo di natura calma e serena sente appena il peso dell’età; ma per chi è di opposta natura sono un greve fardello così la giovinezza come la vecchiaia. (Platone – La Repubblica)

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La vita segue un corso ben preciso, arricchisce ogni età di qualità proprie. È proprio per questo che la debolezza dei bambini, la foga dei giovani, la serietà degli adulti, la maturità della vecchiaia, sono caratteristiche del tutto naturali e vanno apprezzate a tempo debito. (Cicerone, De Senectute)

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Ci divertiamo, amiamo, ci arricchiamo, cerchiamo gloria e potere… ma tutte queste cose sono soltanto un anestetico che utilizziamo per trascorrere i giorni. Ma la battaglia di ogni esistenza contro il tempo passa per questa via. Dobbiamo illuderci per non disperarci. L’orologio della nostra vita comincia a ritmare i secondi dopo il primo vagito e ha già un’ora fissata. Per uscire da questa cupezza c’è la fede, la religione. I marxisti hanno ripetuto che è “l’oppio dei popoli!”. Potrebbe anche essere vero, ma non fino in fondo. La fede in Dio non è semplicemente un anestetico per vivere, ma una ragione di vita; non è una delle tante illusioni, ma un investimento.
Quando Blaise Pascal propose la sua scommessa – se Dio c’è guadagni tutto, se non c’è hai comunque vissuto bene e con speranza – voleva forse offrire un’assicurazione sulla vita a ogni uomo e non una illusione. Ecco: la religione è simile a una polizza che si tiene in tasca e che si andrà a incassare nel caso di necessità. L’illusione è diversa, è uno sciupìo del tempo. La prima ci rende sereni, la seconda ci addormenta momentaneamente. Soltanto una fede profonda può rendere ragione dei giorni che passano, altrimenti c’è solo da illudersi. Comprendere il tempo è anche viverlo. Chi non ha mai tempo è povero come chi non ha denaro. Ed è inutile avere tanto denaro se non si ha tempo. Il nostro è un mondo di chi non ha mai tempo. Viviamo con premura ogni cosa ed è come se non vivessimo alcunché. Accelerare troppo il tempo di una vita è come se si ordinasse a un’orchestra di suonare tutto un brano in pochi secondi: alla fine il motivo principale dell’opera si trasformerebbe in un orribile grugnito. L’unica verità è che il tempo non sappiamo cosa sia, ma c’è. Non va cercato nei calendari, perché il tempo è in noi, pulsa con il cuore, se ne sta nell’anima o in qualche cosa che le assomiglia. Il tempo è come l’aria: respiriamolo.

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La giovinezza non è un periodo della vita, è uno stato d’animo che consiste in una certa forma di volontà, in una disposizione dell’immaginazione, in una forza emotiva; nel prevalere dell’audacia sulla timidezza e della sete dell’avventura sull’amore per le comodità. Non si invecchia per il semplice fatto di aver vissuto un certo numero di anni, ma solo quando si abbandona il proprio ideale. Se gli anni tracciano i loro solchi sul corpo, la rinuncia all’entusiasmo li traccia sull’anima. La noia, il dubbio, la mancanza di sicurezza, il timore e la sfiducia sono lunghi anni che fanno chinare il capo e conducono lo spirito alla morte. Essere giovani significa conservare a sessanta o settant’anni l’amore del meraviglioso, lo stupore per le cose sfavillanti e per i pensieri luminosi; la sfida intrepida lanciata agli avvenimenti, il desiderio insaziabile del fanciullo per tutto ciò che è nuovo, il senso del lato piacevole dell’esistenza. Voi siete giovani come la vostra fiducia, vecchi come la vostra sfiducia, giovani come la vostra sicurezza, vecchi come il vostro timore, giovani come la vostra speranza, vecchi come il vostro sconforto. Resterete giovani finché il vostro cuore saprà ricevere i messaggi di bellezza, di audacia, di grandezza e di forza che vi giungano dalla terra, da un uomo o dall’infinito. Quando tutte le fibre del vostro cuore saranno spezzate e su di esso si saranno accumulate le nevi del pessimismo e il ghiaccio del cinismo, è solo allora che diverrete vecchi e possa Iddio avere pietà della vostra anima. (Samuel Ullman)

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Nelle società tradizionali statiche che si evolvono lentamente, il vecchio racchiude in se stesso il patrimonio culturale della comunità. Il vecchio sa per esperienza quello che gli altri non sanno ancora, e hanno bisogno di imparare da lui, sia nella sfera etica, sia in quella di costume, sia in quella delle tecniche di sopravvivenza. Nelle società evolute, il mutamento sempre più rapido sia dei costumi sia delle arti ha capovolto il rapporto tra chi sa e chi non sa. Il vecchio diventa sempre più colui che non sa. (Norberto Bobbio, De Senectute)

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Non trovo “lungo”, ciò che, in ogni modo ha fine. Infatti quando arriva la fine, il passato è svanito. Non resta che ciò che hanno potuto conferirci la pratica delle virtù e le azioni ben condotte. Le ore fuggono come passano i giorni, i mesi, gli anni. Il tempo perso non ritorna più e nessuno conosce l’avvenire. Accontentiamoci del tempo che ci è dato vivere, qualunque esso sia. (Cicerone, De Senectute)

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Apprezzo l’adolescente in cui c’è qualcosa del vecchio e il vecchio in cui c’è qualcosa dell’adolescente. Coloro che lo capiranno, forse, invecchieranno nel corpo, ma mai nello spirito. (Cicerone, De Senectute)

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Quando si è vecchi, non si riesce a sottrarsi alla tentazione di riflettere sul proprio passato. Delle tre dimensioni del tempo, per chi è vecchio, solo il passato esiste col suo peso schiacciante di ricordi che non se ne vogliono andare e talora ricompaiono improvvisamente dopo anni che parevano svaniti. Il presente è sfuggente. Il futuro, che è il regno dell’immaginazione e della fantasticheria, si riduce di giorno in giorno sino a scomparire del tutto. (Norberto Bobbio, De Senectute)

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Il rispetto per la vecchiaia è rapportato alla misura in cui si resiste ad essa, la si afferma, le si riconosce il suo potere e la sua influenza fino all’ultimo respiro.

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A volte quando ricordiamo il lontano passato era davvero come lo ricordiamo o facciamo ricorso all’arte malinconica di chi è avanti negli anni, quella di inventare il passato?

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Il mondo dei vecchi, di tutti i vecchi, è, in modo più o meno intenso, il mondo della memoria. Si dice: alla fine tu sei quello che hai pensato, amato, compiuto. Tu sei quello che ricordi. Sono una tua ricchezza, oltre agli affetti che hai alimentato, i pensieri che hai pensato, le azioni che hai compiuto, i ricordi che hai conservato e non hai lasciato cancellare, e di cui dei rimasto il solo custode. Che ti sia permesso di vivere sino a che i ricordi non ti abbandonino e tu possa a tua volta abbandonarti a loro. La dimensione in cui vive il vecchio è il passato. Il tempo del futuro è per lui troppo breve perché si dia pensiero di quello che avverrà. La vecchiaia dura poco. Ma proprio perché dura poco impiega il tuo tempo non tanto per fare progetti per un futuro lontano che non ti appartiene più, quanto per cercare di capire, se puoi, il senso o il non senso della vita. Non dissipare il poco tempo che ti rimane. Ripercorri il tuo cammino. Ti saranno di soccorso i ricordi. Ma i ricordi non affiorano se non vai a scovarli negli angoli più remoti della memoria. Il rimembrare è un’attività mentale che spesso non eserciti perché è faticosa o imbarazzante. Ma è un’attività salutare. Nella rimembranza ritrovi te stesso, la tua identità, nonostante i molti anni trascorsi, le mille vicende vissute. Trovi gli anni perduti da tempo, i giochi di quando eri ragazzo, i volti, la voce, i gesti dei tuoi compagni di scuola, i luoghi, soprattutto quelli dell’infanzia, i più lontani nel tempo ma più nitidi nella memoria. Il grande patrimonio del vecchio è nel mondo meraviglioso della memoria, fonte inesauribile di riflessioni su noi stessi, sull’universo in cui siamo vissuti, sulle persone e gli eventi che lungo la via hanno attratto la nostra attenzione.
Meraviglioso, questo mondo, per la quantità e la varietà insospettabile e incalcolabile delle cose che ci sono dentro: immagini di volti scomparsi da tempo, di luoghi visitati in anni lontani e non mai più riveduti, personaggi di romanzi letti quando eravamo adolescenti, frammenti di poesie imparate a memoria a scuola e mai più dimenticati; e quante scene di film e quanti volti di attori e attrici dimenticati da chi sa quanto tempo ma sempre pronti a ricomparire nel momento in cui ti viene il desiderio di rivederli e quando li rivedi provi la stessa emozione della prima volta; e quanti motivi di canzoni, arie di opere, brani musicali, che ricanti dentro di te, accompagnando quelle note bisbigliate e quel ritmo segnato da moti impercettibili del corpo, con l’immagine di quel cantante o di quel musicista. L’età della vecchiaia, una volta veniva chiamata l’età della saggezza. Una volta, quando la corsa del tempo era meno accelerata, i mutamenti storici meno rapidi. Ora non più. Nelle civiltà tradizionali il vecchio ha sempre rappresentato il custode della tradizione, il depositario del sapere della comunità. Anatole France diceva che i vecchi amano troppo le loro idee e perciò sono di ostacolo al progresso. Il progresso tecnico, specie quello scientifico e quello tecnologico, è cosi vertiginoso e, quel che è più, irreversibile, che il vecchio, non avendo più l’elasticità mentale per seguirlo, rischia sempre di restare indietro. Tra la sempre maggiore rapidità con cui mutano le nostre conoscenze e la maggiore lentezza del vecchio nell’apprendimento c’è un contrasto insanabile. Riteniamo che la storia progredisca quando avviene il passaggio dal vecchio al nuovo, e regredisca quando il vecchio oppone resistenza alla nascita del nuovo. Secondo l’analogia tradizionale tra il ciclo di una civiltà e il ciclo della vita, la decadenza di una civiltà coincide con la sua vecchiaia. La vecchiaia dell’uomo, come quella di una civiltà, è il crepuscolo che annunzia la notte. La vecchiaia è anche l’età dei bilanci. E i bilanci sono sempre un po’ melanconici, intesa la malinconia come la coscienza dell’incompiuto, dell’imperfetto, della sproporzione tra i buoni propositi e le azioni compiute. Sei arrivato al termine della vita e hai l’impressione, per quel che riguarda la conoscenza del bene e del male, di essere rimasto al punto di partenza. Tutti i grandi interrogativi sono rimasti senza risposta. Dopo aver cercato di dare un senso alla vita, e che la vita deve essere accettata e vissuta nella sua immediatezza come fa la stragrande maggioranza degli uomini. Nella vecchiaia si affollano le ombre del passato, tanto più invadenti quanto più lontane nel tempo. È incredibile quante immagini tornano che sembravano scomparse per sempre. Tu sei il loro inconsapevole custode. Sei il responsabile della loro sopravvivenza. Nel momento stesso in cui appaiono fugacemente nella tua memoria, rivivono, sia pure per un attimo. Se lo lasci svanire quel volto che improvvisamente ti è apparso, è morto per sempre. (N. Bobbio; De Senectute)

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Il vero saggio come dei cibi sceglie i migliori, non la quantità, così non il tempo più lungo si gode, ma il più dolce. Chi ammonisce poi il giovane a vivere bene e il vecchio a ben morire è stolto, per la dolcezza che c’è sempre nella vita, anche da vecchi.

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Uno in libertà può fare qualunque cosa. L’importante è che la senta sua. La fatica di un lavoro non conta se lo si fa per se stessi: diventa un problema se lo si vende. E’ la passione che uno decide di investire in un impegno il metro autonomo per giudicare la qualità di quello che facciamo. Non esistono cose di per sé più o meno importanti nella vita. La rilevanza delle cose dipende tutta dal valore che tu attribuisci loro in un determinato momento. Molte volte pensiamo che esistano delle idee importanti alle quali ci agganciamo per campare e sulle quali misuriamo la nostra coerenza. Le cose forse non stanno così: Non sono le idee che ci sostengono, siamo noi che reggiamo le idee. Bisogna chiarire il rapporto con i soldi. I soldi sono necessari. Però è altrettanto necessario stabilire quanti te ne servono. Se non sai quanti ne vuoi, non stabilisci il traguardo al quale fermarti. Fatichi all’infinito. Questo comportamento dissennato lo vedi tanto nei ricchi quanto nei poveri. Arraffano ingordamente danaro come se dovessero vivere in eterno. I bisogni umani sono limitati perché limitata è la vita… Chi non ha il senso del limite, non ha il senso della vita. I ricchi accumulano all’infinito perché non hanno il senso della morte. (Seneca; Il Tempo)

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Noi pensiamo alla morte come a qualcosa che sta davanti a noi, mentre in gran parte è già alle nostre spalle: tutta l’esistenza trascorsa è già in suo potere. Allora, tieni stretto il tuo tempo ora per ora; dipenderai meno dal futuro, se avrai in pugno il presente. (Seneca – Il tempo)

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Il solo modo proficuo di spendere il nostro tempo è l’acquisto e la pratica della sapientia: questo è il vero otium; ogni altra cosa – vita politica, la ricerca del lusso e del piacere che costituisce il volgare otium – è da respingere. (Seneca; De brevitate vitae)

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In epoche lontane dalla nostra civiltà, in Cina, in India, l’uomo più stimato era quello dotato di alte qualità morali e spirituali. Anche il maestro era non soltanto una fonte di informazione, ma aveva la funzione di comunicare certe qualità umane. Se non riusciamo a tener viva una visione di vita matura, allora dobbiamo rassegnarci alla probabilità che tutta la nostra tradizione culturale possa crollare. Questa tradizione non si basa soltanto sulla cultura che ci è stata tramandata, ma su certi tratti umani. Se le generazioni future non vedranno più questi tratti, una civiltà di cinquemila anni crollerà, anche se la sua cultura è stata tramandata e sviluppata.

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E’ un privilegio della prima gioventù vivere d’anticipo sul tempo a venire, in un lusso ininterrotto di belle speranze che non conosce soste o attimi di riflessione. Ci si chiude alle spalle il cancelletto dell’infanzia, e si entra in un giardino di incontri. Persino la penombra qui brilla di promesse. A ogni svolta il sentiero ha le sue seduzioni. E non perché sia questo un paese inesplorato. Lo sappiamo bene che l’umanità tutta é passata di li. E’ piuttosto l’incontro dell’universale esperienza, da cui ci aspettiamo emozioni non ordinarie o personali, qualcosa che sia solo nostro. Si va avanti ritrovando i solchi lasciati dai nostri predecessori… Si va avanti. E anche il tempo va, fino a quando innanzi a noi si profila una linea d’ombra, ad avvertirci che bisogna dare addio anche al paese della gioventù. (J. Conrad, La linea d’ombra)

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Quando ci si sposta alla velocità della luce, il tempo passa più lentamente, i tempi biologici del corpo vengono rallentati, come se all’interno delle cellule ci fossero tanti orologi che subiscono un rallentamento per effetto della velocità.

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Si dice sempre che il tempo è denaro. Ma bisogna ricordarsi che l’equazione non è reversibile: Il denaro non è tempo. Il tempo è vita. Io decido dove investirla: nella pesca, nell’orto, al sindacato, in famiglia. Questa è libertà. Una parola grossa che bisogna imparare presto a riempire di cose piccole. Altrimenti è disperazione. Ci sono operai che fuori dal posto di lavoro si sentono spiazzati, inutili, sprecati. Sono convinti di impiegare al massimo il loro tempo e la loro vita solo quando le loro ore sono retribuite. Quando il padrone da loro un prezzo e quindi un valore. Non hanno altri sistemi di misura per giudicare il buon impiego della loro esistenza. Quindi dipendono dal metro del padrone che sono i soldi. Son costoro che quando andranno in pensione perderanno ogni senso della loro esistenza, perché ne avevano uno soltanto: la paga oraria. Quando cominciano a vivere di rendita danno di matto. Non sanno più dove buttare il tempo e la vita. (Bertrand Russell)

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Girò la testa verso di lui, sorrise e lo salutò con la mano. E in quel momento mi si strinse il cuore! Quel sorriso e quel gesto appartenevano a una donna di vent’anni! La sua mano si era sollevata con una leggerezza incantevole. Era come se avesse lanciato in aria una palla colorata per giocare con il suo amante. Quel sorriso e quel gesto avevano fascino ed eleganza, mentre il volto e il corpo fascino non ne avevano più. Era il fascino di un gesto annegato nel non fascino del corpo. Ma la donna, anche se doveva sapere di non essere più bella, in quel momento l’aveva dimenticato. Con una parte del nostro essere viviamo tutti fuori dal tempo. Forse è solo in momenti eccezionali che ci rendiamo conto dei nostri anni, mentre per la maggior parte del tempo siamo dei senza età.  (Milan Kundera; L’Immortalità)

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Forse quello che noi chiamiamo futuro è già avvenuto e solo perché il nostro punto di vista è limitato non riusciamo a vederlo. Forse il futuro è già passato ed è per questo che alcuni riescono a leggerlo con la stessa facilità con cui noi vediamo la luce di una stella che in verità si è spenta da secoli. Il segreto sta tutto nel togliersi dalla dimensione del tempo; il tempo come siamo abituati a concepirlo, quello fatto di anni, di ore, di secondi.

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La vita scorre come un fiume da una parte il passato da cui tutti sembra voler fuggire, dall’altra il futuro verso cui tutti credono di dover correre. Su quale sponda la felicità?

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Quando si è in mezzo alla natura, senza altra presenza umana attorno, e la mente si libera dalle costrizioni della logica e la fantasia galoppa, i pensieri più assurdi si affacciano alla soglia della coscienza.

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Uno dei tanti bellissimi passaggi nel Siddharta di H. Hesse è quello in cui il principe, che diventerà presto Buddha, l’Illuminato, è seduto sulla riva del fiume e capisce che, senza più la misura del tempo, il passato e il futuro sono sempre presenti, come il fiume che allo stesso momento è là dove si vede, ma è anche alla sorgente e alla foce. L’acqua che ha ancora da passare è il domani, ma c’è già, è a monte; quella che è scivolata via è l’ieri, ma c’è ancora, altrove, a valle. Se nel guardare un fiume uno si siede in alto su di una collina, vede più fiume, nelle due direzioni: e con ciò più passato e più futuro.

*

Per avere a lungo vissuto e aver lasciato dietro di me tante persone, so ormai che i morti pesano non tanto per l’assenza, quanto per ciò che – tra loro e noi – non è stato detto.

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Quando si è vecchi ci si sente come foglie alla fine di settembre. La luce del giorno dura meno e l’albero piano piano comincia a richiamare a sé le sostanze nutritive. Azoto, Clorofilla e proteine vengono risucchiate dal tronco e con loro se ne va anche il verde, l’elasticità. Si sta ancora sospesi lassù ma si sa che è questione di poco. Una dopo l’altra cadono le foglie vicine, le guardi cadere, vivi nel terrore che si levi il vento.

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Tutto quello che si è amato viene distrutto. È forse una conseguenza dell’età? Si invecchia, il mondo cambia, e la malinconia del passato ci fa apparire brutto il presente e terrificante il futuro. Avere sempre voglia di aggiungere un pizzico di poesia alla propria vita, guardare il mondo con occhi nuovi, di rileggere i classici, di riscoprire che il sole sorge, che in cielo c’è la luna e che il tempo non è solo quello scandito dagli orologi.

*

Gran parte della vita ci scappa via mentre agiamo in modo sbagliato, la maggior parte mentre stiamo senza far niente, e l’intera esistenza trascorre in occupazioni inutili e che non ci riguardano veramente. Trovami uno che dia al tempo il giusto valore, che capisca quanto può essere importante una giornata, che si renda conto che noi moriamo un po’ ogni giorno! Perché questo è il punto: noi pensiamo alla morte come a qualcosa che sta davanti a noi, mentre in gran parte è già alle nostre spalle: tutta l’esistenza trascorsa è già in suo potere. (Seneca, il Tempo)

*

Nessuno valuta il tempo in sé… Eppure si gioca con la cosa più preziosa che ci sia; inganna perché è immateriale, perché non la si vede: per questo non le si da importanza, anzi è ritenuta quasi di nessun valore. Le rendite annue, gli stipendi si pagano cari, la gente se li suda e vi investe attività e impegno; al tempo invece nessuno dà valore; lo si usa con larghezza come si fa con una cosa che non costa nulla. (Seneca, il Tempo)

*

La vecchiaia sorprende gli uomini quando, nello spirito, non sono ancora cresciuti, e li coglie impreparati e inermi; non l’avevano previsto infatti; e ci si trovano dentro da un momento all’altro, senza aspettarselo: non si rendevano conto che la vecchiaia si avvicina un po’ tutti i giorni. Succede anche in viaggio: chi si lascia distrarre da una piacevole conversazione o dalla lettura di un libro o da un pensiero insistente si accorge di essere già arrivato prima ancora di rendersi conto che si sta avvicinando; così pure questo viaggio della vita, ininterrotto e veloce, che noi facciamo sempre con lo stesso passo da svegli e nel sonno, a chi è sempre affaccendato si manifesta solo al suo termine.

*

Voi vivete come se doveste vivere sempre, non pensate mai alla vostra fragilità, non volete considerare quanto del vostro tempo è già trascorso; buttate via il vostro tempo come se lo attingeste da una fonte inesauribile… Avete paura di tutto perché vi sapete mortali, ma tutto bramate, come se foste immortali. Molte volte si sente dire: “A cinquant’anni mi ritirerò a vita privata, coi sessanta abbandonerò ogni impegno”. Ma chi ti garantisce che vivrai ancora? Come puoi essere sicuro che tutto andrà come previsto? E poi non ti vergogni di riservare a te solo gli avanzi della tua vita, di dedicare al tuo equilibrio interiore solo il tempo che ormai non può essere impiegato per nessuna attività? È troppo tardi cominciare a vivere quando ormai è ora di smettere. (Seneca, il Tempo)

*

Preso nel vortice degli affari e degli impegni ciascuno consuma la propria vita, sempre in ansia per quello che accadrà, e annoiato di ciò che ha. Chi invece dedica ogni attimo del suo tempo alla propria crescita, chi dispone ogni giornata come se fosse la vita intera, non aspetta con speranza il domani né lo teme. (Seneca, il Tempo)

*

Cerchiamo dunque che ogni momento ci appartenga: ma non sarà possibile, se, prima, non cominceremo noi ad appartenere a noi stessi. (Seneca, il Tempo)

*

La vita si divide in tre momenti: passato, presente, futuro. Di questi il presente è breve, il futuro dubbio, il passato certo. Su quest’ultimo la sorte ha perduto ogni potere: il passato non può più dipendere dal capriccio di alcuno. …è la parte sacra e inviolabile del nostro tempo: sta al di sopra di tutti gli eventi umani, fuori dal dominio della sorte, non presenta incognite, non è toccato da povertà o malattie, non può essere sconvolta né esserci strappata; la si possiede così com’è per sempre, … basta un cenno e il passato ci sarà davanti e lo potremo valutare e trattenere… Il presente è brevissimo, tanto da poter sembrare inesistente; infatti è sempre in movimento, scorre, precipita, cessa di essere prima ancora di arrivare… (Seneca, il Tempo)

*

Vive veramente chi è utile all’umanità e sa usare se stesso; mentre coloro che stanno appartati e nell’inerzia, fanno della loro casa una tomba. Sulla soglia, al posto del nome, si potrebbe scrivere, come un’epigrafe sul marmo: sono già morti prima di morire. (Seneca, il Tempo)

*

Per non essere gli straziati martiri del tempo, ubriacatevi senza posa! Di vino, di poesia o di virtù: come vi pare! (C. Baudelaire)

*

Non c’è cosa più amara dell’alba di un giorno in cui nulla accadrà. Non c’è cosa più amara che l’inutilità. (C. Pavese, Lavorare stanca)

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I giovani hanno la memoria corta, e hanno gli occhi per guardare soltanto a levante; e a ponente non ci guardano altro che i vecchi, quelli che hanno visto tramontare il sole tante volte. (G. Verga – I Malavoglia)

*

Che cos’è il tempo? Se nessuno me lo domanda, lo so. Se voglio spiegarlo a chi me lo domanda, non lo so più. (Sant’Agostino – Le Confessioni)

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Il tempo scorre veloce – gli anni volano via – la giovinezza se ne va – la beltà svanisce; ma… l’amore aumenta – la gioia si raddoppia – il dolore si divide.

*

La vecchiaia è l’età in cui il rumore dei passi dei figli che salgono le scale da un’emozione più gradevole del rumore che fanno scendendole. (Diller P.)

*

Per un essere cosciente, esistere significa mutare, mutare significa maturarsi, maturarsi significa creare indefinitamente se stesso. (Bergson – l’Evoluzione creatrice)

*

Lo spazio euclideo – (tre dimensioni : altezza, lunghezza, profondità) noi viviamo in uno spazio a quattro dimensioni – il tempo.

*

Su per giù troverai sempre le medesime cose, di cui sono piene le antiche storie, di cui sono piene le città e le cose; nulla di nuovo, sono sempre le solite e effimere cose. (Marco Aurelio)

*

L’infanzia e la vecchiaia si assomigliano. In entrambe i casi, per motivi diversi, si è piuttosto inermi, non si è ancora – o non si è più – partecipi della vita attiva e questo permette di vivere con una sensibilità senza schemi, aperta.

*

Il 2000 a scatenato una serie di iniziative sostanzialmente inutili. Tutti prendono parte alla grande festa, anche se molti si rendono conto che soltanto le nostre convenzioni lo hanno trasformato in un appuntamento epocale. Abbiamo brindato a un’entità virtuale.

*

Terribile divoratore che svuoti le certezze, assottigli le speranze e fai accumulare i ricordi e ci rendi i tuoi straziati martiri.

*

Il tempo: ciò che l’uomo è sempre intento a cercare di ammazzare, ma che alla fine ammazza lui. (H. Spenser)

*

La sera si diventa più accorti per il giorno che è passato, ma non abbastanza per il giorno che deve venire.

*

Voi dite le stesse cose che dicevamo da ragazzi. È giusto. Ma un giorno altri ragazzi diranno lo stesso di voi. (Giovanni XXIII)

*

Dopo tutto, bisogna avere una gioventù; poco importa l’età alla quale si decide di essere giovani. (Henri Duvernois)

*

Il tempo è immagine dell’eternità e sta ad essa come il mondo sensibile sta a quello intelleggibile. (Plotino – Enneade)

*

Quand’ero giovane
la mia vita era come un fiore:
un fiore che lascia cadere
uno o due petali della sua ricchezza
e non ne avverte mai la mancanza
quando la brezza della primavera
viene a mendicare alla sua porta.

Ora, alla fine della giovinezza,
la mia vita è come un frutto,
che nulla ha da risparmiare,
e attende di offrirsi completamente
con tutta la propria dolcezza. (Tagore)

*

Sediamo in silenzio guardandoci attorno, ci è voluta una vita per impararlo. Sembra solo che i vecchi siano capaci di essere felici anche quando stanno l’uno accanto all’altro senza dir nulla. I giovani invece, vivaci e impazienti, devono sempre rompere il silenzio. Uno spreco, perché il silenzio è puro. Unisce le persone perché solo chi si sente a proprio agio in compagnia di un altro può fare a meno di parlare.

*

L’uomo che ha vissuto a lungo e quello che ha vissuto un tempo più breve, quando giunge per loro l’ora di morire, perdono una stessa e identica cosa. (Marco Aurelio, Colloqui con se stesso)

*

La maggior parte della gente non muore che all’ultimo momento; altri cominciano e si prendono vent’anni di anticipo e qualche volta anche di più. Sono gli infelici della terra.

*

Mi fere il sol che tra lontani monti, dopo il giorno sereno, cadendo si dilegua, e par che dica che la beata gioventù vien meno. (G. Leopardi, Il passero solitario)

*

Oilmé, oilmé, ch’i son tradito da’ giorni mie’ fugaci e dallo specchio che ‘l ver dice a ciascun che fisso ‘l guarda! (Michelangelo)

*

Dei nonni non si è ne orfani ne vedovi. Per moto naturale si lasciano lungo la strada, così, come per distrazione.

*

Ho capito di essere invecchiato quando al mio compleanno gli invitati si sono messi intorno alla torta per scaldarsi.

*

Finché il corpo funziona non ci si rende conto di che grande nemico possa essere; se si cede nella volontà di contrastarlo anche per un solo istante, si è già perduti.

*

Chi tempo aspetta, assai tempo si fugge: e ‘l tempo non aspetta, che via fugge. (Lorenzo Magnifico)

*

Passan vostre grandezze e vostre pompe, passan le signorie, passano i regni: ogni cosa mortal tempo interrompe. (Petrarca – Trionfo del tempo)

*

Er tempo, fija, è peggio d’una lima. Rosica sordo e t’assottija, che gnisun iorno sei quella de prima. (G.Belli)

*

Quando i tuoi amici cominciano a complimentarsi per la tua aria giovanile, puoi star certo che pensano che stai invecchiando.

*

Quanto è bella giovinezza che si fugge tuttavia! Chi vuol esser lieto sia, di doman non ci è certezza. (Lorenzo il Magnifico, Il trionfo di Bacco e Arianna)

*

La vecchiezza è male sommo: perché priva l’uomo di tutti i piaceri, lasciandogliene gli appetiti. (G. Leopardi – Pensieri)

*

Forse si può capire perché, in certe ore, il pensiero e il cuore si fermino, per un uomo al tramonto, sul nome di uno sconosciuto, quasi inesistente villaggio. (E. Biagi)

*

Il tempo è denaro – il tempo matura – il tempo rimargina ogni ferita – il tempo tutto rinviene – il tempo finisce!

*

A volte la felicità è qualcosa che si può scegliere a priori. Si può scegliere se passare la giornata a letto contando le difficoltà che si hanno con le parti del corpo che non funzionano, oppure alzarsi e ringraziare il cielo per quelle che funzionano ancora. Ogni giorno è un regalo e finché si potrà aprire gli occhi, focalizzarsi nel nuovo giorno e su tutti i ricordi felici che abbiamo raccolto durante tutta la nostra vita. La vecchiaia è come un conto in banca. Si può prelevare ciò che si è accumulato. Perciò bisognerebbe depositare più felicità possibile nel proprio conto nella banca dei ricordi. Grazie per aver contribuito a riempire il mio conto in banca, dove continuo a depositare.
Semplici regole per potere essere felici:
Liberare il proprio cuore dall’odio.
Liberare la propria testa dalle preoccupazioni.
Vivere con semplicità.
Dare di più.
Aspettarsi di meno.

*

Ritornare a casa. Ovunque la vita ci abbia trascinati è un desiderio che prima o poi assale tutti. Non sono le ombre della nostalgia a chiamarci, ma i rami sotterranei delle nostre radici che all’improvviso ci avvinghiano più strettamente. (Card. Carlo Maria Martini)

*

Mossi dal vento mi tornarono alla memoria i suoni di un mondo caro e lontano, di un luogo dal quale godevo la vista del mare aperto.

*

La nostra è una società malata di iper velocità. Perché invece di avere più tempo libero siamo diventati schiavi del tempo tiranno.

*

Io mi trovavo in quel dubbio autunno della vita, che non sai se aprire le finestre al sole o chiuderle al vento. (N. Tommaseo)

*

In quell’estate vaga, crepuscolare, dove i rimpianti sembrano speranze e le speranze sembrano rimpianti. In quel tempo in cui la gioventù è passata, ma non è ancora arrivata la vecchiaia.

*

Sono andato spesso, con la mente, alla ricerca del tempo perduto per vivere con più entusiasmo il presente, per dare un senso più profondo al mio futuro.

*

L’amarezza dei vecchi che soffrono il perdersi delle cose d’una volta più di quanto non godano il sopravvenire delle nuove.

*

I giovani pensano che i vecchi siano stupidi; ma i vecchi sanno che i giovani lo sono – (Young men think old me are fools; but old men know men are fools). (G. Champan)

*

L’anne ca passano chi po’ acchiappà? Chi po’ trattenere la gioventù? Si se licenzia, nun c’è che fà, non torna a nascere, nun vene cchiù! (S. Di Giacomo)

*

Porto nelle ossa il freddo di infiniti inverni, la nebbia e la pioggia di chissà quante stagioni.

*

Il primo quarto della vita è trascorso prima che se ne sia conosciuto l’uso; l’ultimo quarto scorre ancora dopo che si è cessato di goderne. Dapprima noi non sappiamo vivere, ben presto non lo possiamo più: e nell’intervallo che separa queste due estremità inutili, il tempo che ci resta è consumato dal sonno, nel lavoro, nel dolore, nelle difficoltà, nelle pene di ogni specie. La vita è breve, non tanto per il poco che dura, quanto per il fatto che, di questo poco tempo, noi non ne abbiamo quasi la possibilità per gustarne.

*

La vita è fatta di rarissimi momenti di grande intensità e di innumerevoli intervalli. La maggior parte degli uomini, però, non conoscendo i momenti magici, finisce col vivere solo gli intervalli. (F. Nietzsche; Umano, troppo umano)

*

La giovinezza è felice perché ha la capacità di vedere la bellezza. Chiunque sia in grado di mantenere la capacità di vedere la bellezza non diventerà mai vecchio. (F. Kafka)

*

Non è bene che una cosa che vive duri troppo a lungo, che duri oltre il tempo e l’epoca che spetta a ciascuna cosa. Questa vivrebbe nel dolore, in un tempo che non è il suo. Ha le sue radici nella solitudine.

*

Anch’io, come tutti rimpiango la giovinezza perché solo i vent’anni hanno le ali. Solo a vent’anni sogniamo, incuranti se i nostri sogni si avvereranno o resteranno sospesi in quel limbo delle chimere che è il loro fatale approdo.

*

La vita scorre come un fiume, da una parte il passato da cui tutti sembra voler fuggire, dall’altra il futuro verso cui tutti credono di dover correre. Su quale sponda la felicità?

*

Non bisogna continuare a voltarsi indietro. Non bisogna continuare a voltarsi indietro rimpiangendo il passato, si rischia di fare la fine di Orfeo ed Euridice; il poeta si voltò a guardarla e la donna fu ricondotta nell’Ade. Che fatalità!

*

Avere sempre voglia di aggiungere un pizzico di poesia alla propria vita, guardare il mondo con occhi nuovi, di rileggere i classici, di riscoprire che il sole sorge, che in cielo c’è la luna e che il tempo non è solo quello scandito dagli orologi.

*

Gli uomini pensano tanto al futuro che dimenticano di vivere il presente in tale maniera che non riescono a vivere né presente né futuro… e … Gli uomini vivono come se non dovessero morire mai e muoiono come se non avessero mai vissuto (Dalai Lama)

*

Ho imparato a essere felice là dove sono. Ho imparato che ogni momento di ogni singolo giorno racchiude tutta la gioia e tutta la pace, tutti i fili di quella trama che si chiama vita. Il significato è riposto in ogni istante. Percepiamo solo ciò che permettiamo a noi stessi di percepire tutti i giorni, un istante dopo l’altro. (H.Hesse)

*

Tutto ha la sua stagione, ogni evento ha il suo tempo sotto il cielo. (Qohelet o Ecclesiaste III cap.)

*

Leggerezza e ironia che solo certi vecchi hanno, quelli che non hanno mai preteso niente per sé.

*

Ognuno sta solo sul cuor della terra trafitto da un raggio di sole: ed è subito sera. (S. Quasimodo)

*

Gli anni della fanciullezza sono, nella vita di ciascuno, i tempi favolosi della vita. (G. Leopardi)

*

La vecchiaia è triste non perché cessano le gioie ma perché finiscono le speranze. (Jean Paul)

*

Si va sempre di corsa per risparmiare minuti. Poi con i minuti risparmiati non ci si fa nulla.

*

Saper invecchiare è il capolavoro della saggezza, è una delle cose più difficili della vita.

*

Nessuna bellezza di primavera, nessuna bellezza estiva hanno la grazia di un volto autunnale.

*

Né di un sapiente né di un idiota avrà memoria il tempo. (Qohelet o Ecclesiaste III cap.)

*

Quarant’anni è la vecchiaia della giovinezza, Cinquant’anni è la giovinezza della vecchiaia.

*

Un uomo è vecchio solo quando svegliandosi una mattina non ha più nulla da desiderare.

*

Fugace è la giovinezza, un soffio la maturità avanza tremenda la vecchiaia e dura un’eternità. (Dario Bellezza)

*

Accanto alla vecchiaia anagrafica e a quella biologica c’è anche quella psicologica e soggettiva.

*

La vecchiaia comincia quando i ricordi diventano più forti delle speranze. (John Barrymore)

*
Il mascheramento della vecchiaia, il giovanilismo dei vecchi è imposto dal consumismo.

*
Quando dir mi senti: stolto che fai? Tempo perduto non s’acquista mai. (T. Tasso; Rime)

*
Il più saggio di tutti i consiglieri, il tempo. (Pericle, Vite parallele di Plutarco)

*
Il tempo “era” “è” e “sarà”. Queste sono parti del tempo ma solo l’ ”è” viviamo.

*
È meglio non rivedere cose che non sono più per conservare qualche vecchio sogno.

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(Calamitosus est animus futuri anxius) Sventurato è l’animo preoccupato del futuro.

*
Il tempo è il numero del movimento secondo il prima e il poi. (Aristotele)

*
Mai si è troppo giovani o troppo vecchi per la conoscenza della felicità.

*
Godi il giorno che passa, confidando meno che puoi nel domani. (Orazio)

*
Ad una certa età si cerca di aggiungere vita agli anni, più che anni alla vita.

*
La vecchiaia mette più rughe sulla nostra mente che sulla nostra faccia.

*
A seconda del periodo della propria vita cambia la soglia delle pretese.

*
Io sono tutto ciò che sono stato, che sono, che sarò. (Plutarco – Moralia)

*
O ciechi, el tanto affaticar che giova? Tutti tornate alla gran madre antica.

*
L’esistere di per sé non ha senso, acquista senso se si riempie di valori.

*
È tardi cominciare a vivere quando ormai è ora di smettere. (Seneca )

*
Il peggio di quando si invecchia è che si resta giovani. (Jean Cocteau)

*
Per molti passato, presente e futuro sono come uno spopolato deserto.

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Il tempo è un grande maestro. Peccato che uccide tutti i suoi allievi.

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Vivi ogni giorno come se avessi vissuto tutta la vita per quel giorno.

*
Se la gioventù sapesse – se la vecchiaia potesse. (Henry Estienne)

*
Ci sono due tipi di giovinezza, quella degli anni e quella del cuore.

*
Si potrebbe mettere insieme un’altra vita con tutti i minuti persi.

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L’esistenza deve fare i conti con il terribile divoratore, il tempo.

*
L’istante è l’irrompere dell’eternità nel tempo. (Kierkegard)

*
Vassene il tempo e l’uom non se n’avvede (Dante; Purgatorio)

*
La vita ben spesa lunga è. (Leonardo da Vinci, Scritti letterari)

*
Il tempo svuota a poco a poco le certezze che accumuliamo.

*
I giovani vanno a gruppi – gli adulti a coppie – i vecchi soli.

*
L’arco del tempo punta la sua freccia in un unica direzione.

*
Nessuno ama la vita come chi sta invecchiando. (Sofocle)

*
I sogni della giovinezza sono i rimpianti della maturità.

*
Il tempo è breve e ‘l necessario è poco. (Michelangelo)

*
I sogni della giovinezza sono i rimpianti della maturità.

*
Bisogna trovare sempre la forza di cercare desideri.

*
Ci sono giovani vecchissimi e vecchi giovanissimi.

*
Il ricordare è di vecchiaia il segno. (G. Ungaretti)

*
La polvere del tempo si è posata sui miei capelli.

*
La vecchiaia è avere più ricordi che speranze.

*
La giovinezza è un atteggiamento del cuore.

*
Il tempo speso male non ti sarà mai reso.

*
Nel ricordare sublimiamo il passato.

*
L’uomo non muore finché sa sognare.

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La più bella età è quella che si ha.

*
Visser tristi, e in dolor morirono.

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Era appena ieri ed è già domani.

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Ogni alba ha il suo tramonto.

*
Si impara solo vivendo.

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